“IL CAPITALISMO È LA GUERRA” da 18BRUMAIO e RECHERCHES INTERNATIONALES
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“IL CAPITALISMO È LA GUERRA” da 18BRUMAIO e RECHERCHES INTERNATIONALES

Che gioia saperlo

 Olympe de Gouges  28 giugno 2022

A latere del vertice della NATO che inizierà oggi a Madrid, ieri il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha affermato che l’organizzazione militare guidata dagli Stati Uniti aumenterà di sette volte le sue forze terrestri, uno schieramento di truppe che passerà da 40.000 a 300.000, oltre a innumerevoli carri armati e aerei, direttamente al confine con la Russia.

La decisione comporterà un massiccio dirottamento di risorse verso la guerra in corso della NATO con la Russia e la guerra pianificata con la Cina. Stoltenberg ha affermato che la creazione di questa massiccia forza armata è una risposta alla “nuova era di concorrenza strategica” con Russia e Cina.

Stoltenberg si è vantato che il 2022 sarà l’ottavo anno consecutivo di aumenti della spesa militare degli alleati europei e del Canada, aggiungendo che l’obiettivo della NATO del due per cento del Pil destinato alla spesa militare sarà “considerato un minimo, non un tetto”. Che gioia saperlo.

Ha definito il piano “un cambiamento fondamentale nella deterrenza e nella difesa della NATO”, abbracciando non solo la guerra con la Russia, ma “le sfide che Pechino pone alla nostra sicurezza, ai nostri interessi e ai nostri valori”. Ovviamente a migliaia di chilometri dal membro della NATO più vicino.

Lo stesso giorno, i funzionari statunitensi hanno presentato in anteprima l’ennesima massiccia spedizione di armi in Ucraina (altri 450 milioni di dollari), incluso il sistema di lanciatori terra-aria a medio e lungo raggio NASAMS con missili Raytheon AIM-120 o AIM- 9X Sidewinder.

Il New York Times ha scritto che forze statunitensi stanno operando segretamente sul terreno in Ucraina, così come le forze di diversi altri paesi della NATO, nonostante le ovvie smentite dei diretti interessati. Il quotidiano scrive che dozzine di elementi delle forze speciali provenienti da Regno Unito, Canada, Francia e Lituania stanno operando all’interno del paese.

Nonostante il massiccio coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nella guerra le perdite ucraine stanno aumentando. La Russia ora controlla oltre il 90 per cento del Donbass e un totale di un quinto dell’intero territorio dell’Ucraina, che consta di una superficie esattamente doppia dell’Italia. Stando così la logica del conflitto a spirale, una guerra aperta tra NATO e Russia è quasi inevitabile.

La massiccia espansione delle forze militari della NATO che sarà discussa al vertice di Madrid non è diretta solo contro la Russia, ma anche contro la Cina. L’escalation della guerra per procura USA-NATO contro la Russia non è un conflitto episodico limitato all’Europa, ma di carattere globale.

Secondo Stoltenberg e il Segretario alla guerra Lloyd Austin, Mosca e Pechino stanno contestando apertamente “l’ordine internazionale basato sulle regole”. In realtà, gli Stati Uniti

stanno cercando di preservare l’ordine del secondo dopoguerra, in cui stabilivano le regole con ogni mezzo, con le sanzioni economiche, i golpe e la guerra.

Fino ad ora, non per la bontà d’animo di nessuno dei contendenti, il rischio atomico e cioè l’annientamento reciproco e la distruzione totale è stato evitato con gli accordi tra le grandi potenze. Così per l’impiego di gas tossici e delle armi batteriologiche. Anche le due atomiche sul Giappone erano da considerare l’inizio, per nulla rischioso, della guerra fredda con l’Urss, piuttosto che la fine della seconda guerra mondiale.

