IL DIRITTO AL RITORNO AL DI LÀ DELLO STATO-NAZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL DIRITTO AL RITORNO AL DI LÀ DELLO STATO-NAZIONE da IL MANIFESTO

Il diritto al ritorno al di là dello stato-nazione

NAKBA 76. Tra i rifugiati palestinesi è emerso un immaginario di giustizia radicale oltre lo stato nazionale che li considera comunità in eccesso rispetto al progetto «due popoli e due stati». A 76 anni dalla Nakba, a Gaza la chiave conservata non è quella delle origini: è quella del campo profughi

Ruba Salih  15/05/2024

«Siamo andati a dormire nel 2023 e ci siamo svegliati nel 1948». Così diceva un messaggio giunto da Gaza nell’ottobre 2023, da A., madre nonna e attivista femminista di Gaza. Era trascorso un mese dall’inizio dei bombardamenti. A. racconta di come trascorre le sue giornate nel rifugio in cui lei, i figli e figlie e i nipoti hanno trovato riparo.

Dice del suo attaccamento spasmodico ai compiti che si è data: il procacciamento del cibo per i bambini – ormai isterici per la cattività, insonni per il suono senza sosta delle bombe e divorati dalla fame – il lavaggio dei vestiti con mezzi di fortuna e lo spazzare incessante della stanza-rifugio dove sono stipati.

MAI COME dal 7 ottobre in poi, la Nakba del 1948 – durante la quale i due terzi dei palestinesi furono espulsi dalle loro terre e i loro villaggi distrutti – ha significato e descritto la condizione presente, anziché quella passata di 76 anni fa, nonostante la distruzione e la morte di oggi siano di una magnitudine senza precedenti.

Ma delle immagini, le testimonianze e i video che giungono da Gaza in questi mesi ce n’è una in particolare che testimonia di come la Nakba non sia un momento passato circoscritto nel tempo, ma una struttura temporale che ha sostenuto e sostiene il progetto coloniale di insediamento. Tra le tende del milione e mezzo di sfollati a Rafah una donna mostra una chiave: la tiene stretta in mano e con gli occhi pieni di lacrime invoca il diritto al ritorno.

Quella che ha in mano non è l’iconica chiave della casa nel villaggio di origine dei suoi nonni, che Israele distrusse nel 1948 con lo scopo di impedire il ritorno del profughi palestinesi. Non è la chiave che per decenni ha simboleggiato haq el ’awda, il diritto al ritorno, riconosciuto dalla risoluzione 194 delle Nazioni unite e violato, come altre decine di risoluzioni, da Israele.

La chiave è della sua casa nel campo profughi di al-Maghazi, da cui insieme alla famiglia è stata costretta ad andarsene per sfuggire ai bombardamenti israeliani e alla violenza genocidaria dell’esercito, che dal 7 ottobre ha fatto almeno 40mila vittime e oltre 70mila feriti, distrutto l’80% delle abitazioni di Gaza, ridotto in macerie le infrastrutture sanitarie ed educative e alla fame l’intera popolazione civile. Come lei, i due terzi della popolazione di Gaza sono profughi del 1948: i loro villaggi originari sorgono al di là del muro, oggi al loro posto ci sono insediamenti e villaggi israeliani.

Lo sfollamento forzato di circa l’80% degli abitanti di Gaza e la distruzione dell’intera striscia (con piani di deportazione di massa enunciati da politici israeliani in svariate occasioni) hanno fornito la più brutale e indubitabile prova che Israele è uno stato coloniale d’insediamento il cui intento è l’eliminazione e la «fossilizzazione» dei palestinesi attraverso la distruzione delle infrastrutture e dell’ambiente – del mondo e della vita – indigeni. È ciò che il progetto sionista definì narcisisticamente come «una terra senza popolo per un popolo senza terra».

Non c’è dubbio che qualsiasi scenario di giustizia per i palestinesi oggi debba quindi partire dalla considerazione di questa temporalità della sofferenza e della perdita di casa, di generazione in generazione, e tenere conto di come i processi interconnessi di sfollamento, distruzione ed eliminazione siano stati e continuino a essere le dimensioni centrali – materiali, simboliche ed epistemologiche – della questione palestinese.

