IL REALISMO DELL’UTOPIA da VOLERELALUNA
Il realismo dell’utopia
Livio Pepino 20-09-2026
1. La gravità della situazione in cui viviamo è assai maggiore di quanto comunemente si dica. La democrazia, come l’abbiamo conosciuta nella modernità, non esiste più: è obsoleta, superata, irreale. I valori a cui fa riferimento (uguaglianza, dignità, partecipazione) restano validi ma sono privi di una credibile incarnazione istituzionale; il loro contenitore è andato irrimediabilmente in pezzi. Non è una crisi – contingente seppur grave – ma qualcosa di più profondo e definitivo. Lo sintetizza in modo icastico Marco Revelli: «Come sonnambuli continuiamo ad applicare lo stesso nome a una cosa che non esiste più, senza accorgerci della metamorfosi radicale che sta di fronte a noi» (La democrazia è antiquata, Laterza, 2026, p. 4). Non è un’analisi eccessiva o catastrofista ma la descrizione fedele della realtà sol che la si guardi con occhi sgombri da pregiudizi ideologici: la guerra è, secondo tutte le rilevazioni, invisa alla stragrande maggioranza dei cittadini del mondo ma è praticata in maniera crescente e con il consenso pressoché unanime della politica; le 12 persone più ricche del mondo sono più ricche di gran parte degli stati e di metà della popolazione del pianeta (oltre 4 miliardi di donne e di uomini); le elezioni, dove ancora si tengono, sono sempre più frequentemente truccate grazie a sistemi di voto che falsano la rappresentanza o da vere e proprie manipolazioni e, in ogni caso, i costi delle campagne elettorali sono tali da restringere la competizione a una ristretta élite espressione dello stesso potere economico; i cambiamenti climatici, con i loro esiti devastanti, sono avvertiti dalla maggioranza degli abitanti del mondo come il pericolo più rilevante dopo la guerra ma questa percezione non supera la soglia dei Parlamenti e dei governi. Si potrebbe continuare a lungo ma tanto basta a dimostrare che le democrazie reali (come il socialismo reale di ieri) hanno tradito i valori che avrebbero dovuto promuovere e garantire. Il popolo e il potere hanno imboccato strade diverse e divergenti; la democrazia è deperita da governo di tutti, in governo dei più, per diventare poi governo dei meno fino a sganciarsi totalmente da coloro che dovrebbe rappresentare. Il riferimento non è la democrazia realizzata, che non esiste e non è mai esistita, ma, più realisticamente, il percorso teso alla sua realizzazione. Ebbene, questo percorso si è interrotto. Senza possibilità di ripresa, almeno a quanto è dato vedere. Perché l’abbandono è conseguenza di mutamenti profondi intervenuti nella società che hanno cancellato lo stesso homo democraticus dando la stura all’individualismo più sfrenato e alla sostituzione della partecipazione con la delega e un consenso drogato.
Se è così – ed è difficile negare che lo sia – la conseguenza è inevitabile. Per inverare i valori sottesi alla democrazia è necessaria una rivoluzione culturale, a partire dal basso, dai margini, da chi è vittima del sistema che impropriamente continuiamo a chiamare “democrazia”. Ma una rivoluzione richiede una lunga incubazione e una trasformazione profonda dell’agire politico. In questo processo – per fare un solo esempio – è più importante, in una città, costruire una casa del popolo attiva e frequentata, nella quale si ristabiliscano rapporti umani significativi, che conseguire una vittoria elettorale compromissoria. Non è, del resto, una novità: è stata la pratica del mutualismo di fine Ottocento e primo Novecento che ha innervato la democrazia in senso sostanziale. Per noi – di Volere la Luna – la cosa è pacifica, tanto da averla scritta nel preambolo del nostro statuto laddove si propone «quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi. E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici».
2. Lo scenario, peraltro, non si esaurisce qui. Anche il quadro di riferimento quotidiano, istituzionale e culturale, sta peggiorando con velocità crescente, a livello planetario e a livello nazionale ed è esposto a ulteriori peggioramenti. In Italia saremo chiamati, tra un anno o forse meno, a votare e il rischio di una nuova vittoria della destra (accresciuto dal sistema elettorale che si delinea) è estremamente elevato. Con una certezza: se dovesse vincere l’asse Meloni-Salvini-Vannacci (di assai probabile ricomposizione nonostante le scaramucce tese a definire i rapporti di forza interni) la nostra forma di Stato e di governo – quella disegnata dalla Costituzione del 1948 e tuttora vigente pur se, in molta parte, svuotata dall’interno – sarebbe travolta. E la destra eversiva disporrebbe non solo del Governo ma anche della Presidenza della Repubblica, della Corte Costituzionale, del Consiglio superiore della magistratura e di tutta la costellazione di enti pubblici economici e culturali (oltre che del sistema informativo). Contrastare questo disegno è, evidentemente, una priorità assoluta e va fatto subito. Ciò sta portando a un susseguirsi di proposte per un’iniziativa politica forte, nei prossimi mesi, per scongiurare, insieme alla altre forze di opposizione, una nuova vittoria della destra.
