IL “SISTEMA GUERRA” E LA NECESSARIA REAZIONE DAL BASSO da VOLERELALUNA
Il “sistema guerra” e la necessaria reazione dal basso
Salvatore Bianco 12-08-2026
Fra poco più di un anno si vota; e l’esito delle elezioni non è, ad oggi, prevedibile. Dipenderà da molti fattori. Alcuni esterni, a partire dall’andamento della guerra mondiale a pezzi in cui siamo immersi e dalla crisi economica che ci aspetta. Altri interni, tra cui – non ultimi – l’affluenza alle urne, la legge elettorale con cui si voterà, il posizionamento dei partiti rispetto alla grandi questioni internazionali e le connesse alleanze, la loro capacità di recepire le istanze e richieste che vengono dal basso. Due cose peraltro le sappiamo, e non da oggi. La prima è che una nuova vittoria della destra sarebbe devastante e segnerebbe la fine della repubblica fondata sulla Costituzione del 1948. La seconda è che, a livello di rappresentanza politica, la sinistra non esiste e la sua costruzione richiede tempi lunghi e strade diverse da quella elettorale. Questo lo scenario: non ci piace, ma dobbiamo prenderne atto. In esso, inevitabilmente, si collocheranno le scelte – non per forza omogenee – dei movimenti che hanno animato le grandi manifestazioni degli ultimi mesi e lo scontro referendario (noi tra questi). Saranno scelte difficili, non scontate e non riducibili all’opzione del male minore. Cominciamo, allora, a parlarne. Poi, se il confronto decollerà, penseremo ad altre tappe: magari un confronto seminariale esteso ad altre forze che stanno facendo il nostro stesso percorso. (la redazione)
Pare proprio che la storia abbia calzato di nuovo “gli stivali delle sette leghe” e a passi da gigante ci stia sprofondando nella guerra. E sarebbe l’Europa in quanto tale, nel suo insieme, la prossima vittima sacrificale di uno scontro armato catastrofico necessario contro la Federazione Russa. Il circo mediatico di complemento, poi, si sta incaricando di apparecchiare il tutto con discorsi di “crisi”, “crolli” e “catastrofi” imminenti. A tale rappresentazione sull’inevitabilità dello scontro con la Russia contribuiscono attivamente anche esperti di geopolitica e non disdegnano economisti di provata fede mainstream. Questi ultimi, pur anteponendo quale fattore esplicativo l’«economico» alla più scontata “volontà di potenza” concorrono alla narrazione dominante: il pianeta europeo sarebbe, per tutti costoro, in rotta di collisione ineluttabile con la Russia, come la traiettoria di un meteorite proveniente dalle profondità dello spazio. La domanda allora smette di riguardare il che fare per limitarsi a dettagliare solo sul quando e come tutto fatalmente si compirà.
Ma da cosa sono accomunati i due differenti racconti, quello geopolitico e quello più economicista, da pervenire ad esiti più o meno analoghi? In buona approssimazione, da un dato di partenza inesorabile che ne determina in anticipo la traiettoria successiva, solo che i “geo-politologi” individuano nella “proiezione di potenza” quell’assioma, là dove gli economisti di stretta osservanza neoliberista lo identifica nella necessità del “mercato” che determinerebbe tutto quanto il resto, come in un teorema di geometria, con un riflesso automatico in questo caso sulla politica. Ma cosa manca di sostanziale a queste due convergenti narrazioni che rischiano di relegare l’umano al ruolo di semplice comparsa? Forse ciò che della modernità politica ne è stata la causa prima: che sono i popoli e, segnatamente, chi sta più in basso nella scala sociale a fare la storia e a costruire, con livelli sempre maggiori di consapevolezza, quelle istituzioni sociali e politiche in grado di spostare dai pochi ai molti l’esercizio della sovranità.
