IL COLONIALISMO: I FANTASMI DELLA PALESTINA E IL CONFLITTO “A PEZZI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL COLONIALISMO: I FANTASMI DELLA PALESTINA E IL CONFLITTO “A PEZZI” da IL MANIFESTO

Il colonialismo e i fantasmi della Palestina

LE COLPE DELL’EUROPA. Gaza – le strade, gli edifici, molte delle persone – non esiste più. Tutto distrutto e azzerato dalle forze di occupazione israeliane e da una delle più potenti macchine da […]

Iain Chambers  09/02/25024

Gaza – le strade, gli edifici, molte delle persone – non esiste più. Tutto distrutto e azzerato dalle forze di occupazione israeliane e da una delle più potenti macchine da guerra del mondo. Gaza è stata occupata direttamente o indirettamente da Israele per decenni.

Tutti coloro che entrano ed escono da Gaza sono sotto la gestione della potenza coloniale, anche i materiali da costruzione, le medicine e i materiali sanitari, il cibo, l’acqua, le onde elettromagnetiche per le comunicazioni, il sistema bancario e finanziario (ora congelato dal governo israeliano). Tutto, compresi i registri catastali e di nascita e di morte, è nelle mani di Tel Aviv. Nelle ultime settimane si sta passando dalla più grande prigione a cielo aperto del mondo al più grande cimitero profanato del mondo.

Esiste una storia della Palestina che è anche la storia dell’Europa e del costante rifiuto della nostra responsabilità. Secoli e secoli di antisemitismo europeo sono stati scaricati nel cosiddetto Medio Oriente (a sua volta un’invenzione coloniale europea), scaricato nel mondo arabo, prima offerto come spazio dall’impero britannico a un gruppo di ebrei europei, in seguito sancito dal giusto senso di colpa per la Shoah.

E poi suggellato dal rifiuto dei paesi europei, dopo la Seconda guerra, di accogliere, nonostante tutto, i rifugiati ebrei sopravvissuti allo sterminio.

Ma in questo modo l’Europa non ha risolto nulla; si è solo sottratta dalle proprie responsabilità caricando, sempre con un gesto coloniale, i palestinesi del suo fardello e della sua vergogna.

Dai secoli dell’antisemitismo e della Shoah sembra che in questo momento l’Europa non abbia imparato nulla, se non a ripetere il mantra di una memoria svuotata. Tradotto negli ultimi settant’anni in un sostegno incondizionato allo Stato di Israele, alla fine sono l’Europa e l’Occidente ad aver creato Hamas e la tragedia che si sta consumando a Gaza e sta maturando sotto le leggi militari nella Cisgiordania.

Siamo noi che abbiamo prodotto e sostenuto il sistema coloniale che ha permesso la nostra appropriazione del pianeta, anche se Israele sembra drammaticamente fuori dal tempo massimo con pratiche e politiche che rappresentano l’apice del colonialismo brutale, palese e senza pudore. Ora è uno Stato canaglia fuori controllo persino dal suo padrone americano. Tuttavia, nonostante l’anacronismo, fa parte della stessa grammatica di insediamenti bianchi europei che hanno terrorizzato e massacrato gli indigenti nelle Americhe, Australia e Nuova Zelanda con pulizie etniche e massacri di nativi.

Ciò che rimane ovunque è la struttura di violenza che caratterizza tutte le relazioni coloniali, sia per il colonizzatore che per il colonizzato. La razzializzazione del mondo – per cui alcune vite valgono più delle altre – ha permesso all’Europa di esportare questa violenza altrove, in spazi extraeuropei, almeno fino al terzo decennio del secolo scorso e allo shock della Shoah, dove per la prima volta queste pratiche sono state esercitate in modo massiccio e industriale sul suolo europeo nei campi dello sterminio su una parte della popolazione bianca europea.

Ormai queste storie ritornano, tornano con i corpi dei migranti che noi abbiamo reso anonimi, illegali, poco meno che umani, e poi con i palestinesi e i musulmani che abbiamo ridotto alla negazione dell’Occidente e dei suoi valori per giustificare la nostra paura dell’altra, e per permetterci a continuare senza renderci responsabili di questo mondo che abbiamo creato.

Nel frattempo sia a Gaza che nei Territori occupati, e soprattutto nella diaspora palestinese, l’arte della sopravvivenza si è tradotta e trasformata nella sopravvivenza delle arti: nella poesia e nella letteratura, nel cinema e nella musica, nel pensiero critico. Questa poetica sfida e resiste la politica della negazione e della morte, e rende vivo ciò che Israele e le voci istituzionali dell’Occidente vogliono che resta anonimo e senza voce. Nel mettere a nudo l’oscena violenza del Primo Mondo, si svela tutta l’ipocrisia dei cosiddetti valori morali dell’Occidente, ora messi alla prova dalla storia degli altri e delle altre che ne hanno subito la sua superbia: da Gaza al Sudafrica. La questione della Palestina è diventata il laboratorio del mondo moderno, dove la storia non detta dell’Occidente insiste e torna a incontrare i suoi spettri.

Quando una cosiddetta democrazia dipende strutturalmente dalla negazione dei diritti e dalla negazione della democrazia alle altre e agli altri, siamo al limite delle nostre premesse e pretese: sia per quanto riguarda Israele nel suo confronto con i palestinesi, sia per quanto riguarda l’Occidente e il suo rapportarsi con il resto del pianeta. E per questo dobbiamo parlare della Palestina ogni giorno. Sia le vite dei palestinesi che il nostro futuro dipendono su questa conversazione. Come ha detto recentemente Angela Davis «dobbiamo depositare i nostri sogni in Palestina».