3. Sta qui il problema in cui siamo bloccati: che fare per contenere l’avanzata della destra senza indebolire (in quantità, in qualità e in credibilità) l’impegno di lungo periodo? Il realismo ci dice che la quadratura del cerchio non è possibile e che non esistono soluzioni salvifiche. Forse può aiutare, nell’affrontare la situazione contingente, il ricorso a una categoria dell’agire sociale: quella della riduzione del danno. Ma andiamo con ordine. Le proposte, nel dibattito (e anche nell’organizzazione) della sinistra “alternativa”, sono – come sempre – molte e per lo più e suicide.
È tale l’ennesimo tentativo di costruire un soggetto politico-elettorale espressivo di quell’area della sinistra. La somma dei precedenti fallimenti (altra volta impietosamente elencati)non porterà certo a un successo e continuare in un inutile accanimento terapeutico non solo è improduttivo ma demotiva e allontana ulteriormente dalla politica quelli che si vorrebbero coinvolgere (e che sono stati partecipi di un’esperienza, costruita sui contenuti, come quella del referendum sulla giustizia). Egualmente impraticabile, oggi, è il tentativo di entrismo in una delle forze di centro sinistra. Lo è per le caratteristiche estremamente pregiudicate di quelle forze e per l’esperienza recente: in particolare quella delle elezioni europee nelle quali le candidature “esterne” nelle liste di Pd e Avs si sono rivelate strumentali, utili per raccattare qualche voto in più ma inidonee a spostare anche di pochissimo gli equilibri politici. È una strada praticata altrove, per esempio negli Stati Uniti, e non escludo affatto che possa essere pagante in un futuro più o meno prossimo ma solo in condizioni diverse, create nei territori, magari anche in momenti elettorali. Suicida sembra a me anche la terza ipotesi sul tappeto, sostenuta da molti anche a me vicini: quella della creazione di un moderno Comitato di liberazione nazionale. Ce ne sarebbe bisogno ma le controindicazioni sono molte: manca un’idea – anche una sola – unificante, come c’era durante la Resistenza. La stessa valutazione del Governo della destra è diversa tra le forze che dovrebbero comporre questo fronte e lo è soprattutto per quanto riguarda il tema oggi fondamentale e dirimente: la guerra. Aggiungo che, anche per questo, una proposta siffatta sarebbe priva di ogni appeal nei confronti di quei giovani e di quei marginali che si vorrebbe riportare al voto.
Non per questo ci si deve rassegnare a sedersi sul bordo del fiume aspettando che passi il corpo del nemico (immagine, tra l’altro, che non mi piace). Una strada c’è, seppur – lo ripeto – non decisiva, che consente di salvaguardare il patrimonio di credibilità conquistato negli anni e di non astrarsi in modo elitario dall’esistente. È una grande iniziativa politica, magari accompagnata dalla costruzione di una rete che non partecipi direttamente alle elezioni ma immetta nel dibattito che le precede alcuni temi (pochi e non esaustivi ma fondamentali) sfidando, sul punto, le forze politiche del centro sinistra anche con l’affermazione esplicita che il sostegno nel voto sarà condizionato dalle loro risposte. I temi sono nelle cose. Il principale (senza il quale tutti gli altri sono destinati a soccombere) è il rifiuto di ogni forma – diretta o indiretta, nazionale o europea – di aumento delle spese militari e di sostegno a chi lo persegue (posto che il riarmo prepara nuove guerre, potenzia lo status quo e sottrae risorse alle politiche tese a promuovere uguaglianza e dignità delle persone). Altrettanto chiari sono gli ulteriori obiettivi immediati e prioritari: a) l’adozione di interventi finalizzati ad arrestare il collasso climatico, anzitutto potenziando le fonti energetiche alternative (con rinuncia a ogni ipotesi di nucleare); b) l’introduzione di misure tese a ridurre le disuguaglianze (un sistema fiscale progressivo con aliquote molto alte per le ultime fasce verso l’alto, il salario minimo, un nuovo reddito di cittadinanza e il potenziamento del welfare, in particolare della sanità); c) una politica migratoria accogliente; d) un sistema elettorale proporzionale senza correttivi.
C’è, in questo progetto, un’opzione politica di fondo: quella secondo cui le elezioni non si vincono al centro, inseguendo i “moderati” ma riportando al voto i milioni che se ne sono andati. E c’è la necessaria coerenza con il progetto a medio e lungo termine di ricostruzione della società. Non è risolutivo ma è, oggi, l’unico possibile.
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