Al riguardo, con qualche approssimazione si potrebbe reinterpretare la storia moderna, con le sue lotte e rivoluzioni, come un processo di progressiva espulsione del “privilegio” da parte dei dominati. Secondo questa chiave critica, il “conflitto sociale” ha dapprima identificato il “nemico” nell’aristocrazia nobiliare per poi sconfiggerlo e marginalizzarlo. Emblematica, in tal senso, l’affermazione dell’abate Sieyès, nel suo celebre manifesto militante del 1789, Che cosa è il terzo stato?: «Se si eliminasse l’ordine privilegiato, la nazione non sarebbe qualcosa di meno, ma qualcosa di più». Questo meccanismo di esclusione dal basso si sarebbe scaricato in occidente dapprima sui re, per poi concentrarsi stabilmente sulla “nobiltà”. A seguire, con quel medesimo meccanismo di identificazione/espulsione si è tentato di liquidare l’intera “borghesia” in favore del “proletariato” in ascesa. Si potrebbe leggere allo stesso modo il plurisecolare avvicendamento delle forme politico-istituzionali: dall’assolutismo monarchico, alla monarchia borghese liberale basata sul “censo” e poi, più di recente, le democrazie costituzionali, fino ad arrivare ai due principali “esperimenti profani” di socialismo. Peccato solo che questo processo non sia avvenuto nel vuoto pneumatico di forze sociali, collocate in alto, che una volta sconfitte siano state definitivamente espunte dalla storia. In effetti, in una logica ingenuamente evolutiva, si è stati indotti a credere per lungo tempo che il dato numerico dei tanti e poveri collocati in basso avrebbe avuto ragione dei pochi “privilegiati”, sia pur potenti, posti in alto. Ma si dà il caso che quei pochi, ridimensionati in effetti nella pur breve stagione socialdemocratica dei trenta gloriosi, nell’Europa del secondo dopoguerra, sono anche i più ricchi e nelle condizioni di riorganizzarsi e contrattaccare. E così un’inedita lotta di classe scatenata dall’alto contro il basso ha portato all’archiviazione dello stato sociale keynesiano in poco più di un decennio – gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso –. Si è avviato da quel momento un processo di crescente concentrazione e centralizzazione di potere politico e finanziario in una sempre più ristretta oligarchia che ha prodotto un nuovo ordine compiutamente post-democratico e, da ultimo, guerrafondaio.
Ad ogni modo, anche in un quadro di rapporti di forze rovesciato, rispetto a quello auspicato, con l’alto e minoritario a dominare il campo, pare che l’impianto interpretativo “classista”, dei pochi e ricchi contrapposti ai molti e poveri, sia confermato nel suo assunto di fondo ed è comunque capace di catturare molti più fenomeni anche nel presente. Viceversa, quel tipo di approccio geopolitico ed anche economicista, sopra richiamati, tendono a sottovalutare esattamente quell’elemento soggettivo e dinamico che pare invece caratterizzare ancora il paesaggio sociale e politico in occidente. L’essere sociale nelle sue determinazioni anche antropologiche appare sacrificato in entrambi gli approcci, vuoi per una ricostruzione storica troppo compatta, solo istituzionale e diplomatica, che non considera nella giusta misura le sue articolazioni in classi, vuoi perché, nel secondo racconto, l’economia appare granitica nei suoi effetti meccanici sulla politica.
E allora può risultare più produttivo permanere all’interno di quelle stesse coordinate – nel presente contributo solo abbozzate – per leggere la fase storica attuale. Se ne ricava che così come l’ascesa della “borghesia”, prima, e la forza del “proletariato poi, avevano prodotto rilevanti cambiamenti negli assetti di potere e sugli stessi ordinamenti politico-istituzionali, alla stessa maniera, anche l’affermazione della nuova “aristocrazia del denaro” trionfante si è addensata in una sorta di quadrilatero del potere. I suoi vertici sono rappresentati, sempre e solo sui nostri lidi occidentali, dal potere politico tradizionale, dal potere finanziario, dal potere mediatico e dal più risalente “complesso militare-industriale”. Quello che sta succedendo negli Stati Uniti, capofila del blocco occidentale, anche con l’accelerazione imposta dal gruppo di comando trumpiano, è esattamente il passaggio dalla post-democrazia già da tempo insediata ad una forma di anarco-capitalismo guerrafondaio. Si tratta di un agglomerato di poteri con la spasmodica necessità di procacciarsi un sottostante materiale, fatto di risorse e materie prime, oltreché risparmio drenato ovunque e da chiunque, per continuare ad alimentare le “bolle” speculative sempre più ipertrofiche di Wall Street. Sul piano simbolico, poi, un siffatto potere oligarchico così angusto, obbligato a saccheggiare e sfruttare senza posa, dovrà necessariamente dotarsi di un sofisticato dispositivo teologico-politico, che ne giustifica agli occhi dei più un posizionamento sociale così scandalosamente sovraordinato. Inevitabile pertanto l’uso capitalistico della religione e l’adozione del più spregiudicato meccanismo di autolegittimazione da parte di questi “nuovi padroni del mondo”, messo a punto in particolare dal gruppo di Peter Thiel. Attraverso questo particolare meccanismo potranno moltiplicarsi a dismisura i capri espiatori che verranno rinominati agenti dell’“anticristo”, per interporli e usarli letteralmente come spauracchi da offrire in pasto a un’umanità risentita e ridotta materialmente a plebe. La posta in gioco ben più prosaica è quella di abituarci mediante la normalizzazione della guerra e la naturalizzazione del dominio alla nuova distopica condizione di subalternità permanente.
