IL VOLTO OSCURO DEL PNRR: TANTI REGALI ALLE IMPRESE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL VOLTO OSCURO DEL PNRR: TANTI REGALI ALLE IMPRESE da IL FATTO

Il volto oscuro del Pnrr: tanti regali alle imprese

GIANFRANCO VIESTI  22 FEBBRAIO 2024

Il Pnrr comporta importanti scelte politiche: nel suo disegno e nella sua realizzazione. E il governo Meloni ne ha compiute alcune molto nette, di cui è utile avere coscienza.

Il Pnrr è tutt’altro che un documento tecnico che contiene un’ovvia lista di riforme e investimenti. Il governo Draghi ha compiuto molte importanti scelte, senza che il Parlamento e la stessa opinione pubblica potessero dare il loro contributo in una grande, aperta, discussione; senza che ne fossero persino pienamente informati. Ne è scaturito un Piano con luci e ombre. Fra le più positive l’enorme investimento sui nuovi nidi: in pochi anni tanti posti quanti negli ultimi 50 anni; fra le più negative, la misura sui “borghi”, con una visione da cartolina della complessa realtà delle aree interne.

Licenziato il Piano da un Parlamento plaudente, si è passati all’allocazione delle risorse ai singoli progetti, fino al settembre 2022. Un periodo molto interessante e poco conosciuto, nel quale ministri prevalentemente tecnici hanno compiuto importantissime scelte politiche; un periodo nel quale è davvero esistita la mitica “stanza dei bottoni” di nenniana memoria: tante risorse da allocare, con criteri e destinazioni scelti discrezionalmente.

Quando è entrato in carica il governo Meloni, i bottoni erano stati quasi tutti premuti; e all’esecutivo toccava un compito istituzionale: curare la tempestiva realizzazione di quanto programmato da altri. Una beffa per un governo guidato dall’unico partito che era prima all’opposizione. Ma questo ruolo male si addiceva alla scalpitante nuova maggioranza, che voleva lasciare il suo segno. Così il ministro Fitto, nelle cui mani erano stati concentrati tutti i poteri e che subito ha fatto piazza pulita delle vecchie strutture tecniche, ha cominciato a preparare il terreno: giudizi sempre più critici sul Piano che doveva realizzare e opinioni sempre più pessimiste sulla sua realizzazione. Si è preso il suo tempo. Tanto tempo. A maggio 2023 ha infine prodotto un documento sul Pnrr che ne elencava tutte le supposte criticità. Poi a luglio ha colpito. Ha presentato una ipotesi di complessiva, rilevante riformulazione, profittando della necessità di aggiungere un capitolo legato alla nuova iniziativa europea RePower EU, conseguenza della crisi ucraina.

Nel dibattito pubblico, occupato da mille comunicazioni su “target” e “milestone”, su rate da richiedere e da incassare, è sfuggito il senso politico dell’operazione. Intendiamoci: occuparsi delle scadenze per ottenere le risorse è fondamentale; ma è ancora più importante capire che ne facciamo. E il governo Meloni ha scelto: ha spostato circa 15 miliardi dagli investimenti pubblici ai sussidi alle imprese. Dare incentivi alle imprese non è in sé un male: ma, viste le straordinarie dimensioni di queste misure (fra vecchio Piano e aggiunte siamo a 50 miliardi) e le loro caratteristiche prevalentemente a pioggia, molti dubbi sono leciti. Ma le forze di opposizione sembrano timorose nel criticare qualsiasi misura per le imprese; e la maggioranza è decisa a rafforzare la sua alleanza con le associazioni imprenditoriali, nell’industria, nei servizi, nell’agricoltura. Sono invece usciti dal Piano importantissimi interventi: nella sanità, nelle aree interne, a Taranto e soprattutto nelle città, a vantaggio dei cittadini. Le motivazioni tecniche per il taglio proprio di questi interventi sono apparse subito molto deboli. È stato un atto politico d’imperio: più alle imprese, meno agli investimenti pubblici.

Nell’estate, di fronte alla protesta dei sindaci il governo ha garantito che gli interventi urbani sarebbero stati rifinanziati. Poi a novembre la Commissione (che lascia le scelte di merito agli Stati membri) ha approvato la proposta italiana, con diverse modifiche.

