IL PROGRESSISMO LATINOAMERICANO AGITA L’ESTREMA DESTRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL PROGRESSISMO LATINOAMERICANO AGITA L’ESTREMA DESTRA da IL MANIFESTO

La nuova ondata progressista latinoamericana agita l’estrema destra

VII VERTICE CELAC. Oggi a Buenos Aires la Comunità di Stati americani e caribegni accoglie Lula e punta al rafforzamento delle politiche di integrazione del subcontinente. Golpisti, liberisti ed estrattivisti vari si mobilitano contro «il pericolo comunista» e sognano l’Iberosfera

Roberto Livi  24/01/2023

La prossima manifestazione dell’estrema destra latinoamericana è programmata per oggi martedì 24 gennaio , quando a Buenos Aires inizia il VII Vertice della Comunità di Stati americani e caribegni (Celac ), presieduta dal capo di stato argentino Alberto Fernández. Il rientro del Brasile – dopo la defezione voluta da Bolsonaro – con la presenza del presidente Lula conferisce a questa Comunità di 33 paesi della regione il ruolo di spina dorsale della oleada progresista che ha di nuovo tinto di rosa gran parte dell’America, dal Messico all’Argentina, passando per Honduras, Cuba, Venezuela, Colombia, Bolivia, Brasile e Cile.

Il centro della discussione sarà infatti il rafforzamento delle politiche di integrazione del subcontinente latinoamericano per presentarsi come interlocutore sovrano rispetto al Nord del continente, Usa e Canada. Si tratta di un progetto che ha avuto come promotori il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador e quello argentino Alberto Fernández e recentemente presentato dal primo nel Vertice dell’America del Nord tenutosi a Città del Messico. Messa da parte la componente più ideologica dell’antimperialismo – l’ex vicepresidente boliviano García Linera parla di «un progressismo di bassa intensità» – i dirigenti della nueva oleada pretendono però che Washington rinunci alla politica di ingerenza (e di cambio di governi non graditi) in base alla dottrina Monroe, rimessa al primo posto nella politica verso il sud del Rio Bravo dall’ex presidente Trump.

Il successo di questa linea nella Celac tende anche a rafforzare il ruolo dell’Argentina e del presidente Fernández nella prospettiva delle difficili elezioni presidenziali e generali del prossimo 22 ottobre. La destra continentale ritiene l’Argentina l’anello debole dello schieramento avversario, forzando il quale potrà iniziare una riscossa continentale contro «l’espandersi del socialismo» nell’America latina. Insomma si propone di ripetere quanto accadde nel 2015 con l’elezione a presidente del rappresentante della destra, Maurizio Macri, che propiziò il ruolo dell’Argentina come punta avanzata dell’inversione di tendenza rispetto alla prima marea progressista, iniziata con – e influenzata dalla – presidenza di Hugo Chávez in Venezuela nel 1998.

L’attacco contro il rafforzamento della Celac e soprattutto per contrastare l’avanzata socialista, secondo l’analista Katu Arkonada, è stato preparato lo scorso novembre in una riunione in Messico «dell’estrema destra più grande del mondo», la Conferenza politica di Azione conservatrice, guidata dall’ex capo di gabinetto di Trump, Steve Bannon. Vari dei partecipanti, afferma Arkonada, «hanno avuto un ruolo importante nel golpe parlamentare contro Pedro Castillo in Perù, nel golpismo bolivariano guidato da Fernando Camacho in Bolivia e nell’attacco alla democrazia attuato a Brasilia dai seguaci di Bolsonaro».

Dalla “rimonta conservatrice” guidata dall’argentino Macri, però, molta acqua è passata sotto i ponti. Secondo Eduardo Lucita (del gruppo Economistas de Izquierda) le nuove destre radicali latinoamericane sono legate all’estrema destra europea, in primis alla spagnola Vox. Abascal e altri dirigenti di quest’ultima sono stati al centro di una larga catena di riunioni e fori in internet per costruire una sorta di internazionale reazionaria che definiscono Iberosfera, con una evidente nostalgia del passato coloniale spagnolo. Il fattore ideologicamente aggregante è «il pericolo comunista (…) in una regione sequestrata da regimi totalitari di ispirazione comunista, appoggiati dal narcotraffico, sotto l’ombrello di Cuba» . Una sorta di manifesto delle destre latinoamericane al quale hanno aderito Eduardo Bolsonaro (Brasile), Keiko Fujimori (Perù), José A. Kast (Cile) e Javier Milei (Argentina). Tutti leader garanti di politiche neoliberiste estrattiviste.

La critica contro il «marxismo culturale» – causa «della degradazione dei valori occidentali» – è il terreno di confronto eletto per vuotare di contenuto i conflitti di classe. Per queste destre «tutte le lotte, siano sociali, economiche o politiche vengono configurate come conflitti culturali». In base a una sottocultura che «è la contropartita della decadenza sociale imposta da decadi di politiche neoliberali». Ma che fa breccia nella ribellione giovanile contro la mancanza di alternative di vita che porta a criticare la «casta politica» e anche «il sistema» di democrazia liberale.

