IL NUOVO ORDINE DEL NAZIONALISMO: COMMERCIO PER TORNARE ALLA GUERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL NUOVO ORDINE DEL NAZIONALISMO: COMMERCIO PER TORNARE ALLA GUERRA da IL MANIFESTO

Il nuovo ordine del nazionalismo: commercio per tornare alla guerra

Dazi Usa Entità dei dazi e utilizzo dei loro proventi, sottratti a qualsiasi disamina politica, diventano arbitrio sovrano in una sorta di economia politica del capriccio

Marco Bascetta  08/08/2025

La guerra dei dazi, poiché di una guerra si tratta, comporta l’insediamento del potere dello stato al centro dei rapporti economici globali. Il conflitto tra stati, pur con il pretesto di ripristinarla, prende il posto della “competitività” tra imprese e sistemi produttivi.

E lo prende per conservarlo. Una volta di più il sogno di affidare allo stato il ripristino della giustizia in terra si realizza in forma di incubo. Senza regole e in balia dell’arbitrio più assoluto.

Parliamo di potere statale e non “politico” poiché, come tutte le altre guerre, anche quelle commerciali rappresentano uno stato di eccezione poco compatibile con le procedure democratiche e con i contrappesi dello stato di diritto. Ad essergli congeniale è piuttosto un esecutivo forte, privo di vincoli e disposto a dare seguito alla retorica più minacciosa. Un potere statale autoritario e decisionista. L’entità dei dazi e la destinazione dei loro proventi, sottratti a qualsiasi disamina politica, diventano prerogativa indiscutibile dell’arbitrio sovrano in una sorta di economia politica del capriccio. I soldi andranno dove decido io, dichiara nel suo stile inconfondibile il presidente Trump, intento a trasformare il partito repubblicano statunitense in una versione avventurista e irrazionale del Pcc e sé stesso in un teatrale autocrate.

Se all’origine di questa guerra vi è effettivamente l’immane debito pubblico americano (il costo dell’egemonia Usa e di tutti i primati statunitensi nello sviluppo tecnologico e militare) non è affatto chiaro come procederà il «riequilibrio» reclamato dall’amministrazione di Washington. Certo è che se la guerra commerciale è guerra tra stati la sua cifra ideologica non potrà che essere quella del nazionalismo, il raggio delle ambizioni e degli obiettivi politici sempre più ampio e la sua parentela con altre forme di guerra decisamente stretta.

Che l’Unione europea esca da questo conflitto con le ossa rotte è ben più che una probabilità. Non essendo l’Europa uno stato federale, e nemmeno un’entità politica compiuta, difficilmente riuscirà a muoversi sul piano di questo scontro, a mantenere posizioni unitarie e a reagire con la dovuta tempestività e decisione. Ursula von der Leyen sembra dimenticare troppo facilmente queste circostanze, quando si stupisce delle defezioni dei suoi soci. L’accordo dei dazi al 15% sulle merci europee destinate agli Stati uniti (comprese distinzioni e incertezze di varia natura) non accontenta né i falchi né le colombe, né gli europeisti né i filoamericani. E alla fine ciascuno tornerà nei limiti del possibile alla sua dimensione di stato nazionale, badando soprattutto ai propri interessi. A cominciare dalla Germania che ha mandato a Washington il suo ministro delle finanze Klingbeil per avviare una trattativa diretta sull’auto e sull’acciaio made in Rft. Altri seguiranno secondo le esigenze dei rispettivi interessi commerciali.

Ma soprattutto gli accordi sui dazi (poiché di vere e proprie armi offensive si tratta) non rispondono ad alcuna regola e non garantiscono alcuna stabilità. Le condizioni a cui sono vincolati possono cambiare dall’oggi al domani e variare, anche in misura vertiginosa, su determinate merci. A pochi giorni dall’accordo con la Ue, il presidente americano minaccia di tassare al 35% le merci europee se l’Unione non spenderà una cifra esorbitante nell’acquisto di armi e prodotti energetici statunitensi. In questo genere di ricatti si va ben oltre politiche doganali certe e prevedibili. Ma, come in tutte le guerre, le mosse devono essere tenute nascoste all’avversario fino all’ultimo momento e non si riconoscono criteri diversi dai rapporti di forza.

C’è infine un uso direttamente e dichiaratamente politico dell’arma dei dazi, che non riguarda la bilancia commerciale. A farne le spese è stato per il momento il Brasile di Lula, reo di voler processare l’ex presidente golpista Bolsonaro e di aver preso misure per impedirne la fuga. In questo caso l’elevatissimo dazio rappresenterebbe una rappresaglia contro la presunta repressione dell’opposizione politica brasiliana. In altri casi, come quello del Canada, si minacciano dazi esorbitanti in caso di riconoscimento dello stato palestinese. Basterebbero già questi due esempi, facilmente estendibili a molti altri paesi e altre situazioni, (immigrazione, pretese territoriali), a rivelare la stretta parentela se non la sovrapposizione immediata, tra dazi e sanzioni, le quali rappresentano il primo stadio di un conflitto tra stati sempre suscettibile di preoccupanti escalation. Del resto l’intera argomentazione trumpiana sulle barriere doganali è infarcita di risentimento e intenzioni punitive, di toni ricattatori e sentimenti vendicativi.

