IL DOLORE E IL TRADIMENTO DEL POPOLO EBRAICO da IL MANIFESTO
Il dolore e il tradimento del popolo ebraico
Israele-Palestina Ci sono mille modi di essere ebrei. Ci sono anche, purtroppo, dei fanatici al potere su tutti i fronti. Ma come agire oggi?
Annie Cohen-Solal 10/10/2025
Il primo ottobre scorso, è stata celebrata la festa di Yom Kippour (il giorno del pentimento), la più sacra e la più solenne dell’anno ebraico. Quest’anno, però, nel 5786 del calendario ebraico, la liturgia tradizionale è stata ripensata per un mondo post 7 ottobre da due miei amici.
David N. Myers, professore alla Ucla ed ebreo praticante, e Chaim Seidler-Feller, rabbino e insegnante. Ecco le loro preghiere:
«Per il peccato di aver profanato il nome di Dio e del giudaismo. Per il peccato di aver abbandonato il mitzvah (la missione) di riscattare i prigionieri. Per il peccato di aver portato morte e devastazione al nostro prossimo. Per il peccato di aver imposto la nostra sofferenza agli altri. Per il peccato di aver negato il diritto di vivere al nostro prossimo. Per il peccato di aver violato la dignità di altri esseri umani. Per il peccato di aver condotto una guerra di vendetta. Per il peccato di aver affamato delle persone, in particolare bambini innocenti. Per il peccato di aver rubato la terra altrui. Per il peccato di dominio e supremazia sugli altri. Per il peccato di indifferenza e cecità».
Come giustificare l’amara ironia del digiuno volontario di Yom Kippur di fronte alla terrificante carestia a cui sono stati condannati da due anni i palestinesi di Gaza?
Quest’anno, come giustificare l’amara ironia del digiuno volontario di Yom Kippur di fronte alla terrificante carestia a cui sono stati condannati da due anni i palestinesi di Gaza? Come trovare le parole per denunciare questa nuova Guernica, una Guernica senza fine che si trascina ogni giorno sotto i nostri occhi? Per condannare categoricamente i crimini commessi dagli estremisti di ogni schieramento, il massacro del 7 ottobre, la tortura degli ostaggi, la totale indifferenza di Hamas nei confronti delle loro vite e di quelle dei palestinesi, la vendetta sproporzionata degli israeliani su Gaza? Per affrontare gli scontri che rischiano di lacerare il popolo ebraico per sempre? Per sfidare l’irrimediabile?
Nel campus dell’Università ebraica di Gerusalemme, una scena mi inorridì un tempo. «È con i carri armati che si fa la storia», urlavano degli estremisti, con la kippah in testa, schernendo un gruppo di studenti arabi che, in silenzio, denunciavano l’uso delle armi da fuoco contro i civili. In Cisgiordania assistei, atterrita, all’insediamento dei primi coloni selvaggi, sotto la protezione degli elicotteri ufficiali. Era il 1977. Tanti segni premonitori di una hybris in atto. Eppure, le tensioni che attraversavano la società israeliana erano ancora latenti. Se tentavo di parlare, ero goffa. Se tacevo, mi sentivo vile. Me ne andai. Era quarantacinque anni fa.
Dopo la guerra dei Sei Giorni (giugno 1967), lavorai per due anni nel kibbutz Beit Alfa, affascinata dall’entusiasmo dei pionieri che raccontavano le loro tribolazioni per sfuggire alle persecuzioni in Europa, il loro attaccamento alla Palestina come a una «terra di pace, dove ci sarebbe abbastanza spazio per due nazioni», il loro impegno in quelle comunità utopiche in cui tante disuguaglianze sembravano superate. Così, nel mio assoluto fervore di comunicare con tutti, imparai contemporaneamente l’ebraico e l’arabo.
«Ma perché le lezioni di arabo rimanevano facoltative nelle scuole dell’Algeria coloniale?», si indignava un tempo Jacques Derrida. Mio padre, che conosceva l’arabo da sempre, lo parlava con i suoi pazienti. E durante la mia infanzia, celebravamo la festa di Pessah con la sua bella tradizione della sedia vuota attorno al tavolo: era quella riservata allo straniero, che sarebbe arrivato da chissà dove e che avremmo accolto a braccia aperte. Questi sono, da sempre, i miei valori ebraici acquisiti in Algeria: valori laici, di accoglienza e di inclusione. Furono proprio queste mille fibre a risvegliarsi durante i miei anni in Medio oriente.
