IN CRISI il PROGETTO di UNA DEMOCRAZIA ASSOGGETTATA al MERCATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IN CRISI il PROGETTO di UNA DEMOCRAZIA ASSOGGETTATA al MERCATO da IL MANIFESTO

CRISI DI GOVERNO 

Una svolta nella politica estera per i prossimi decenni seppellendo in un sol colpo l’Europa come terza forza, l’Eurasia e scenari futuribili di possibile neutralità

Aldo Carra 19/07/2022

Draghi forever avevamo scritto a suo tempo. Era infatti chiaro fin dall’inizio che un governo affidato ad una figura di grande prestigio internazionale non sarebbe stato il solito esecutivo tecnico all’italiana.
E, col passare del tempo, è apparso subito evidente che se Conte aveva contribuito a sbloccare l’austerità verso l’Italia sfruttando la spinta emotiva del Covid, il varo di un Pnrr con tutti i dettagli tecnici, con procedure, processi e tappe dettagliatamente definiti e con un piano di riforme collegate, avrebbero fatto di Draghi ben più di un semplice capo di governo. Ne avrebbero fatto il garante verso l’Europa e verso i mercati di un processo pluriennale e strategico di governo del nostro paese.

Questo per più ragioni. Innanzitutto perché si tratta di un processo che si dispiega in un arco temporale quinquennale. In secondo luogo perché esso deve produrre effetti finanziari capaci di fronteggiare sia il debito preesistente che quello nuovo che lo stesso piano produrrà al netto dei finanziamenti a fondo perduto.

Un processo, quindi, che richiede un assetto politico che sia insieme riformatore e di risanamento finanziario; un assetto ben lontano dal quadro politico preesistente in cui le forze dominanti erano movimenti e non partiti e, per giunta, esasperatamente populisti. Un caos congeniale alla nascita di un nuovo ordine.

Quindi altro che governo di emergenza ed altro che governo tecnico. Al contrario, un governo con una visione e con un disegno politico ambizioso e complesso. E chi, allora, meglio di una persona che ha avuto grandi responsabilità, esperienze e relazioni? La scelta di Draghi è stata di questa natura. Ed egli si è mosso in coerenza con questo mandato.

Come spiegare altrimenti la capacità iniziale di intrecciare nella composizione del governo tecnici e politici e di far fare concretamente il Pnrr a tecnici e consulenti dando al Parlamento solo due giorni di tempo per esaminare un piano di quella portata? Idee chiare e scelte decise. Imposte da uno e digerite da tutti.

E, per avvicinarci ai fatti più vicini, come spiegare la capacità di districarsi nelle vicende seguite all’aggressione russa all’Ucraina muovendosi con lucida determinazione nelle due direzioni di rafforzare il legame Europa-Nato e di rafforzare l’egemonia Usa nella corsa ad un nuovo assetto geopolitico volto a confliggere con Russia prima e Cina dopo?

Un disegno, questo, di portata storica che, senza un dibattito democratico nel paese o nel parlamento, compie, sotto l’emozione della terribile guerra scatenata da Putin , una svolta radicale nella politica internazionale per i prossimi decenni seppellendo in un sol colpo l’Europa come terza forza, l’Eurasia e scenari futuribili di possibile neutralità.

Ma non si tratta solo di questo. In questo scenario va collocato anche il rapporto tra le diverse forze politiche assemblate per concorrere al governo di unità nazionale. Forze con storie ed identità diverse, spesso ricomposte con bonus e ristori, quindi con spesa pubblica mirata a gruppi sociali di cui i neopopulisti sono stati bravi portatori di interessi.

Un disegno, quindi, anche di politica interna: guidare un processo di ristrutturazione, di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche, per produrre un nuovo scenario più omogeneo e stabile, coerente con gli obiettivi di lungo periodo di cui si parlava. La cornice è quella che viene definita come l’agenda Draghi, non scelta da nessuno, ma evocata da troppi, da forze diverse, sparse ed in forte agitazione.

Un primo passo in questa direzione è stato fatto, non a caso, con la scissione di Di Maio che ha scomposto l’ex M5S e dato vita ad una formazione filo Draghi e ad un’altra oscillante tra una vecchia identità non riproponibile ed una nuova tutta da definire.