Se è vero che l’ottimismo liberale delle origini aveva promesso di sostituire i commerci alle guerre, servendosi invece degli stati nelle guerre di conquista e per la spartizione delle risorse, gli stati sembrerebbero oggi servirsi dei commerci per ritornare a uno stato di potenziale conflitto tra sovranità nazionali destinato, intanto, ad accrescere il potere di comando delle élites.

Stangata all’India, ma Modi si impunta Brics sempre più uniti contro il tycoon

Dazi Usa Il 45% delle importazioni di petrolio indiane è russo. Solo la Cina ne acquista di più

Matteo Miavaldi  08/08/2025

Dazi al 50% a partire dal 27 agosto se l’India non smetterà di acquistare petrolio dalla Russia sanzionata internazionale per la guerra in Ucraina. La minaccia è arrivata mercoledì 5 agosto con un ordine esecutivo firmato dal presidente degli Stati uniti Donald Trump e nel giro di 48 ore ha già avuto ripercussioni estremamente rilevanti tra i principali destinatari dell’estorsione commerciale statunitense.

A partire da New Delhi, già colpita da una base di dazi al 25% a cui si potrebbe aggiungere la “punizione” di un altro 25% per essere diventata, nel giro di pochi anni, uno dei principali importatori di petrolio russo a livello globale: prima dell’invasione ucraina il petrolio greggio russo copriva lo 0,2% delle importazioni indiane; da metà 2023, secondo le stime, ogni giorno arrivano in India due milioni di barili russi, più o meno il 45% di tutto il petrolio importato dall’India. Al mondo, solo la Cina ne acquista di più.

PER NEW DELHI acquistare greggio a prezzi scontati da Mosca ha rappresentato un’occasione imperdibile per assicurare alla popolazione più vasta del pianeta un approvvigionamento costante e sicuro di energia, il motore della crescita economica.

Ma ha anche fatto la fortuna di chi il greggio lo lavora e lo rivende fuori dall’India, come il miliardario Anil Ambani che, attraverso il conglomerato Reliance group, controlla tra le altre anche la raffineria più grande del mondo: si trova a Jamnagar, nello stato nord occidentale del Gujarat.

Un dettaglio che rafforza la presa di posizione ufficiale del governo indiano secondo cui interrompere gli affari con la Russia è fuori discussione. Come si legge in un comunicato del ministero degli esteri del 4 agosto, «l’India ha iniziato a importare dalla Russia poiché le forniture tradizionali erano state reindirizzate verso l’Europa dopo l’esplosione del conflitto. All’epoca gli Stati uniti avevano attivamente incoraggiato tali importazioni da parte dell’India per rafforzare la stabilità globale del mercato energetico». Insomma, ce l’avevate detto voi, e adesso avete cambiato idea. Da cui la risposta ufficiale di New Delhi all’aumento dei dazi: misura «ingiustificata».

LA VOLATILITÀ delle posizioni statunitensi da mesi complica i colloqui tra New Delhi e Washington intorno a un ampio accordo commerciale che si sarebbe dovuto chiudere entro la fine dell’anno. Scenario che ora appare improbabile e, per il governo presieduto da Narendra Modi, necessita di contromisure massicce dentro e fuori i confini nazionali. All’interno è stato lo stesso Modi a dare la linea, chiarendo che le trattative in corso con gli Usa non comprometteranno mai «gli interessi dei nostri contadini, allevatori e pescatori», i settori più fragili dell’economia locale minacciati dal diktat di Trump: o l’India abbassa tutti i dazi nell’agroalimentare, o di accordo non se ne parla.

Ma è all’esterno che si sta delineando una sovrapposizione di intenti più unica che rara in seno ai pesi massimi dei Brics+, i più colpiti al momento dalle minacce doganali trumpiane: oltre all’India, anche il Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva dovrà pagare dazi al 50% (punizione politica per la condanna ai domiciliari dell’ex presidente Jair Bolsonaro), mentre la Cina di Xi Jinping potrebbe essere la prossima vittima di una pressione tariffaria ancora superiore, qualche giorno fa minacciata ma non ancora quantificata da Trump in persona. Senza contare la Russia di Vladimir Putin, sempre più ai ferri corti con Washington

IERI il consigliere per la sicurezza nazionale indiano Ajit Doval è stato ricevuto a Mosca da Putin, mentre Lula e Modi hanno al telefono discutevano dei dazi di Trump. A fine agosto il premier indiano, per la prima volta dal 2018, andrà in visita ufficiale in Cina, in occasione del summit della Shanghai cooperation organization (Sco, a cui partecipa anche la Russia) che si terrà a Tianjin il 31 agosto e il primo settembre. A margine del summit è previsto anche un incontro bilaterale con Xi Jinping.
Parlare di un’alleanza anti-statunitense dei Brics è prematuro. Ma nella disputa Usa vs resto del mondo, una buona fetta del resto del mondo dà l’impressione di voler quantomeno provare a organizzarsi.

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