Naturalmente seguii tutte le tappe di questa sfortunata deriva, con i suoi progressi e le sue regressioni: gli accordi di Camp David (settembre 1978); la prima intifada (1987); gli accordi di Oslo (1993); l’assassinio di Itzhak Rabin (1995). Si procedeva a rilento verso la fragile costruzione di un paese a due stati, con la partecipazione dell’Olp, ma i gesti devastatori degli estremisti colpirono ancora. Mi rifiutai di tornare nella regione, dove l’arroganza quotidiana dei militari e il fanatismo dei religiosi mi ripugnavano.
Con il passare degli anni, le informazioni divennero così intollerabili che mi murai nel silenzio. Solo una volta tornai in Medio oriente per un reportage sulla «guerra delle pietre», e accompagnai l’avvocata Lea Tsemel a Gaza. Era il 1988. Rileggendo oggi quel testo, la scoperta dell’insondabile sofferenza che già allora gravava su quel territorio maledetto rivela un processo in corso da diversi decenni.
Di quel viaggio all’inferno rimangono alcune immagini atroci: strade allagate, intere città sigillate, baraccopoli di lamiera che si estendono per chilometri, la vita che scorre al rallentatore nelle strade della città di Gaza; 52mila persone stipate, dal 1948, in quattro chilometri quadrati nel campo di Jabalial; sciami di bambini agli incroci della città. Dietro queste mille porte, dietro queste mille case, all’angolo di questi mille crocevia, notai, una scintilla è pronta a divampare e a generare, in qualsiasi momento, una possibile rivolta: un terreno minato, una polveriera.
Bandiere palestinesi. Rosso, verde, nero, bianco. Improvvisate con materiali di fortuna. I colori uniti tra loro da spille da balia.
La debolezza di Gaza, i campi, la miseria, il sovraffollamento diventavano la sua forza. Si percepiva una popolazione febbrile, inquieta, in piena proliferazione. Si percepiva la presenza dei bambini. Avevano sostituito le manifestazioni di massa con piccole sommosse sporadiche, molto più insidiose. Il minimo che si possa dire è che nessuno tornava indenne da Gaza.
La storia ebraica è costellata di episodi tragici, persecuzioni e massacri, come l’Inquisizione nel XV secolo, la Shoah nel XX: massacri subiti, ma anche massacri inflitti. Nel V secolo a.C. fu il caso degli ebrei di Persia. Come ritorsione contro la condanna a morte inflitta dal perfido Haman, «colpirono i loro nemici con la spada, uccidendo e distruggendo i loro avversari, compresi i dieci figli di Haman, prima di sterminare 75.000 dei loro nemici», racconta il Libro di Ester, che si legge durante la festa di Purim. Ma la storia ebraica è costituita anche da periodi felici, come quello di Al Andalus (almeno dal VIII al XII secolo) quando le tre religioni erano sorelle. Di fronte a questa storia che si inscrive nel tempo lungo (chronos), gli estremisti professano, oggi, una forma di messianismo deviato. Come ammettere ancora di appartenere al popolo ebraico, insieme a criminali come Ben Gvir, Smotrich, Netanyahu?
Ci sono mille modi di essere ebrei.
Penso al pittore Mark Rothko, emigrato dalla Russia all’età di dieci anni dopo il massacro di Kichinev, per vivere negli Stati Uniti, e che a Houston creò la Rothko Chapel – un luogo interconfessionale, al crocevia tra arte, etica e politica – nel suo attaccamento incondizionato al principio del tikkun olam (la riparazione del mondo). Penso a Daniel Barenboïm che, insieme a Edward
Said, fondò la West-Eastern Divan Orchestra, affinché giovani musicisti dei paesi arabi, della Cisgiordania e di Israele potessero suonare insieme nella stessa orchestra, sfidando l’odio dei politici.
Penso allo storico Pierre Vidal-Naquet che, all’indomani della guerra dei Sei Giorni, maturò una visione profetica. «Solo un accordo globale, che implichi insieme il riconoscimento di Israele da parte degli Stati arabi e la soddisfazione delle aspirazioni nazionali degli arabi di Palestina, può prevenire o ritardare la catastrofe, scrisse. Ma spetta a Israele, vincitore, compiere le concessioni più significative, e più precisamente alla sinistra israeliana dare il segnale della riconciliazione, offrendo agli Arabi, quelli d’Israele e quelli fuori da Israele, le parole e le proposte concrete che permettano loro, finalmente, di accettare di convivere con Israele».