Non siamo ancora al partito di centro o a quello di Draghi. Ma su quella strada. Quello che è in ballo in questa crisi è il futuro di questo disegno e non solo il destino dei singoli protagonisti, Draghi o Conte, come vuol farci credere la cronaca.

Vedremo cosa accadrà. Ma i prossimi avvenimenti dovremo analizzarli con questa chiave di lettura. Perché è solo all’interno di questo processo che potremo e dovremo capire quale spazio e quale ruolo per le forze progressiste e di sinistra.

Certo poco dipende da noi e molto dagli altri . Ma già sarebbe tanto se potessimo evitare di ripetere schemi micropoliticisti di vecchi residui impregnati di personalismi ed identitarismi. Invece sembra che la storia tenda ancora a ripetersi.

Mentre tanti giovani sognano e gridano ambiente, clima, solidarietà, giustizia sociale, siamo lontani dal fare massa critica, dal produrre leadership, dal creare soggetti. Non ci resta che sperare che le spinte giovanili crescenti, il disagio sociale che monta, i movimenti che coinvolgeranno soggetti sociali e soggetti politici toccati dai processi di ristrutturazione che si sono messi in moto, aprano spazi ed attivino processi.

Forse avremo ancora Draghi e per un certo tempo. Sapendo, però, che non è un mago, ma espressione di un disegno politico sovranazionale che ha un segno conservatore e tutt’altro che progressista. E che la sinistra ha un senso ed un futuro se costruisce un disegno ed una visione alternativi.

Pnrr, in crisi il progetto di una democrazia assoggettata al mercato

IL CASO. La crisi del governo Draghi, e l’implosione della sua maggioranza “senza formule politiche”, potrebbe mettere in discussione l’agenda seguita dal sistema italiano centrata sull’idea di “riforme” neoliberali. L’implosione della politica sulla contraddittoria “agenda sociale”: salari, reddito, pensioni (e bonus). Scuola: il caso della “riforma” degli Its: aziendalizzazione e precarietà

Roberto Ciccarelli  19/07/2022

La crisi politica del governo «di larghissime intese» e «senza formule politiche» aperta da Mario Draghi è un colpo al cuore al percorso delle «riforme» avviate in nome del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr). Un «piano» che avrebbe dovuto realizzarsi per volontà dello Spirito santo. Invece ha scatenato l’inferno dei veti incrociati tra i partiti che compongono la maggioranza. L’«emergenza nazionale» nulla ha potuto contro i balneari, mentre molto ha fatto contro i beneficiari del «reddito di cittadinanza» tartassati dai partiti, anche dai Cinque Stelle, con la legge di bilancio 2021 e con il «Decreto Aiuti».

Bisogna intendersi sul significato di «riforma». Troppi sono ancora gli equivoci che produce a destra e a sinistra. Nella neolingua della contro-rivoluzione neoliberale usata per difendere l’operato del governo, questo concetto non indica una trasformazione graduale del sistema capitalistico. Significa vincolare i diritti sociali alla logica della concorrenza. Nel «Pnrr», hanno calcolato Federico Chicchi e Anna Simone nel libro Il soggetto imprevisto (Mimesis), la parola «competitività» ricorre 116 volte, «eguaglianza» solo una volta, «democrazia» zero. «Riforma» allora significa processo di trasformazione del mercato senza democrazia né eguaglianza. L’idea è condivisa da tutte le forze politiche che si combattono nel governo di Draghi. La causa dei problemi del mondo contemporaneo è assunta così come il rimedio. Questo cortocircuito aggrava la crisi in atto, non la risolve.