Oggi lo scenario è completamente cambiato. Gli Stati Uniti sono in lotta per la propria sopravvivenza quale potenza egemone. Fino a ieri la loro posizione di forza era fuori discussione, garantita dal dollaro e dalla loro forza militare e tecnologica. La Cina sta minacciando seriamente l’egemonia statunitense sul piano dell’espansione e della penetrazione economica, rendendosi sempre più autonoma tecnologicamente e resistente sul piano militare. La contesa con la Cina non può prescindere dalla neutralizzazione della Russia. Ecco perché sono disposti a giocarsi il tutto per tutto, per quanto possibile soprattutto a spese dei loro alleati.

“Il capitalismo è la guerra”: slogan o verità?

Traduzione Letizia Garlatti, riletto da Lorena Papini  22 MARZO 2021  

“Il capitalismo è la guerra” porta alla constatazione evidente che la guerra è esistita prima del capitalismo. Come aveva giustamente detto Jaime Torres Bodet: “Le guerre hanno inizio nello spirito dell’uomo” e “la pace è prima di tutto, allo stesso modo della guerra, uno stato di coscienza” [1]. Così, come il capitalismo é la guerra, anche la religione è la guerra, il nazionalismo è la guerra. In più, citando San Tommaso: “Una guerra giusta può essere descritta come un osso che vendica i torti”, liberarsi dell’invasore o della colonizzazione obbliga i popoli alla guerra.

La guerra è una realtà, ma affermare che “il capitalismo è la guerra” è uno slogan o una verità? La volontà e l’affermazione di potenza sono un elemento intrinseco alla guerra, ma i meccanismi, le logiche, le finalità, le ragioni e irragionevolezze che portano alla guerra variano nell’antichità, l’ordine medievale o il sistema interstatale capitalista. In poche parole, nell’Antichità un sovrano idolatrato conquistava terre, beni e schiavi, poi gli dei e nell’Alto Medioevo, è Dio a decidere sulla guerra. Il Rinascimento segna il passaggio dalla guerra cavalleresca e dai condottieri all’arruolamento di eserciti di mercenari finanziati dalle banche per le guerre dei Papi, dei re e degli imperatori, eserciti che serviranno anche a sopprimere le rivolte contadine. “Non solo la guerra dei Cent’Anni, ma anche la colonizzazione delle Americhe fu finanziata in gran parte dal capitale commerciale italiano” [2]. Dalla Rivoluzione Francese nasce l’esercito-Stato che istituisce la coscrizione, ed é nel contesto delle guerre napoleoniche che Clausewitz definisce la “guerra assoluta”. Nella fase del capitalismo industriale, la conquista coloniale del mondo si razionalizza con il passaggio, nel nome della civilizzazione e del progresso, degli empori per il commercio e la tratta, alla fase coloniale della possessione di terreni, sottomissioni delle popolazioni, sfruttamento del suolo e del sottosuolo, negazione dell’altro, attraverso la guerra.

Il capitalismo reale è perfettamente definito da Fabian Scheidler: “Un’economia che mira all’accrescimento infinito del capitale; degli Stati-nazioni dotati di apparati militari, polizieschi ed amministrativi centralizzati; ed una ideologia che presenta l’espansione di questo sistema come una missione provvidenziale nella storia dell’umanità” [3]. Meccanismi, logiche, finalità, razioni e irragionevolezze che fondano la sentenza di Jaurès: “il capitalismo porta in sé la guerra, come la nube porta il temporale”.

