IL GENOCIDIO E L’ARCHIVIO COLONIALE CHE SI RIAPRE da IL MANIFESTO
Il genocidio e l’archivio coloniale che si riapre
Palestina Se, come ha insistito Hannah Arendt, ciò che rimane è il linguaggio, allora questa affermazione propone anche l’inizio di un processo per ribaltare il suo controllo da parte della retorica mortale che attualmente cerca di esercitarlo
Iain Chambers 16/05/2025
Nessuno possiede una lingua. Insistere su questa banale constatazione, quando gli altri mezzi della sfera pubblica sono sempre più soggetti a censura, non significa semplicemente mantenere un distacco critico.
Se, come ha insistito Hannah Arendt, ciò che rimane è il linguaggio, allora questa affermazione propone anche l’inizio di un processo per ribaltare il suo controllo da parte della retorica mortale che attualmente cerca di esercitarlo. Il paradosso del controllo del linguaggio a sostegno dell’oscenità omicida che si sta verificando a Gaza, ovvero il diritto di Israele a difendersi da chi sta opprimendo e massacrando, ha portato a sganciare il concetto di genocidio da una definizione esclusivamente etnica e religiosa legata all’esperienza ebraica moderna.
Inizialmente, nei giorni e nelle settimane successive al 7 ottobre 2023, persino i commentatori di sinistra hanno mostrato cautela nell’applicare il termine “genocidio” ai crescenti massacri e alle uccisioni indiscriminate di civili nella Striscia di Gaza. Tuttavia, con il passare del tempo, le prove sono aumentate e sono state trasmesse in diretta streaming, oltre a essere confermate dalle dichiarazioni del governo israeliano che non lasciavano dubbi: tutti i palestinesi dovevano essere considerati animali, terroristi e combattenti da eliminare. Che il massacro abbia inizio. E continua.
Alcune testate internazionali come The Economist e The Financial Times hanno incominciato a criticare la brutalità della politica israeliana, e l’ex Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Josep Borrell, ha sostenuto che si tratta effettivamente di genocidio. Ultimamente il termine è comparso di sfuggita persino sul Corriere della Sera. Forse si inizia ad alzarsi un altro vento.
Se le accuse di antisemitismo sono diventate sempre più insensate nella loro applicazione indiscriminata a qualsiasi critica, perfino quando proviene da ebrei dissidenti, a Israele, al sionismo e alla sua arroganza coloniale di fondo, anche la controversia sull’applicazione del termine “genocidio” ha riaperto brutalmente un archivio coloniale e la sua centralità nella costruzione della modernità occidentale.
Nel 1905, Sir Roger Casement, successivamente giustiziato da Londra per le sue attività di repubblicano irlandese, scrisse un rapporto ufficiale per il governo britannico sugli abusi dei diritti umani della popolazione indigena del Congo belga. Documentò la schiavitù, le mutilazioni, le torture, gli omicidi e il regno del terrore organizzato per l’estrazione di caucciù e avorio nel feudo privato del re Leopoldo. Lì incontrò Joseph Conrad, il futuro autore di Cuore di tenebra. In seguito, condusse spedizioni di ricerca su abusi simili contro i Putumayo da parte degli imperi del caucciù in Amazzonia. In Inghilterra, i suoi resoconti provocarono l’indignazione dell’opinione pubblica e l’avvio di procedimenti giudiziari. Se in Amazzonia i morti e i massacri furono migliaia, in Congo le vittime furono molte di più, forse fino a dieci milioni. Nel 1915, lo storico britannico Arnold Toynbee preparò rapporti dettagliati per il Ministero degli Esteri britannico su quello che descrisse come lo sterminio degli armeni sotto gli Ottomani in Anatolia e nelle marce della morte nel deserto della Siria.
Il termine “genocidio” fu coniato all’inizio degli anni Quaranta dell’ultimo secolo dall’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin, che riconobbe l’eliminazione degli armeni come un caso di genocidio. Egli utilizzò il concetto per descrivere la distruzione di una nazione o di un gruppo etnico attraverso l’eliminazione della sua vita politica, sociale, culturale e religiosa. Il termine fu adottato come base della Convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite nel 1948. Il documento finale fu modificato e diluito dai vincitori della Seconda guerra mondiale per proteggere le proprie storie e i propri interessi. In effetti, lo stesso Lemkin considerava il documento approvato un fallimento.
Elaborato come risposta immediata alla persecuzione degli ebrei europei e alla Shoah, Lemkin non escluse esplicitamente altre atrocità storiche né esitò ad applicare il concetto retrospettivamente. Egli considerava il genocidio una costante della storia umana e, nel periodo moderno, profondamente legato al colonialismo e all’imperialismo. Se per gran parte del mondo la modernità occidentale ha significato semplicemente colonialismo, nel corso della sua storia ha anche rappresentato un incontro persistente con intenti genocidi. Il salto temporale tra lo slogan «L’unico indiano buono è quello morto», pronunciato dai cowboy in un saloon, e «L’unico arabo buono è quello morto», scritto oggi lungo la strada in Israele, tradisce una coerenza mortale.
Ci troviamo quindi a convivere con il termine “genocidio”. Non, proprio come il colonialismo, semplicemente una cosa del passato, specifica di un tempo e di un luogo, o ristretto alla storia di un popolo. Indica strutture più profonde di potere, oppressione e brutalità che continuano a modellare le nostre vite. In questo caso, la semantica viene sottratta alla purezza teocratica e ideologica e ai guardiani di ogni singolo racconto del tempo. La lingua tradisce sempre un eccesso ineluttabile che rifiuta di essere intrappolato nei confini di un ordine imposto. Se alla fine è il linguaggio a rimanere, esso sostiene sempre un ritorno che interroga il presente proprio con ciò che cerca di negare.