Ma da quello stesso impianto interpretativo, del “basso” contrapposto a un “alto”, possiamo ricavare l’antidoto critico per la teoria e l’agire politico collettivo. Ci sono momenti di rottura anche traumatici dell’egemonia, come quello attuale, dove il capitalismo occidentale è solo in grado materialmente e culturalmente di offrire guerre in serie. Questo apre pur nella indubbia drammaticità della fase uno spazio enorme di manovra per un recupero di consapevolezza delle coscienze da parte di chi è collocato in basso. Anche sul piano interno siamo in una congiuntura caratterizzata da una perdita catastrofica di legittimità da parte dei gruppi dirigenti, che reagiscono con la costruzione dell’emergenza permanente con l’ausilio massivo dell’elettronica, come dimostrato dai provvedimenti governativi più recenti. L’ideologia guerrafondaia sta cercando molto a fatica di colmare con la paura e la costruzione di un nemico posticcio questa mancanza di consenso, ma al momento non ci sta riuscendo come vorrebbe. Si apre uno spazio di possibilità per una politica dal basso, magari non immediatamente istituzionale perché priva di solide sponde, ma con potenzialità costituenti non banali. E in questo caso la riattivazione di quel meccanismo di esclusione dal basso dovrà riguardare esattamente il ripudio di quel dominio che una sparuta oligarchia armata sino ai denti sta esercitando per guadagnare tempo e riprodursi all’infinito. La guerra è il nome che oggi assume il conflitto sociale, a cui il capitale sempre ricorre nella sua storia per sigillare i rapporti di forza in sofferenza (in questo caso per la sfida esterna rappresentata della Cina e non solo).
In questo quadro, già di suo desolante, è risultata ancora una volta l’inconsistenza impalpabile del liberalismo, che si scioglie come neve al sole ogni qual volta la cruda contingenza di rapporti di forza scandalosamente sbilanciati in alto ne richiedono l’archiviazione. Quando il gioco si fa duro, il capitalismo più selvaggio e predatorio proietta il suo vero volto nella sfera politica, riponendo le “maschere di carattere” in precedenza esibite. Siamo in un certo senso a un bivio: o recuperiamo il filo interrotto di una politica che dal basso, per quel che si può e si deve, recuperi un disegno di liberazione coerente con le esigenze delle classi popolari oppresse oppure siamo perduti per un tempo indefinito.
Gli effetti sul corpo sociale e sulle antropologie dei singoli individui di questi continui maltrattamenti e delle crescenti vessazioni, da parte di un potere privo di orientamento e di finalità volte al bene collettivo, è devastante. Noi siamo “costruttori di senso” e dunque se non ce lo formiamo da noi questo senso attraverso il legame sociale e il riconoscimento reciproco, necessariamente ci viene imposto dall’alto in un crescendo di modalità sempre più aberranti: da parte di un “sistema” finanziario, militare e comunicativo che sta rendendo tossica, non solo in senso metaforico, l’aria che respiriamo ogni giorno. Pensiamo sia questa la nuova frontiera dello scontro e del conflitto nei piccoli come nei grandi spazi del mondo che attualmente noi come umanità dolente abitiamo, per «una società più ricca di vita collettiva» come immaginava e per cui lottava Gramsci.
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