PENSARE all’effetto della violenza coloniale come una sequenza di case perdute e ricostruite – anche nei campi profughi e in esilio – anziché focalizzarsi sulla mera sottrazione della terra o sulla privazione di uno stato, aiuta a problematizzare il prisma attraverso cui per consuetudine molti leggono la questione palestinese: i palestinesi sono stati privati non solo e non tanto di uno stato nazionale, ma di casa, intesa come luogo politico e affettivo di esistenza.

Eppure in esilio le case sono state ricostruite, i campi profughi sono diventati casa, i rifugiati hanno lottato per sopravvivere e garantirsi da sé un’infrastruttura dell’esistenza, un presente e un futuro per i propri figli, mantenendosi tuttavia saldamente ancorati alla propria indigeneità, alla propria genealogia di appartenenza alla Palestina storica.

In queste case, ora di nuovo ridotte a macerie, per 76 anni i palestinesi hanno abitato una condizione di temporaneità permanente, una condizione spazio-temporale in cui si è forgiata una cultura politica e un immaginario di giustizia radicale, al di là dello stato nazionale che li ha storicamente esclusi come dimostra il progressivo abbandono o marginalizzazione del diritto al ritorno che ha finito col rappresentare i rifugiati come una comunità in eccesso rispetto al progetto «due popoli e due stati», come parte del problema piuttosto che della sua soluzione.

Decade dopo decade, i palestinesi sono stati vittime di due posizioni impossibili: Israele impedisce il loro ritorno e molti stati arabi e la leadership nazionale palestinese hanno imposto ai palestinesi rifugiati di accettare passivamente l’idea che accedere ai diritti, a una vita piena, nei paesi ospiti equivalesse ad assimilarsi e a rinunciare al diritto al ritorno, costringendoli a vivere nella destituzione legale e materiale, e nell’attesa.

Lo stato-nazione, la mancanza dei diritti in quanto ospiti e la promessa di vita piena attraverso il ritorno si è rivelata col tempo in tutta la sua aporia. Un nuovo immaginario politico, caotico ma radicale, è emerso tra i rifugiati, liberato dalla mitologia escludente dello stato-nazionale e dai suoi dispositivi (frontiere e diritti ancorati alla nazionalità o etnicità): «Siamo qui da prima che le frontiere fossero create», mi disse un rifugiato del campo di Chatila in Libano.

Nell’immaginario dei rifugiati, il diritto ad avere diritti esiste a priori e al di là dello stato nazionale. E nessun diritto può inficiare la propria appartenenza alla indigeneità palestinese, che precede e va al di là dello stato-nazione.

LA DEFINIZIONE legale e comune del diritto al ritorno è di riparazione di un torto passato, col ritorno alle case e ai villaggi originari, ma come si ritorna a ciò che non esiste più? A cosa si ritorna? In tal senso, il ritorno non può essere se non ancorato a una visione: la politica del ritorno è profondamente visionaria e «aspirazionale», riguarda il passato come il futuro. Comprende anche il diritto a rimanere, (o a tornare) in quella che attraverso varie generazioni è diventata, anch’essa, casa.

Il campo/casa è un orizzonte politico e affettivo in cui passato, presente e futuro si intrecciano. Il campo, proprio in questa sua accezione di temporaneità protratta per generazioni, di casa temporanea eppure casa, di presenza che si contrappone e resiste all’annientamento, rappresenta la complessa cultura politica dei rifugiati.

Vi è più che mai bisogno di una lettura de-coloniale (e femminista) che sappia dare conto della profondità della perdita e del trauma collettivo, del terrore che il popolo palestinese ha subito e continua a subire, ma anche della capacità di rimanere presenti, umani, resistendo la disumanizzazione della privazione di diritti e della violenza coloniale e genocidaria, grazie non solo alla resistenza nell’ambito pubblico e politico, ma anche a un incessante e necessario lavoro di cura e ricostruzione della sfera intima e ordinaria dell’esistenza.

Nuova Nakba. Dal 1948 molti politici dicono che non è stato finito il lavoro

GUERRA CONTRO GAZA. Intervista all’analista palestinese Diana Buttu. I governi occidentali potrebbero accettare l’espulsione dei palestinesi

Michele Giorgio, GERUSALEMME  15/05/2024

Analista palestinese molto nota ed esperta di diritto internazionale, Diana Buttu in questi giorni è tra le voci che denunciano il pericolo dell’espulsione della popolazione di Gaza verso l’Egitto e di una nuova Nakba palestinese. L’abbiamo intervistata ieri.

Si fanno ipotesi sulle intenzioni di Israele dopo l’avvio dell’offensiva di terra contro Hamas a Gaza.