Una società dispersa e fatta a pezzi: la Nakba è quotidiana
Palestina A 77 anni dal 15 maggio 1948, Israele usa le stesse pratiche: violenza, sfollamento, distruzione delle reti economiche, politiche, culturali. Ieri pesantissimi raid su Gaza, 84 uccisi. In Cisgiordania suonano le sirene a lutto, a Tel Aviv commemorazioni vietate
Chiara Cruciati 16/05/2025
Le sirene hanno suonato per 77 secondi ieri nelle città e i villaggi della Cisgiordania, uno per ogni anno trascorso dalla Nakba e nella Nakba. 15 maggio 1948, Israele si proclama Stato e la Palestina vive la sua catastrofe, l’espulsione forzata dell’80% della sua popolazione dell’epoca, quasi un milione di persone.
NON DURÒ un giorno solo, andò avanti per mesi, fatti di massacri per mano delle milizie paramilitari sioniste, esecuzioni, villaggi dati alle fiamme, bombardamenti sulle città della costa – le più ricche e vitali, i centri culturali e politici – e porte di casa chiuse a chiave, nell’attesa di un ritorno che è rimasto utopia. In quei mesi evaporava una società intera, la sua economia, la sua cultura, i suoi legami sociali, familiari, di quartiere, come non fossero mai esistiti.
Sparivano i giornali, i teatri, i cafè, gli agrumeti, i porti. I pochi che riuscirono a restare si ritrovarono chiusi in ghetti militarizzati, sotto legge marziale, in un paese nuovo di cui non parlavano la lingua e da cui erano visti come alieni, nemici. Gli altri, la stragrande maggioranza, fuggirono a piedi verso i vicini paesi arabi o furono caricati con la forza su camion e navi, in direzione di una diaspora che assumeva i contorni delle tende in stoffa bianca di campi profughi improvvisati.
Il popolo delle tende, 77 anni dopo, è ancora tale. Con il tempo e con la presa di coscienza che l’esilio non sarebbe stato breve come un brutto sogno, la stoffa è stata sostituita dal cemento di case arroccate una sull’altra nei campi profughi a Beirut, Damasco, Tripoli e in quelli di ciò che resta della Palestina storica, sotto la straniante categoria di «Territori palestinesi occupati».
DA 77 ANNI i palestinesi insistono a dire che la Nakba non è mai finita, è quotidiana realtà di spossessamento e identità negata, e mai come negli ultimi venti mesi è chiaro anche al resto del mondo: se nel 1948 le famiglie lasciarono le proprie case intatte, con gli armadi ancora pieni di vestiti, le tavole apparecchiate, i libri sulle mensole e i gelsomini nei cortili, ora le abbandonano che sono un cumulo di macerie indistinguibili l’uno dall’altro.
A Gaza, ma anche a Tulkarem e Jenin. I numeri sono impressionati: due milioni di sfollati nella Striscia, quasi l’intera popolazione, già nata profuga del 1948 in uno sfiancante circolo di esilio; 40mila solo nel nord della Cisgiordania, mentre a sud decine di comunità pastorali hanno dovuto lasciare le proprie terre in silenzio, spinti via – come 77 anni fa – dalle violenze brutali di gruppi di coloni, di fatto paramilitari.
A Gaza la Nakba oggi assume gli stessi contorni di quella dell’epoca: Israele lavora – su ammissione del primo ministro Netanyahu, che ha lamentato di non aver ancora trovato paesi volenterosi all’accoglienza della popolazione indesiderata – per espellere più palestinesi possibile. Nel frattempo, riduce sempre di più il territorio a disposizione, radendo al suolo le infrastrutture e allargando la cosiddetta «zona cuscinetto» con l’obiettivo – condiviso con gli Stati uniti – di usare gli aiuti come un magnete: centri di distribuzione a sud per costringere un popolo ridotto alla fame a concentrarsi nell’ennesimo ghetto.
L’altra faccia dei raid aerei, un mix di pratiche militari che hanno come fine l’assunzione del controllo totale non solo del territorio ma delle vite dei palestinesi. Ieri sono stati brutali, in serata si contavano almeno 84 uccisi. La maggior parte, 50, all’alba a Jabaliya: Israele ha colpito – senza avvertimento – cinque palazzi (o meglio, i loro scheletri) dove si erano rifugiate decine di famiglie. «Stavamo dormendo quando un’esplosione ci ha svegliato – ha raccontato ad al Jazeera Anas Saleh – Siamo scampati per miracolo. Tutti i nostri vicini sono stati uccisi». «Tutte le case sono sparite, anche la nostra. Grazie a dio siamo vivi», ha detto un altro palestinese.
TRA I TARGET DI IERI anche gli ospedali: prima l’European Hospital di Khan Younis, con sei raid che hanno centrato il cortile e distrutto un bulldozer portato lì per rimuovere le macerie dopo la strage di ieri nello stesso posto, 28 persone ammazzate; poi l’ordine di evacuazione dello Shifa, pubblicato su X dall’esercito israeliano, che ha gettato nel panico medici e pazienti. A Khan Younis, in un altro bombardamento, sono stati uccisi due bambini.
È la Nakba continua, e sempre più agghiacciante. Vietato anche parlarne: ieri il ministro israeliano all’educazione Kisch ha chiesto il taglio dei fondi pubblici (un miliardo di dollari in totale) alla Hebrew e alla Tel Aviv University come punizione per aver permesso agli studenti palestinesi di commemorare la Nakba. Dopotutto esiste una legge apposita che vieta qualsiasi manifestazione sulla catastrofe palestinese.
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