E siamo all’oggi. Come è fatto il nuovo Piano? Sembra incredibile, ma è impossibile saperlo perché non esiste ancora un testo ufficiale. Che effetti territoriali avranno queste modifiche? Ci sono seri motivi per pensare che i tagli colpiranno più il Mezzogiorno, ma il governo, semplicemente, non pubblica più l’apposita relazione semestrale. Da dove verranno le risorse per rifinanziare i progetti esclusi? Un decreto promesso da novembre dovrebbe stabilirlo, ma ancora non si è visto. Si naviga nell’oscurità e nell’improvvisazione. E tutto questo ha pesantissime implicazioni: massima incertezza per i “vecchi” progetti, con i nuovi che non possono ancora partire.

Insomma, il Pnrr è assai più interessante di quanto sembri. Perché è anche una cartina al tornasole che fa vedere più aspetti del governo: determinatissimo nell’usare le risorse pubbliche per i propri fini; arrogante e opaco nei modi e nella comunicazione; azzardato e poco capace sui complessi nodi tecnici.

Sanità, una parte della spesa diventi investimento a debito

 FRANCESCO ZAFFINI*  22 FEBBRAIO 2024

Caro direttore, l’obiettivo è la tutela della salute degli italiani, che da sempre cattura enormi risorse, classificate nel bilancio dello Stato come spesa corrente. Adesso più che mai è necessario che in Europa, dove si scrivono le regole di bilancio, si accresca la consapevolezza che proprio la tutela della salute, in termini di prevenzione, rappresenta un investimento in grado di ridurre significativamente nel medio periodo la spesa corrente. Infatti, in base alla golden rule per cui gli investimenti pubblici possono essere finanziati in disavanzo, il debito usato per finanziare investimenti tende a generare un aumento del reddito. Si ripaga così da solo e può persino contribuire a stabilizzare il rapporto debito/Pil. È evidente, dunque, che questa situazione richiede di affrontare in modo innovativo e senza precedenti rispetto agli ultimi 50 anni, il potenziamento dei servizi sanitari e della loro efficienza in termini di prevenzione.

La verità è che non è importante solo la dimensione del debito, ma valutare quali siano gli impieghi che possono renderlo buono e sostenibile, in altre parole quali spese possano essere finanziate in disavanzo. La distinzione tra debito buono e debito cattivo è un argomento tornato in auge soprattutto dopo la diffusione del Covid, quando la Commissione europea, obbligata dallo scenario catastrofico dell’effetto della pandemia sull’economia dei Paesi membri, ha deciso di sospendere le fiscal rule sugli aiuti di Stato. Gli effetti devastanti sulla finanza che ne sono conseguiti hanno così permesso di mettere al centro della manovra, non solo il sostegno dei redditi dei settori e delle persone colpite, ma anche un’apertura al ruolo cruciale giocato dalla spesa per la salute e dalle strutture sanitarie dei diversi Paesi, fondamentali per rispondere adeguatamente e in modo rapido all’emergenza, alle sue conseguenze sulla salute pubblica e a stimolare la ripresa economica.

Dunque, la riallocazione delle priorità in materia di spesa e di bilanci pubblici, in favore del settore della prevenzione della salute e delle tecnologie sanitarie, apre scenari innovativi, sia in termini di costi, sia sotto il profilo della valutazione economica di terapie ad alto valore tecnologico come le Terapie Avanzate. Tuttavia, per attuare tutto questo è necessario un cambio di passo sul piano statistico e contabile: alle spese per investimenti “tradizionali” vanno anche associate quelle che le procedure e i criteri attuali considerano sostanzialmente correnti. Una parte delle spese sanitarie oggi considerate correnti, per le attrezzature sanitarie o per i trattamenti altamente innovativi con effetti curativi come le Terapie Avanzate devono avere natura di investimento, visto che senza di loro anche la parte “fisica” degli investimenti in sanità (ad esempio, un ospedale o un centro di somministrazione delle terapie), non sarebbe di fatto utilizzabile.

È quindi arrivato il momento di aggiornare le convenzioni contabili. Nello Sna 2008 (System of National Accounts) il perimetro degli investimenti è stato ampliato per includere le spese per la ricerca e sviluppo e quelle per sistemi militari di difesa. Lo Sna e l’Esa (European system of national and regional accounts) sono sistemi di statistiche in continuo aggiornamento, sempre più diffusi e in evoluzione parallelamente ai nuovi sviluppi dell’economia. Questo processo deve ora continuare adattandosi ai cambiamenti tecnologici, alle nuove esigenze di salute e alla nuova composizione dello stock di capitale che negli anni ha preso sempre più forma, posto che l’ultimo aggiornamento dello Sna risale, appunto, al lontanissimo 2008.

*Presidente commissione Affari sociali, Sanità e lavoro del Senato (FdI)

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