Prendiamo la «riforma» degli istituti tecnici e professionali (Its) voluta dal molto contestato ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. Sono stati investiti 1,5 miliardi di euro sui circa 12 previsti dal Pnrr per scuola e università. «È stato adottato il termine “ITS Academy” che fa riferimento a un modello che si è sviluppato dove gli Istituti Tecnici Superiori sono stati inquadrati come mera struttura formativa al servizio di specifiche aziende e di determinate realtà produttive forti – sostengono Christian Ferrari (Cgil) e Francesco Sinopoli (Flc Cgil) – Giudichiamo negativo il fatto che si preveda che tutto il personale docente, tecnico amministrativo e di laboratorio sia assunto con contratti di prestazione d’opera. Ipotizzare il consolidamento di questo sistema terziario senza prevedere per lo meno la stabilità del personale tecnico e amministrativo. C’è così il rischio che le cospicue risorse del Pnrr si trasformino in ulteriori incentivi alle imprese, e non in un’opportunità di crescita formativa e culturale degli studenti». Sebbene sia stata approvata dal Parlamento, dunque anche dai Cinque Stelle, questa cosiddetta «riforma» necessita di 19 provvedimenti attuativi. La caduta di Draghi rallenterebbe il processo di aziendalizzazione e precarizzazione. Bene, tuttavia il consenso di cui gode questa strategia tra i dominanti è enorme. In mancanza di un’opposizione di massa sarà applicata. Come accade da più di trent’anni.

Sulle pensioni, invece, non esiste un consenso tra le opposte fazioni neoliberali accampate nel Draghistan. La Lega aveva promesso di cancellare la «legge Fornero». Erano fandonie. Nel corso della legislatura sono stati adottati dispendiosi correttivi («quota 100»; «quota 102») che si sono rivelati inutili. A meno di correttivi, improbabili, dal primo gennaio 2023 la pensione di vecchiaia farà un balzo secco a 67 anni di età e quella anticipata a 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Per di più mentre cresce il lavoro povero e precario. È il fallimento di quei «populisti» rispettosi del verbo neoliberale che, dieci anni fa, promisero di abolire questa «riforma». Difficile farlo al governo con Draghi, il garante del sistema.

La crisi nasconde un’altra illusione: prorogare all’infinito le misure estemporanee contro il caro-vita senza misure di redistribuzione strutturale e di trasformazione del sistema fiscale in termini progressivi. Ipotesi irrealizzabile in un governo «senza formule politiche». Draghi ha stanziato 33 miliardi. Altri 10 sarebbero venuti entro luglio. Insostenibile per il bilancio, alla lunga. A farne le spese sono i lavoratori. Sette milioni attendono i rinnovi dei contratti nazionali. Per quelli della scuola (oltre 1 milione) si parla di aumenti risibili (100 euro lordi) rispetto a quanto hanno perso dalla crisi del 2008. L’impoverimento cresce, l’inflazione è all’8% a giugno, si promettono di aumentare i «minimi contrattuali», e non istituire un «salario minimo». Anche se sopravvivesse il governo potrebbe non risolvere il dilemma del «taglio al cuneo fiscale». Andrebbe ai lavoratori, o anche alle imprese? Fino al 15 ottobre difficile dirlo. Allora il documento di bilancio dovrà essere recapitato a Bruxelles. Si resta sospesi in attesa di sapere se Putin chiuderà il gas, se la fine delle politiche monetarie espansive e se l’aumento dei tassi di interesse spingeranno verso la recessione.

Una realtà impensabile quando Draghi è stato messo al governo 15 mesi fa. La crisi è il frutto di questi fattori. Non del «teatrino della politica».

Draghi, 516 giorni di politiche economiche conservatrici e fallimentari

LA CRISI. Bonus bruciati dall’inflazione, invece di vere riforme sociali strutturali. Dalla riforma fiscale ai bonus edilizi fino a una fantomatica “agenda sociale”. Gli effetti della policrisi capitalistica hanno colpito la parte più debole, e contraddittoria, della coalizione “senza formule politiche”: i Cinque Stelle. E continueranno a divorare la politica del Palazzo dall’interno

