IL RUOLO DEI PAESI SCANDINAVI NELLA COLONIA EUROPEA da INTERFERENZA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL RUOLO DEI PAESI SCANDINAVI NELLA COLONIA EUROPEA da INTERFERENZA

Il ruolo dei Paesi scandinavi nella colonia europea

Pier Paolo Caserta • 18 marzo 2024 

Il recente caso della Danimarca, che prolunga la durata del servizio militare obbligatorio e lo estende anche alle donne, mostra bene dove vadano a parare le “pari opportunità” messe al servizio della propaganda di normalizzazione della guerra. E può mostrare anche, in aggiunta, come si sia ottenuta una decisa stretta ideologica dell’Europa, nella quale i paesi scandinavi svolgono un ruolo preciso. Per paesi culturalmente scandinavi, con caratteri piuttosto omogenei, bisogna intendere la Danimarca, la Svezia e la Norvegia, mentre la Finlandia, che rientra geograficamente nella penisola scandinava, presenta dal punto di vista culturale alcuni tratti autonomi, che diventano molto marcati e distintivi sul piano linguistico. Anche la Finlandia, comunque, gioca un ruolo chiave nella partita dell’allineamento dell’Europa alla pessima versione dell’atlantismo in voga. Da questo punto di vista, la Scandinavia si rivela una efficace cinghia di trasmissione e rinforzo dell’atlantismo nella colonia Europa, al punto che l’entrata della Finlandia e della Svezia nella Nato deve essere considerata l’esito finale di un più lungo processo di avvicinamento e compattamento ideologico.

Nella decisione di rendere il servizio militare obbligatorio anche per le donne, a partire dal 2026, la Danimarca è seguita alla Svezia e alla Norvegia. La leva obbligatoria passa da 4 a 11 mesi e inoltre la coscrizione riguarderà ora anche le donne.

Storicamente la guerra combattuta è sempre stata quasi esclusivamente appannaggio degli uomini. Ovviamente ogni tentativo di sostenere che la spiegazione di ciò dovrebbe essere ricercata nella maggior aggressività dei “maschi” è ridicolo e sessista; e trova, per altro, immediata smentita nella lunga schiera di donne di potere o guerrafondaie del passato come del presente. Chiunque sia non sessista in tutte le direzioni, comprende bene che il militarismo e la sete di potere, esattamente come l’intelligenza, sono caratteristiche individuali, non del sesso. Il motivo dell’esclusiva maschile della guerra combattuta costituisce, piuttosto, un aspetto della divisione sociale del lavoro fondato in senso storico originario sulla sproporzione della forza fisica tra i due sessi. Non è un caso se, nell’attuale cornice ideologica che ha i suoi architravi nel femminismo neoliberale e da ultimo nel transumanesimo, si pretende di ignorare la diversità nella forza fisica, cioè un dato di natura oggettivo perché biologico, in nome dell’equiparazione astratta tra i sessi al centro dell’ideologia neoliberale. Proseguendo su questa logica, del resto, il transumanesimo predica appunto il superamento della corporeità. Nell’auspicata fusione tra l’uomo e la macchina, la corporeità e l’identità sessuale sono un ostacolo del quale ci si può e ci si deve sbarazzare. Tant’è vero che anche alcune femministe accorte si sono rese conto delle conseguenze dis-umanizzanti che si nascondono dietro alla de-sessualizzazione perseguita dal trans-umanesimo.

Così, invece di ragionare sulle vie per raggiungere la pace, invece di investire sulla difficile strada della cooperazione nel mondo multipolare in via di definizione, l’Europa preferisce creare le premesse per ingrossare il reclutamento di massa. Le pari opportunità si legano strettamente alla militarizzazione in corso, di cui rappresentano un valido ombrello ideologico. Da anni le spese militari occupano una quota crescente del bilancio dei principali Stati europei, che allo stesso tempo disinvestono nella scuola e nella sanità, colonizzate da quelle stesse logiche che spingono alla guerra.  Come se non bastasse, l’UE sta compiendo passi significativi verso l’unificazione della difesa e in particolare, in prima battuta, della produzione militare. Mentre la colonia Europa è impantanata in un conflitto contro la Federazione russa voluto soprattutto dagli Stati Uniti; e mentre sono stati profusi sforzi propagandistici enormi per presentare il razzismo occidentale (prima islamofobo, poi russofobo, sempre anti-palestinese) come difesa della democrazia liberale e dei suoi valori, tra i quali spiccano appunto il femminismo neoliberale e la parità di genere, vuoi che le donne non debbano entrare direttamente in una partita nella cui costruzione mediatica sono state usate come pedine essenziali? Con il Partito democratico che, in vista di una probabile sconfitta contro Trump nelle elezioni presidenziali del prossimo novembre, non sa bene che pesci prendere sulla guerra in Ucraina, gli Stati Uniti mettono in conto di scaricare in misura crescente gli oneri di una intensificazione del conflitto su una colonia europea gonfia di russofobia e armata fino ai denti.

