IL CERINO della CRISI È in MANO agli EUROPEI e STA BRUCIANDO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL CERINO della CRISI È in MANO agli EUROPEI e STA BRUCIANDO da IL MANIFESTO

Gianfranco Viesti: «Il cerino della crisi è in mano agli europei e sta bruciando»

SBOOM ECONOMICO. Intervista a Gianfranco Viesti: “Non abbiamo molti strumenti per contrastare una situazione che dipende dall’energia e dalla guerra. Il Pnrr destinerà il 40% delle risorse al Sud, ma non le alloca in maniera equilibrata. In alcune medie città del Centro-Sud finora si sta facendo troppo poco”. L’analisi contenuta nella ricerca «Le città italiane e il Pnrr» con Carmela Chiapperini e Emanuela Montenegro

Roberto Ciccarelli  02/07/2022

«Il cerino della crisi lo abbiamo in mano noi europei, ora dipende da quanto brucia» afferma Gianfranco Viesti dopo avere visto il record dell’inflazione stimato da Istat e Eurostat in Italia e in Europa a giugno. Professore di Economia applicata all’università di Bari, ieri Viesti ha presentato lo studio «Le città italiane e il Pnrr», scritto con Carmela Chiapperini e Emanuela Montenegro, e presentato in un convegno organizzato nel capoluogo pugliese da urban@it che si occupa di questioni urbane.

Il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è stato presentato come lo strumento per tornare a crescere. Voi dite che è molto grande, è stato elaborato senza confronto con le forze economico-sociali e gli enti locali, è organizzato con interventi rigidamente settoriali. Sarà sufficiente per affrontare la crisi?
Potrebbe dare una mano importante. Fin’ora non c’è stata ancora la spesa, dunque non ne vediamo gli effetti economici in senso stretto. Li potremmo vedere dalla fine del 2023 quando gli investimenti pubblici inizieranno ad andare a regime. Non so se ce la farà, ma agirà in senso positivo.

Nel 2023 la crisi di cui vediamo l’incubazione oggi sarà però dispiegata…
Questa è una crisi che dipende in larga parte dal mercato mondiale dell’energia e poi dalle conseguenze della guerra russa in Ucraina. Non abbiamo molte armi per contrastarla, bisogna capire come andranno i prossimi mesi. Il governo, onestamente, sta facendo qualcosa su bollette, caro carburanti. Sono risorse di bilancio ordinario, sta provando a mitigare. Il cerino in mano ce lo abbiamo noi europei occidentali, dipende da quanto brucia.

Romano Prodi sostiene che il Pnrr non può ridursi a un piano per l’edilizia pubblica e privata e che servono altri investimenti a cominciare da quelli sua forza lavoro. Perché il piano non risponde a queste esigenze?
Questo è un piano di investimenti pubblici, perché le regole comunitarie sono state disegnate così. Non c’erano margini di libertà. Dentro ha la garanzia di occupazione e lavoro che potrebbe essere utile, ma vedremo come. È un pezzo delle politiche economiche, la lotta alle diseguaglianze e per il lavoro si fa con altri strumenti. E questi ultimi non credo che siano tanto nelle corde di questo governo.

Il presidente della corte dei conti Guido Carlino ieri ha sostenuto che il ruolo delle autonomie locali nel Pnrr è fondamentale. Sono state messe nelle condizioni ideali per agire?
Assolutamente no. Il piano ha un’impostazione politica molto forte. Non vede il tema del rafforzamento delle capacità ordinarie delle amministrazioni pubbliche, eppure ai comuni spetta realizzare una grande fetta degli investimenti, Il governo si è reso conto che questo approccio poteva mettere in dubbio l’intero piano e ha messo insieme una serie di misure parziali. Resta un problema politico di fondo: l’Italia si rafforza con le assunzioni di personale qualificate nel pubblico.

Il ministro delle infrastrutture Giovannini sostiene che il governo sta cercando di recuperare le carenze attraverso molti concorsi stiamo cercando di recuperarle. Saranno sufficienti?
Sono utili ma non sufficienti per i numeri complessivi della carenza di personale che abbiamo. Le competenze tecniche nei comuni, sopratutto per la parte di progettazione, servivano già da ieri.

Sostenete che Roma, Napoli, Torino e Milano sono destinatarie di minori investimenti rispetto ad altre aree etropolitane. E nei capoluoghi emergono disparità sensibili. Come mai?
Sono molto preoccupato da questa lista di città del centro-sud nelle quali fino ad ora l’ammontare degli investimenti sembrano molto contenuti. In particolare per Calabria e Sicilia che sono le realtà già deboli. Il piano destinerà il 40% delle risorse al Sud, ma non ha un obiettivo di allocazione equilibrata delle risorse. Noi segnaliamo che in alcune medie città del centro-sud si sta facendo troppo poco. Bisogna usare anche altri strumenti di politica ordinaria affinché Cosenza o Sassari possano avere una diversa considerazione. E bisogna fare di più nella grande area metropolitana di Napoli.

Rispetto agli obiettivi del Pnrr a cosa può servire il progetto di «autonomia differenziata» portata avanti da questo governo e quali effetti avrebbe sulle città e gli enti locali?
Se fossero approvate le richieste di Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia ci sarebbe una grande confusione su chi fa che cosa. Questo in generale mi sembra un aspetto molto negativo. Non dico affatto che deve stare tutto al centro, anche perché diversi ministeri stanno facendo male in questi mesi. Significa che c’è bisogno di un decentramento ragionevole, intelligente e ordinato e non andare avanti a botte di richieste tutte politiche come sono quelle dell’autonomia differenziata.