Roberto Ciccarelli  15/07/2022

Dopo 516 giorni il governo Draghi è stato piegato dai primi effetti prodotti dalla crisi economica sulla forza politica più indebolita, e contraddittoria, della sua maggioranza «senza formule politiche»: i Cinque Stelle. Incapace di imporre un’«agenda sociale», concessa da Draghi solo poche ore prima le sue dimissioni, questo partito capace di stare al governo con tutti non è però riuscito a imporre il suo progetto di «salario minimo» che giace nei cassetti del parlamento da quattro anni. In compenso ha accettato di peggiorare il «suo» reddito di cittadinanza, già pensato come una feroce politica di Workfare, con la legge di bilancio del 2021. Solo alla fine ha avuto un sussulto, quando la «sua» maggioranza ha votato un emendamento di Fratelli d’Italia al «decreto aiuti» che esautora i centri dell’impiego e attribuisce ai datori di lavoro privati un potere teorico e inapplicabile di denunciare i beneficiari del «reddito» che rifiutano un’«offerta di lavoro congrua». Troppo tardi. Le contraddizioni si pagano.

Insieme al termovalorizzatore che il Pd del sindaco Roberto Gualtieri vuole costruire a Roma, l’altro motivo della crisi politica è stato il superbonus 110%. Un’altra bandiera di un partito-non partito che ragiona con la logica delle «politiche identitarie». Su questa misura, e su tutti gli altri bonus, sull’edilizia c’è stata nella maggioranza una lotta senza quartiere. Il governo «Conte 2» li ha adottati pensando, non a torto, che la «crescita» del Pil sarebbe stata rilanciata nel paese dell’individualismo proprietario basato sul mattone. E, insieme al numero dei morti sul lavoro nei cantieri, questa idea «sviluppista» ha prodotto risultati. Nella necropolitica di un capitalismo in crisi, e dunque sempre più feroce, la misura ha alimentato un «rimbalzo tecnico» dopo il crollo colossale del Pil (-8,9%) avvenuto nel 2020 a causa dei lockdown necessari per contenere la diffusione del Covid. Il superbonus ha prodotto anche una fiammata dell’occupazione precaria e ha dato un parziale contributo della ristrutturazione energetica e antisismica. La polemica è scattata sugli abusi miliardari denunciati dall’Agenzia delle entrate, dalla Guardia di finanza e dalla Corte dei Conti. In realtà, il vero problema è stato creato da un altro bonus, quello «facciate», non sostenuto dai Cinque Stelle. Ecco un altro dei tanti equivoci di questi mesi.

Poi il caos: il governo è intervenuto con misure parziali, e confuse, che hanno bloccato le attività intraprese con il rischio di fallimenti a catena di piccole e piccolissime imprese, alcune delle quali nate negli ultimi tempi vista l’abbondanza dei fondi a disposizione. Così è emerso un aspetto decisivo per comprendere il segno del governo Draghi, e di quello che lo ha preceduto (il «Conte2»): il suo essere conservatore dal punto di vista sociale. Questa politica dei bonus ha avuto effetti distribuitivi molto spostati sui ceti medi e medio-alti. Non ha risolto nulla dell’emergenza abitativa, così come non ha trasformato nulla nello Stato sociale, l’unico strumento potenzialmente universale capace di contenere gli effetti della policrisi in corso dal 2020.

Il caso di scuola di questa politica neo-conservatrice, tipica dei regimi neoliberali esistenti, è quello della rimodulazione delle aliquote Irpef. Con questa manovra , contestatissima dai sindacati, il governo Draghi ha dato di più a chi ha di più e di meno a chi ha di meno. È stato penalizzato l’85% dei lavoratori e pensionati che hanno un reddito sotto i 40 mila euro. Una riforma fiscale regressiva che ha fatto un intervento sulle fasce meno abbienti e più in difficoltà, anziché dedicare risorse pubbliche a chi ha già tanto e poche briciole a chi stenta ad arrivare a fine mese.

Senza contare che gli effetti minimi di questa operazione sono stati divorati dalla mega inflazione esplosa solo poche settimane dopo. Lo stesso destino è riservato ai 200 euro distribuito a una platea di oltre 31 milioni di persone. Così ampia da rendere inutile la distribuzione di altri 5,6 miliardi. Una pioggerella nel deserto. È l’incapacità di immaginare un’altra politica davanti a eventi drammatici che hanno piegato il sistemagià travolto dal Covid. E continueranno a divorarlo dall’interno

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