Vengo ora brevemente al secondo punto evocato in partenza: il modello scandinavo come cinghia di trasmissione nella colonia europea dell’ultra-atlantismo e del neoliberalismo. Tale ruolo si rende utile perché proprio i paesi dell’Europa mediterranea presentano delle sacche di resistenza che hanno radici storiche, culturali e geopolitiche. Si vedano in proposito i buoni rapporti che proprio l’Italia ha saputo in passato coltivare sia con il mondo arabo che con la Russia.

Sono legato ai paesi scandinavi, e in modo particolare alla Danimarca, da ragioni personali e di formazione. Ho trascorso a Roskilde, la più antica capitale danese, situata a poche decine di chilometri da Copenaghen, due semestri di studio a cavallo della laurea; un’esperienza che mi ha lasciato un segno profondo, al punto da spingermi prima ad avviare lo studio della lingua danese, poi ad approfondirla fino a diventare traduttore di una lingua non comunemente studiata in Italia. Mi restano molti ricordi straordinari che difficilmente potrei racchiudere in breve. Posso solo provare ad andare in ordine sparso. L’ottimo clima relazionale sul lavoro. La splendida biblioteca reale di Copenaghen. L’eleganza che profuma di partenze del quartiere di Nyhavn. La luce arancione sempre obliqua, quasi soffusa. La simbiosi viscerale dei danesi con il bosco. Le lunghe e tranquille passeggiate in bicicletta.

Di sicuro i paesi scandinavi hanno sempre subito l’influenza del modello culturale degli Stati Uniti, percepibile anche nei sistemi di istruzione. Forse negli ultimi tre decenni il ferreo individualismo, agli antipodi della solidarietà e della centralità della famiglia dei paesi mediterranei (che da noi svolge funzioni di supplenza dello Stato nel campo della solidarietà sociale), e da sempre al centro dell’etica nordica, si è prestato alla deriva individualista orizzontale nel senso deteriore del neoliberalismo. Non penso si trattasse di un esito inevitabile. La difesa dell’individuo, nelle sue versioni migliori, ha prodotto alti risultati, quali si riflettono da una parte nella grande filosofia della singolarità di Kierkegaard, (una reazione contro l’invadenza del “sistema” hegeliano che rendeva gli individui subalterni), dall’altra nella conquista dei diritti al centro dell’azione politica delle socialdemocrazie (quando erano ancora degne di questo nome), possibile quando l’invalicabilità della dignità individuale trova radicamento nell’idea di collettività.

Penso, invece, che l’egemonia atlantista e politicamente corretta abbia reso tutto peggiore, esaltando gli elementi ad essa più compatibili nell’individualismo nordico. I Paesi scandinavi hanno cifre da record sulla disforia di genere (percepire come proprio un genere diverso dal sesso biologico) tra i ragazzi nella fascia compresa tra i 13 e i 17 anni. Le diagnosi sono aumentate in modo esponenziale negli ultimi quindici anni. Il fenomeno è stato agevolato, tra l’altro, da una legislazione favorevole ad anticipare l’età del consenso per accedere ai trattamenti chirurgici per la transizione di genere. Si tratta, come si vede, di uno sviluppo verso il quale l’individualismo nordico in certo modo poteva orientarsi o comunque essere ricettivo. Ma l’impatto dirompente è avvenuto al punto di incontro con l’ideologia mercantile, globalista, neoliberale e politicamente corretta che è penetrata in profondità proprio nelle società europee economicamente più avanzate. Proprio la socialdemocrazia, ormai sinistra di sistema, ha offerto ampia e utile sponda.

Insomma non mancano i segnali che testimoniano come la via imboccata non costituisca affatto un mondo perfetto.

Eppure, Il modello scandinavo esercita una indubbia attrattiva sui semi-colti italiani, dai quali è visto come somma virtuosa di tutti quelli elementi che mancherebbero alla sempre disgraziata Italia: educazione, rispetto delle regole, standard di vita elevati come diretta e meritata conseguenza ecc.. Questo schema si basa su una grossa semplificazione e difatti si accompagna alla mancanza di conoscenza della realtà scandinava, della sua storia e dei contesti specifici, ma pazienza: il modello tiene lo stesso, alimentato tra l’altro dalla diffusa propensione nazionale all’autorazzismo esterofilo, per cui gli altri non possono che essere migliori. Si aggiunga, ovviamente, proprio la “parità di genere”, altro tassello immancabile e risultato continuamente esibito della superiore civiltà scandinava. E quindi?

E quindi tutti alla guerra per procura. Uomini e donne finalmente parificati in armi!

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