IL POTERE, LE GUERRE, LE VITTIME da ARAGNOBLOG e AZIONENONVIOLENTA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL POTERE, LE GUERRE, LE VITTIME da ARAGNOBLOG e AZIONENONVIOLENTA

Centomila omicidi di Stato

05/11/2022 giuseppearagno

Mentre siamo parte attiva in una guerra e in piazza si chiede la pace, è a dir poco singolare: dopo un secolo, la nostra repubblica parlamentare, che ha tra i suoi principi fondamentali il ripudio della guerra, celebra ancora un conflitto nel quale ci trascinò a tradimento un re criminale con un patto segreto ignorato dal Parlamento. Un conflitto feroce e insensato, un’infamia, universalmente nota come «inutile strage». Se è vero che le parole non sono mai neutre e pesano come sassi, forse non c’è segnale più raccapricciante dello stato di coma profondo in cui versano le Istituzioni, che la parola utilizzata in netto contrasto col dettato costituzionale: celebrare vuol dire esaltare, glorificare, ricordare festosamente; una parola, quindi, che fa riferimento a un vanto, a un moto di orgoglio, a una lezione positiva da impartire ai giovani del nostro tempo.
Ma che c’è da celebrare un secolo dopo la «Grande Guerra»? L’indecente voltafaccia nei confronti di antichi alleati, aggrediti oltre i loro confini, benché ci avessero offerto Trieste e Trento per le quali dicevamo di voler fare la guerra? La lezione di tradimento e di violenza? Il Parlamento posto di fronte al fatto compiuto e subito messo in mora? Che degno ricordo celebriamo? La democrazia sospesa e le decimazioni? I giovani mandati al macello coi berretti di feltro in attesa degli elmetti, o la stoltezza feroce di Cadorna e dei suoi generali? Come facciamo a dimenticare i socialisti e gli anarchici mandati nelle missioni dove più certa era la morte? E i soldati uccisi dai carabinieri pronti a sparare a chi fuggiva terrorizzato? Perché si tace dei centomila nostri prigionieri considerati disertori e abbandonati a se stessi, in mano a un nemico che stentava ad alimentare i suoi uomini al fronte e uccisi dalla fame e dal freddo nei campi di prigionia? Perché non raccontiamo ai giovani l’inaudita ferocia delle nostre classi dirigenti?
Sarebbe giusto farlo, ma è un ricordo incompatibile con la parola «celebrare». Se a uno studente fai oggi i nomi di Mauthaushen e Theresienstandt, nel migliore dei casi ti parlerà degli eccidi nazisti. Nessuno ti dirà che trent’anni fa, in un libro ignorato, che meriterebbe di essere indispensabile sussidio nello studio dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Giovanna Procacci ci rivelò, senza temere smentite, che in quei luoghi finirono ammassati 600.000 nostri soldati che si erano arresi al nemico e furono tutti considerati traditori. Una inconfutabile documentazione d’archivio e le lettere dei militari sequestrate dalla censura narrano – evidentemente invano – l’eccidio voluto dal nostro Paese in nome dell’amor patrio: centomila uomini morti di fame e di freddo perché i Governi sapevano ma non vollero aiutarli *.

«È un affare molto serio», scriveva un ufficiale da Berna; «bisogna, anzitutto premettere che i tedeschi, non avendo ormai più niente da mangiare, non possono dare maggiormente ai prigionieri. Questi disgraziati, se non sono ufficiali, sono costretti ad un lavoro di 12-14 ore al giorno, sono condannati ad una morte molto più certa che quando erano sul fronte. Creda che questa non è esagerazione. Ne ho visto e ne ho interrogato. So di un sergente il quale ha dato le sue scarpe nuovissime per qualche biscotto. Quello lì aveva potuto conservarsi le scarpe. Quasi tutti gli italiani sono stati spogliati ed hanno dovuto passare l’inverno senza scarpe e talvolta senza cappotto. Il numero dei disgraziati, i quali non vedranno mai più il sole di Italia sarà enorme. Bisogna dunque che la Patria assista i suoi prigionieri, […] che l’Italia faccia in ogni campo dove saranno internati sudditi italiani degli invii collettivi di biscotti e altri viveri, che vengono poi distribuiti dal Comitato scelto nei prigionieri, il quale deve essere costituito in ogni campo. Questo è l’unico rimedio perché: 1°) non si otterrà mai che la Germania dia da mangiare ai prigionieri poiché i tedeschi stessi crepano di fame. 2°) le autorità quando non favoriscono il furto, chiuderanno sempre gli occhi sulla disparizione dei pacchi postali individuali».