Iain Chambers interverrà sul tema questa sera a Napoli al Cinema Astra in occasione della proiezione di due film sulla Palestina, Erasmus in Gaza e 200 Metri.

Il conflitto «a pezzi» ha una storia di trent’anni

LA «GUERRA MONDIALE». È una gran cosa essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso. Di solito non lo facciamo, ma è un grande talento da coltivare». Si tratta di […]

Paolo Favilli  09/02/2024

È una gran cosa essere capaci di vedere ciò che è sotto il proprio naso. Di solito non lo facciamo, ma è un grande talento da coltivare». Si tratta di un’affermazione espressa nell’immediato dopoguerra dal grande saggista Dwight Macdonald, ripresa poi da Noam Chomsky nel suo Le conseguenze del capitalismo del 2021. Per comprendere la «guerra mondiale a pezzi» che si sta svolgendo sotto il nostro naso bisogna cercare di vedere quello che sotto il nostro naso era già evidente agli inizi degli anni Novanta del Novecento.

Zbigniew Brzezinski, nel 1993 (Il mondo fuori controllo) e poi soprattutto nel 1997 (La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana), aveva costruito il quadro teorico entro il quale doveva muoversi, in maniera articolata, tutta l’immensa forza di cui disponeva la potenza vincitrice della guerra fredda. Il nuovo ordine mondiale, il modo in cui la globalizzazione doveva essere governata, non sarebbero stati il frutto della naturale espansione del libero mercato, bensì di una realtà da plasmare in maniera tale che l’affermazione del Washington consensus potesse svolgersi in piena sicurezza.

Per plasmare il nuovo ordine mondiale occorreva una politica internazionale che non si limitasse alla difesa di uno statu quo, che pure era il risultato di una vittoria epocale sull’Urss, il nemico storico del Novecento. Occorreva una politica costante di intervento in tutte quelle aree del mondo in cui il momento unipolare potesse essere messo in pericolo dal sorgere di attori competitivi. In questa visione ogni area del mondo è considerata solo per la sua funzione geostrategica sul piano di una scacchiera nella quale il primum movens dei pezzi rimane il mantenimento dell’American Superpower. Persino la vecchia Europa appare sulla scacchiera come «l’essenziale testa di ponte geopolitica dell’America» (A Geostrategy for Eurasia, «Foreign Affairs», September 1, 1997). E l’Ucraina come territorio da sottrarre in ogni modo ai residui di influenza russa.

Tale sistematica «teorica» si è successivamente articolata in numerosi elaborati di ogni livello prodotti da centri studi e da centri operativi statunitensi. Una ricca documentazione del tutto sotto il nostro naso. E si è articolata, soprattutto, nella guerra continua che, a partire dai bombardamenti Nato di quella che era, seppure in dimensioni ridotte, ancora la repubblica Federale di Jugoslavia, ha progressivamente interessato tutte le aree dell’intervento attivo indicato da Brzezinski.

Questo insieme di relazioni, che è davvero sotto il nostro naso, ha nella guerra il suo principio dinamico. Nell’esercizio teorizzato e praticato della guerra confluiscono tutti gli aspetti contraddittori dei modi di accumulazione caratterizzanti le diverse forme di capitalismo che si confrontano. Gli imperialismi conflittuali di oggi si manifestano in forma assai diversa rispetto a quella considerata come l’età classica dell’Imperialismo. Necessario dunque operare per distinzioni, avendo ben presente, però, che la meccanica della centralizzazione del capitale accomuna nel profondo tanto la belle époque, che l’età, da poco alle spalle, dell’euforia globalizzante. A ognuna il suo 1914?
Meccanica della centralizzazione e meccanica della competizione sono elementi strutturalmente compenetrati nel «nuovo conflitto imperialista», come recita il sottotitolo di La guerra capitalista, (Brancaccio, Giammetti, Lucarelli, 2022): un «libro da leggere» (copyright Piergiorgio Bellocchio, «Quaderni Piacentini»).

I pezzi della guerra mondiale in atto, se lasciati alle loro dinamiche naturali, hanno possibilità di saldarsi tutt’altro che esigue. Perciò la realtà intrisa di bellicismo così pervasiva nel momento attuale, è la questione del nostro tempo. La stessa questione sociale, così dipendente dai rapporti di dominio che la guerra ridefinisce continuamente, deve esserne pensata come aspetto.

L’orrore che ci sovrasta non può essere combattuto solo con posizioni ireniche, che pure sono ammirevoli e indispensabili. In Italia, in questo momento, si sta discutendo della presentazione alle prossime elezioni europee di una lista non tanto pacifista, bensì contro la guerra. Il che significa contro le ragioni della guerra. È essenziale che l’iniziativa in corso abbia esiti positivi. È anche il modo di rifiutare l’immagine dell’Occidente che la retorica bellicista imperante agita come condizione necessaria per la vittoria. Il nostro Occidente non è quello di Pizarro e di Cortés così intrinseco al sistema teorico di Brzezinski, ma quello fecondo di umanismo e giustizia evocato da Erasmo da Rotterdam.

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