Penso ad Amos Elon, uno degli scrittori più impegnati d’Israele prima della sua partenza definitiva per l’Italia nel 2004. «Gaza sta per esplodere», avvertì. «È l’unico posto al mondo dove si trovano persone che vivono così, da quarantun anni, senza passaporto. Non sono niente, stanno su una spiaggia di sabbia, vicino al mare, senza nome, senza identità…E più a lungo manterremo quei territori, più difficile sarà trovare una soluzione [..] Alla radice di tutto c’è uno scontro tra due forze irresistibili, l’essenza stessa della tragedia. Ancora oggi continuo a sostenere che la vittoria della Guerra dei Sei Giorni fu peggio di una sconfitta».
Penso allo scrittore David Grossman, che continua a cercare un varco, anche minimo, verso la pace:dopo la sua recente intervista a La Repubblica, è stato maledetto dai suoi per aver accettato, dopo infinite esitazioni, di denunciare il massacro e la fame inflitti ai palestinesi. Nel 1987, Le Vent jaune, il suo reportage in Cisgiordania, provocò uno shock nella società israeliana. Divenne uno Zola in terra palestinese, e alcuni militanti del Likoud, convinti dalla sua voce, strapparono la loro tessera del partito. «Io sono qui, in piedi, e ascolto, e cerco di restare neutrale», scrisse. «Di capire. Senza giudicare [..] I bambini dell’asilo di Deheisheh [..] comincio a distinguerli gli uni dagli altri [..] non è facile [..] perché anch’io sono stato abituato a vedere gli arabi al contrario [..] Devo penetrare nel cuore stesso della mia paura, imparare a guardare in faccia gli arabi ‘invisibili’». Era qualche mese prima dell’inizio della prima intifada.
Penso a David N. Myers, professore alla Ucla ed ebreo praticante, che attraversa gli Stati Uniti insieme a Hussein Ibish, accademico arabo-americano. «L’orrore di ciò che accade a Gaza è una catastrofe per gli ebrei», dichiara. «La festa di Tisha B’Av commemora la serie di tragedie che hanno colpito gli ebrei, a cominciare dalla distruzione del Primo e del Secondo Tempio nell’antichità Eppure, quest’anno è diverso. Gli ebrei non sono le vittime. Siamo i carnefici. E dobbiamo aggiungere alla lista delle catastrofi che piangiamo la devastazione delle vite palestinesi causata da Israele in rappresaglia al 7 ottobre. La portata di quest’orrore sfida l’immaginazione».
Penso a Jonathan Safran Foer, che invoca Primo Levi, Abraham Heschel e Hannah Arendt, rivendicando il disagio e l’azione. «La tradizione ebraica non intende la memoria come un atto passivo di ricordo, ma come una forma di resistenza», afferma. «La Torah ordina, ancora e ancora: zachor – ricorda. Ricorda che sei stato schiavo in Egitto. Ricorda ciò che Amalek ti ha fatto lungo il cammino [..] la memoria non è un deposito del passato – è un invito ad agire nel presente».
Ci sono mille modi di essere ebrei. Ci sono anche, purtroppo, dei fanatici al potere su tutti i fronti. Ma come agire oggi? Affrettare l’alternanza politica in Israele, impedire il controllo di Hamas sul popolo palestinese doppiamente vittimizzato, imporre la creazione di due Stati o di una confederazione palestino-ebraica? Allora forse potremo porre fine a questa nuova Guernica e sfidare l’irrimediabile.
Allora potremo forse estirparci dalla spirale dell’odio. Non inganniamoci: per il popolo ebraico sarà necessario affrontare un vero e proprio scisma. È giunto il tempo di svelare le nostre irrimediabili divergenze. Certo, ci chiameranno traditori. Ma chi sono i traditori? «Mai, nel corso della nostra vita – né in quella dei nostri nonni o bisnonni» afferma ancora David Myers, «abbiamo assistito a un tale accanimento quotidiano e a un disprezzo così cieco per la vita umana da parte degli ebrei contro altri esseri umani. Forse mai nella storia ebraica». I traditori sono coloro che ne portano la responsabilità.
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