Generali e politici non ascoltarono e si sa bene il perché: più affamati e disperati erano i prigionieri, più se ne condannavano a morte, più si scoraggiava la diserzione dei combattenti. Un nome di questa scelta disumana, fu fermata la Croce Rossa e tutto fu coperto da una propaganda nazionalista così ben orchestrata, da rendere ciechi persino i genitori dei nostri infelici soldati.
Prigioniero a Theresienstadt in Boemia, così il 5 agosto 1916 un soldato scriveva al padre:

«Non mi degno più chiamarvi caro padre avendo ricevuto la vostra lettera oggi dove lessi che era meglio fossi morto in guerra, e che ho disonorato voi e tutta la famiglia. Tutti parlano male di me. Perché capisco che non sentite più l’amor filiale, non sentite altro che l’amor patrio e pel vostro Re. Perciò d’ora in poi sarò il vostro più grande nemico, e non più il vostro Domenico. Vi ringrazio di tutto cuore, ma non mandatemi più nulla. Addio. Sapete che a scrivere non so tanto; ma sono mie parole lo stesso».
Pochi mesi dopo, da Mauthausen, un altro prigioniero scriveva alla mamma:

«Mia cara madre, ho ricevuto la vostra […]. Il contenuto di essa, riguardante la mia disgrazia mi ha recato dolore ed anche pianto. Mamma, io sono innocente, ve lo confesso con ampia sicurezza, perché la mia coscienza me lo dice e me lo rafferma. Sono libero da ogni rimorso […], ho gran fede in Iddio perché lui riconoscerà la mia innocenza e mi aiuterà nella lotta che sosterrò al mio ritorno. Si, al mio ritorno, dico, perché io verrò, verrò a giustificare la mia ingiusta accusa.
Anziché rinunciare la mia patria desidero anche ingiustamente soffrire la condanna. […] State tranquilla mamma perché vostro figlio non vi ha disonorato».

Per gli infelici proletari prigionieri, non si trattava solo di difendere la dignità e la vita, ma di fare i conti con terribili sensi di colpa: essi sapevano infatti, che la resa al nemico, benché inevitabile, era ricaduta sulle famiglie, già private delle loro braccia. «ti hanno levato il sussidio», scriveva al padre un contadino pugliese il 16 febbraio del 1918, ma

«sono grandi vigliacchi perché io quando fui fatto prigioniero fu colpa del mio tenente e non è colpa mia, e poi noi fummo fatti prigionieri in 32 soldati e caporali e 2 sottotenenti come fanno a dire che io sono disertore?».

Lettere mai giunte ai familiari e per fortuna conservate in archivio. Lo sanno in molti: celebrare la guerra non è una scelta nobile. Celebrare questa guerra, con 100.000 omicidi di Stato su 600.000 caduti, è un’autentica vergogna.

* Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Editori Riuniti, Roma, 1993.

Centenario del milite ignoto e riabilitazione dei fucilati durante la grande guerra

 Francesco Cecchini Nov 4, 2021

Fu il colonnello Giulio Douhet, poi diventato generale, nel 1920, a volere che il governo italiano ricordasse i 600.000 soldati caduti in guerra. Va detto che il generale Douhet era stato molto critico come gli alti militari italiani, a partire dal generalissimo Luigi Cadorna, poi destituito dopo Caporetto nell’ autunno del 1917, avevano condotto la guerra. Per il colonnello Giulio Douhet il Milite Ignoto doveva testimoniare di una vittoria ottenuta non grazie alla guida dei vertici dello Stato italiano ma malgrado essi e grazie proprio ai soldati.

Nell’ambito delle celebrazioni per il centenario del Milite Ignoto una lapide è stata posta nel Vittoriano alla presenza del sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè, con scritto che va reso onore ai soldati fucilati durante la Grande Guerra. Furono oltre 750 le vittime del militarismo ad opera di sentenze dei tribunali speciali che si adeguarono alle circolari di Luigi Cadorna che imponeva esecuzioni per l’esempio.

La senatrice Tatjana Rojc, che aveva depositato un disegno di legge recante Disposizioni per la riabilitazione storica degli appartenenti alle Forze armate italiane condannati alla fucilazione dai tribunali militari di guerra nel corso della prima Guerra mondiale, commentando la posa di una targa commemorativa a Roma al Vittoriano, dedicata anche ai militari italiani fucilati nel corso della Prima Guerra mondiale, ha così commentato: “Con l’apposizione della lapide al Vittoriano è stato fatto un primo e significativo passo verso la riabilitazione di centinaia di ragazzi italiani fucilati ingiustamente per mano amica, per reati mai commessi. La ricorrenza del centenario della traslazione della Salma del Milite Ignoto all’Altare della Patria rende il gesto altamente simbolico, dando seguito a quanto disposto dalla Risoluzione della commissione Difesa del Senato, presieduta dall’ on. Pinotti, approvata con il concorso di tutti i gruppi parlamentari il 10 marzo scorso“.