Anche se sconfitte in recenti elezioni (Perù, Colombia, Brasile), queste destre hanno mantenuto un forte zoccolo duro, che in Brasile supera il 40%. Sono forti e stabili, ma non avanzano. Però, secondo l’analisi dell’uruguagio Raúl Zibechi, sia l’assalto ai centri del potere politico a Brasilia, sia la feroce repressione in corso in Perù, indicano che a fianco di queste destre si schierano i vertici militari. Non per attuare golpes, ma per diventare «i guardiani dell’estrattivismo in America latina».

Scrive Zibechi che «Lula è messo in un angolo dall’alleanza militar-imprenditoriale che non vuole abbatterlo, ma imporgli condizioni». La prima è di «mantenere l’Amazzonia sotto controllo militare, organizzando e garantendo l’attività estrattiva, sia legale che illegale». Insomma, la sinistra latinoamericana deve rendersi conto che « il vero potere sono i militari… che non si assoggetteranno alla (inesistente) “legalità democratica”».

Nella più antica università delle Americhe è la barbarie

PERÙ. Polizia all’assalto dei manifestanti ospitati nell’ateneo di Lima: scene da una dittatura. Umiliati, picchiati e arrestati per 24 ore in 200. «Toma» della capitale, oggi si replica

Claudia Fanti  24/01/2023

Scene da una dittatura: un carro armato che sfonda il cancello dell’Università San Marcos a Lima; circa 400 agenti della polizia anti-sommossa, appoggiati da forze speciali e blindati, che entrano nel campus sparando e lanciando gas lacrimogeni pur senza incontrare resistenza.

QUASI 200 I MANIFESTANTI arrestati arbitrariamente e condotti senza spiegazioni alle sedi della Dirección contra el Terrorismo e della Dirección de Investigación Criminal; uomini e donne fatti sdraiare a terra a faccia in giù e con le mani legate dietro la schiena, colpiti e umiliati.

È la barbarie, quella di cui sta dando ripetutamente prova il governo di Dina Boluarte, contro la civiltà, quella rappresentata dall’Universidad Nacional Mayor de San Marcos, la più prestigiosa del paese e la più antica d’America (la sua fondazione è datata al 1548), dove, da mercoledì scorso, avevano trovato accoglienza oltre 600 manifestanti giunti nella capitale da Cusco, Puno, Arequipa, Abancay e Vraem (la Valle dei fiumi Apurimac, Ene e Mantaro) per partecipare alla «toma de Lima» o Marcha de los cuatro suyos.
Era successo già il 21 maggio del 1991, proprio sotto una dittatura, quella di Fujimori, il quale aveva ordinato all’esercito di entrare nelle università di San Marcos e La Cantuta per cancellare ogni traccia di sovversione.

E SI È RIPETUTO, con il pretesto dello stato d’emergenza, sabato scorso, sotto un governo che si sostiene sulle forze armate e sulla destra fujimorista, ormai considerato dalle forze che lo combattono come una dittatura civico-militare-imprenditoriale.
Dopo 30 ore, accese polemiche e una violenta repressione dei manifestanti che chiedevano il loro rilascio, 192 delle 193 persone arrestate durante l’operazione sono state liberate (ne è stata trattenuta una su cui grava una precedente denuncia), ma le immagini dell’illegale irruzione, senza ordine giudiziario e senza la presenza della Defensoría del Pueblo o della Procura, hanno ulteriormente aggravato la crisi politica in atto.

Né è bastata la spiegazione da parte del Ministero dell’Interno che la polizia era intervenuta a seguito di una denuncia delle autorità universitarie – riguardo a un’aggressione al personale di sicurezza e a un furto di attrezzatura da parte di un gruppo di manifestanti – per giustificare, per esempio, il divieto ad avvocati, difensori dei diritti umani e parlamentari di sinistra ad accedere alla città universitaria per vigilare sull’integrità dei detenuti.

DI «GRAVISSIMA VIOLAZIONE dei diritti» ha parlato non a caso l’avvocato costituzionalista Omar Cairo, evidenziando come, «di fronte alla repressione brutale e all’incapacità di governare della presidente», l’unica soluzione sia la sua rinuncia. Mentre la Coordinadora Nacional de Derechos Humanos ha presentato una denuncia contro il ministro dell’Interno Vicente Romero e il comandante generale della polizia Raúl Alfaro Alvarado.

È intervenuta anche la Commissione interamericana dei diritti umani, esprimendo la sua preoccupazione per quanto avvenuto ed esortando «con urgenza lo stato a rendere conto dei fatti». Anche se non è certo solo di questo che deve rendere conto la presidente, responsabile di un numero di morti (più di 60) e di feriti (più di 1.200) di gran lunga superiore a quello dei suoi giorni al governo (45).

MORTI E VIOLENZE – girano sulle reti sociali video con immagini impressionanti della repressione – non fermano tuttavia le proteste, ancora in corso in almeno 12 delle 24 regioni del Perù, con particolare intensità a Puno, Cusco, Arequipa e, ovviamente, nella capitale, dove sono in arrivo altri gruppi di manifestanti. «Se non lottiamo ci massacrano ugualmente», spiegano.

E mentre i blocchi stradali in tutto il paese sono ancora un centinaio, una nuova marcia nazionale, nel quinto giorno della «presa di Lima», è stata convocata per oggi dalla Confederación General de Trabajadores del Perú.

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