L’Italia, la Costituzione e quello studioso venuto da lontano

SCAFFALE. Intorno all’ultimo libro di Tomaso Montanari, «Eclissi di Costituzione: il governo Draghi e la democrazia», per Chiarelettere

Francesco Pallante  02/07/2022

Facciamo un gioco. Immaginiamo che uno studioso proveniente da terre lontane giunga in Italia senza nulla sapere del nostro Paese, munito soltanto della Costituzione a fargli da guida. Sa, dai suoi studi, che l’Italia è una democrazia parlamentare. Si trova innanzi un sistema incentrato su un Capo, che dal governo fa e disfa a proprio piacimento senza che il Parlamento abbia voce in capitolo, nemmeno sulla sua nomina.

LA SEDE DELLA SOVRANITÀ popolare è ridotta a organo di ratifica delle decisioni del governo; la sua elezione è determinata da una legge elettorale così alterata che tra il ’94 e il 2018 nessuna maggioranza parlamentare è stata altresì maggioranza elettorale (a tacer delle tre elezioni incostituzionali del 2006, 2008 e 2013). Per 25 anni, gli italiani si sono espressi contro coloro che li hanno poi governati. C’è da stupirsi che quasi metà della popolazione non voti più? Il nostro studioso si sofferma sulla successiva qualità costituzionale della Repubblica: l’essere «fondata sul lavoro». I dati in materia lo fanno sobbalzare. L’Italia è l’unico membro dell’Ocse in cui negli ultimi 30 anni i salari sono diminuiti, mentre ovunque aumentavano. In compenso, il monte orario è elevatissimo: al punto che se in Italia si lavorasse come in Germania, la conseguente redistribuzione delle mansioni annullerebbe la disoccupazione. Le condizioni di lavoro sono così degradate che oltre 3 milioni di lavoratori sono a termine; molti di loro sono poveri nonostante lavorino. Tra i giovani, un quarto non studia né lavora: il dato più elevato d’Europa.

POCO MALE, pensa lo studioso, c’è pur sempre il principio di uguaglianza a salvare la situazione. Quel che riscontra è una società in cui tre individui ultramiliardari posseggono tanta ricchezza quanto il 10% più povero della popolazione (6 milioni di persone). Dal 2010 i miliardari sono passati da 12 a 54 unità, mentre i poveri salivano da 3 a 5 milioni (13, aggiungendo le persone a rischio di povertà). Intanto, a dettare il dibattito politico sono i sussidi alle imprese, la riduzione delle tasse ai ricchi, l’abolizione del reddito di cittadinanza, l’aumento della spesa militare e la conseguente contrazione dello Stato sociale (a partire da scuola e sanità).

SARANNO ALLORA LE REGIONI, enti territoriali più vicini ai cittadini, a farsi carico delle diseguaglianze, agendo con autonomia nella cornice dell’indivisibilità della Repubblica? La realtà, ancora una volta, è un’altra. Benché governate da partiti avversi, le tre regioni più ricche reclamano all’unisono un incremento di autonomia tale da far sospettare la loro sottesa volontà secessionista, mentre le zone più povere del Paese versano al livello delle aree depresse dell’Est Europa.
Se poi si guarda ai più poveri tra i poveri – i migranti – la rottura con il dettato costituzionale è plateale: alla teoria di un diritto d’asilo riconosciuto a chiunque sia impedito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche fa da specchio una realtà in cui i pochi che, solo grazie alle Ong, sono salvati dall’annegamento in mare entrano in un limbo giuridico che sconfina nella negazione dello stato di diritto.

Almeno l’Italia agirà per rimuovere le cause delle migrazioni, immagina allora lo studioso sulla scorta dell’impegno costituzionale per la pace e la giustizia tra i popoli. Di nuovo, lo scorno è grande: sul piano militare (con le guerre di aggressione a Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia), economico (con l’abbandono della cooperazione internazionale e lo sfruttamento dei Paesi poveri) e ambientale (con la devastazione dell’ambiente persino all’interno del Paese, dove il paesaggio è da decenni oggetto di abbandono e saccheggio) l’Italia alimenta gli squilibri internazionali causa delle migrazioni. Nemmeno il rischio dell’olocausto nucleare vale a far operare il governo per la pace in Ucraina. Cos’altro dovrebbe allora pensare lo studioso venuto da lontano, se non che la Costituzione italiana si è, per nostra responsabilità, di fatto eclissata?

È, DUNQUE, PERFETTO il titolo dell’ultimo libro di Tomaso Montanari, Eclissi di Costituzione: il governo Draghi e la democrazia (Chiarelettere, pp. 160, euro 14). Una lettura del nostro presente acuta e impegnata, capace di ruotare intorno ai temi sopra ricordati in capitoli di inusuale rigore intellettuale e coerenza interpretativa. È lui lo studioso che viene da lontano. Lontano dall’ideologia antidemocratica dell’oligarchia dominante; lontano dalla volontà di piegare qualsiasi esigenza sanitaria, ambientale, di giustizia sociale agli appetiti economici; lontano dalla negazione delle radici antifasciste e resistenziali della Repubblica; lontano dal disprezzo umano, ancor prima che sociale, riservato agli ultimi.

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