Al di là di queste considerazioni, ciò che fa riflettere è che l’Italia è forse l’unico tra i grandi Paesi europei che parteciparono alla Prima guerra mondiale a non aver ancora preso posizione sulle fucilazioni avvenute durante il conflitto, con una legge nazionale. Per esempio il 21 maggio 2015 venne approvato alla Camera venne approvata la legge Scanu, Zanin e Basilio che prevedeva la riabilitazione dei fucilati. Questa legge fu poi completamente modificata in Senato trasformando i riabilitati in perdonati.

A livello regionale le cose vanno meglio:
Il Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato una proposta di legge per riabilitare quei soldati italiani fucilati all’interno dei suoi attuali confini durante la Prima guerra mondiale, per ordine dei tribunali militari straordinari. Inoltre ha istituito una ”Giornata regionale della restituzione dell’ onore” ogni primo luglio in ricordo della fucilazione di quattro alpini — Basilio Matiz, Silvio Gaetano Ortis, Giovanni Battista Coradazzi e Angelo Primo Massaro, avvenuta a Cercivento, nella Carnia, nel 1916. I quattro furono condannati a morte dopo un breve processo sommario per essersi rifiutati di eseguire l’ordine di conquistare la cresta di una collina in pieno giorno, un’impresa praticamente suicida visto che si trovavano nei pressi del fronte nemico, sul passo di Monte Croce Carnico. Uno di loro non era nemmeno coinvolto e fu scelto probabilmente in modo casuale. Ma quella dei fucilati di Cercivento è solo una delle tante storie di soldati italiani vittime della spietatezza dell’alta gerarchia militare di quell’epoca.

Lo scorso agosto, Roberto Ciambetti, presidente del Consiglio regionale del Veneto ha presentato un progetto di legge Disposizioni per la ricerca storica sulle fucilazioni e la commemorazione dei fucilati durante la prima Guerra Mondiale nel territorio della Regione Veneto.

CONCLUSIONI
La lapide sul Vittoriale che rende onore ai fucilati durante la Grande Guerra, la legge in Friuli Venezia Giulia che riabilita i fucilati nella regione, il progetto di legge di Roberto Ciambetti possono spingere il Parlamento italiano a un atto di giustizia atteso da più di un secolo, una legge nazionale di riabilitazione.

Il 4 novembre, il milite ignoto e il doppio fronte

Lorenzo Porta Nov 7, 2021

Non capivo cosa volesse dire deporre quelle corone ad ignoti su quegli altari gelidi, marmorei,  in posti dai nomi che mi suonavano  strani,  come “Redipuglia” o all’ Altare della patria.Gli altari: i luoghi sacri dove si consumano i sacrifici simbolici che promettono una salvezza. Ora penso che si tratti di un’operazione di sacralizzazione di un massacro di massa, dove quelle persone sono state cancellate nei loro tratti personali e quindi vengono trasformate in massa senza volto che, dice Cecchini, “avrebbero portato alla vittoria il Paese!”

Non è proprio così! La gran parte dei soldati non aveva una nozione di cosa volesse DIRE dire VITTORIA!

Il mio professore all’Università era Giorgio Rochat, un ottimo storico demistificatore dei miti della “resistenza del Piave” dopo la disaffezione alla guerra mostrata dai soldati con la rotta di Kaporitza, questo è il nome italianizzato in Caporetto, nella attuale Slovenia.

Poi in ogni paese del Belpaese, ma in tutta Europa,  troviamo gli elenchi  dei nomi delle persone strappate ai loro cari dalla guerra accanto a monumenti spesso retorici ed enfatici.

Ma allora adoperiamoci per restituire il nome a coloro che sono stati resi ignoti! E’  possibile!

E sono stati vittima dell’inganno della guerra, frutto della feroce lotta tra potenze imperialiste i cui nefasti effetti sono stati pagati dai contadini in trincea, dagli operai con il lavoro militarizzato nelle fabbriche con la legge marziale. Torino nel ’17 si distinse per una rivolta nobile e dignitosa delle donne derubate dei mariti e dei figli per chiedere un minimo di dignità di vita!

Mi sembra che stiamo perdendo la  memoria storica nell’epoca del web! Quella guerra è stata vinta dagli Agnelli e simili che hanno moltiplicato i profitti e come dice lo storico Leo Poliakov è stato l’atto principale del ” suicidio dell’Europa” .

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