Non sono solo ipotesi. Comincio sottolineando che durante le ore e i giorni successivi al 7 ottobre sono state seriamente considerate azioni persino più pesanti e drastiche di ciò che abbiamo visto sino ad oggi. Contatti diplomatici mi hanno detto che c’era sul tavolo anche la fine immediata dell’Autorità nazionale palestinese. L’Amministrazione Biden però non è stata d’accordo e ora dice di voler rivitalizzare l’Anp. In poche parole, se il Segretario di stato Blinken non fosse andato ad incontrare (il presidente) Abu Mazen, l’Anp sarebbe stata abbattuta. Gli americani pensano che senza l’Anp non sia possibile immaginare alcuna soluzione politica. Invece l’esecutivo israeliano in carica, o gran parte di esso, pensa che vada eliminato il movimento islamico Hamas ed occorra anche liberarsi dell’Anp. Il perché è semplice. L’entità guidata da Abu Mazen pur essendo debole e senza consenso, per i leader politici israeliani ha il ‘difetto’ di rappresentare ancora agli occhi del mondo la soluzione a Due Stati, ossia la nascita di uno Stato palestinese. E ai palestinesi Israele vuole togliere il diritto a qualsiasi sovranità.

Per Gaza a suo avviso quali sono i piani di Israele, oltre all’offensiva militare in corso?

Il primo, quello preferito è quello di spingere la popolazione di Gaza verso l’Egitto, d’altronde lo conferma il documento ufficiale del ministero dell’intelligence di Israele che è stato rivelato nei giorni scorsi. Al momento l’Egitto è fermo nella sua opposizione all’intenzione israeliana e anche re Abdallah di Giordania è stato perentorio riguardo a un possibile piano per spingere anche i palestinesi della Cisgiordania verso il regno hashemita. Ma Israele potrebbe farlo ugualmente. Il secondo obiettivo è rinunciare a qualsiasi responsabilità futura per Gaza e per ora non sappiamo cosa significhi in termini pratici.

I palestinesi denunciano che per loro è pronta una nuova Nakba.

Fanno bene a ripeterlo. Cosa è stata la Nakba nel 1948 (prima, durante e dopo la fondazione dello Stato di Israele, ndr)? È stata la pulizia etnica della Palestina. Sin dal 1948 numerosi esponenti politici israeliani ripetono che non è stato terminato il ‘lavoro’. E si riferiscono anche ai palestinesi con cittadinanza israeliana, agli arabo israeliani. Non molto tempo fa, il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha detto che il motivo per cui esiste una minoranza araba in Israele è perché non è stato finito il lavoro nel 1948. Diversi parlamentari affermano che, dopo il 7 ottobre, l’unica soluzione è cacciare i palestinesi da Gaza e Cisgiordania e anche da Israele.

I palestinesi in Israele discutono tra di loro di questo pericolo?

Sì, ne sono pienamente consapevoli, perché i segnali non mancano. Sin dai primi giorni della guerra, tanti arabo israeliani sono stati fermati, arrestati, interrogati per essersi espressi contro la guerra a Gaza. Altri hanno sono stati puniti solo per aver messo un like ad un post sui social. Nelle città miste ebraico-arabe si stanno formando gruppi di vigilantes incaricati di intervenire contro i cittadini arabi. Milizie a tutti gli effetti che talvolta vanno a minacciare persone segnalate. Quindi non è solo lo Stato che attua misure punitive. Semplici cittadini ora sorvegliano il vicino di casa o il collega d’ufficio. Nelle settimane passate abbiano visto una cantante arrestata per un post su Facebook. Simile sorte è toccata a una giovane e nota attrice. Lo stesso è accaduto ad altri artisti, sempre per post su Facebook. Nelle strade individui o gruppi scandiscono ‘Morte agli arabi’. Sono degli avvertimenti ben precisi la minoranza palestinese, araba. Che ci dicono tenete la testa bassa.

A suo avviso, la comunità internazionale potrebbe permettere la nuova Nakba temuta dai palestinesi?

Certo potrebbe lasciar fare. I governi occidentali e non solo, sono contro il cessate il fuoco a Gaza sebbene i massacri di civili sotto le bombe siano così evidenti. Appoggiano apertamente l’offensiva militare di Israele e ritengono che questo esito (l’espulsione dei palestinesi) sarà solo un danno collaterale di una guerra che condividono.

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