Realtà tragicamente verificata nel 1914, ma il corso presente della Storia dimostra la permanenza del giudizio di Jaurès? Si ripete continuamente che, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa occidentale ha conosciuto un lungo “periodo di pace”. Significa dimenticare che i popoli del Terzo Mondo hanno affrontato, dalla fine del secondo confitto mondiale, decolonizzazione ed effetti collaterali del confronto Est-Ovest, le guerre imperialiste e la violenza della repressione. A cavallo degli Anni ’90, il mondo occidentale, con gli Stati Uniti nel ruolo di potenza dominante, è diventato egemonico. Non conosce, fra le potenze che ne fanno parte, contraddizioni importanti che siano antagoniste e, per la difesa dei propri interessi e profitti, il mondo occidentale dispone di una forte alleanza militare, la NATO. Il capitalismo, crogiolandosi nella propria egemonia, allarga quindi la fandonia sulla “fine della Storia” e George Bush senior, presidente della maggiore potenza economica e militare che il mondo ha conosciuto, proclama: “Ci incontriamo oggi di fronte ad un momento unico e straordinario… Un’era nella quale le nazioni del mondo -Est e Ovest, Nord e Sud- possano prosperare e vivere in armonia… Un mondo distinto da quello che abbiamo conosciuto. Un mondo dove lo Stato di diritto prenda il posto della legge della giungla. Un mondo nel quale le nazioni riconoscano la propria responsabilità comune di garantire la libertà e la giustizia. Un mondo dove il forte rispetti i diritti del debole… Una nuova epoca, più libera dalle minacce e dal terrore, più forte nella ricerca della giustizia e più sicura nella ricerca della pace” [4]. Qual è stato questo mondo di pace, libertà e giustizia che ci è stato annunciato? Un mondo di guerre in ragione della natura stessa del capitalismo.

Ed è ciò che “Il capitalismo è la guerra” cerca di dimostrare, raccontando, attraverso trent’anni di interventi militari, gli obiettivi egemonici delle potenze occidentali nel corso della prima guerra d’Iraq, della guerra civile nell’ex-Yugoslavia, delle guerre in Kosovo e in Serbia, dell’intervento militare in Somalia, del genocidio in Rwanda, delle guerre dette “giuste” in Afghanistan, Iraq e Libia, del dissidio in Siria e dell’impasse nel Sahel. Delle guerre condotte con il pretesto del “diritto d’ingerenza umanitaria” e poi della “responsabilità di protezione”, che hanno devastato Paesi e mutilato popoli; guerre alle quali i dirigenti di grandi potenze hanno fatto ricorso per giustificarsi a fake news; guerre “legalizzate” manipolando e strumentalizzando l’ONU, calpestando la sua missione fondatrice di preservare la pace; guerre dove la NATO fu il braccio armato in ripetute occasioni; guerre nelle quali, in violazione della Convenzione di Ginevra, si sono accumulati crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

In questo modo, invece di adottare politiche di riduzione delle contraddizioni tra potenze regionali o di pacificazione quando tensioni religiose, etniche, culturali o storiche dividono popoli, le potenze occidentali capitaliste, ormai libere da avversari, sono ricorse alla violenza militare sotto forma di coalizioni internazionali o nel quadro della NATO. Hanno così dimostrato la natura del capitalismo di voler sempre rafforzare la propria egemonia, estendere la globalizzazione economica neoliberale, assicurarsi il controllo delle vie commerciali, imporre la propria visione della democrazia.

Tuttavia, l’evoluzione dei rapporti di forza tra le principali potenze ha subito una forte accelerazione dalla fine del XX secolo. Il nuovo ordine mondiale proclamato dopo la scomparsa dell’ordine internazionale instauratosi con la fine Seconda Guerra Mondiale é durato una sola generazione. Se, a causa della disuguaglianza delle forze presenti – anche se la guerriglia rimane una trappola per gli eserciti piú forti -, tutti questi conflitti furono vinti militarmente, la pace non é stata stabilita da nessuna parte. Ciò marca la fine dei tempi in cui alle potenze coloniali bastava brandire la spada per imporre la “pace”.

Le profonde trasformazioni comparse nel rapporto di forza tra potenze storiche od emergenti; lo spostamento del centro di gravità delle tensioni internazionali della zona euroatlantica verso l’Asia-Pacifico; le minacce di scontri tra potenze regionali pesantemente armate e l’espansione del campo di battaglia allo spazio extra-atmosferico per i principali attori… Questi fattori iscrivono oggi i potenziali conflitti non più in un quadro di guerre asimmetriche, ma in un ritorno alle guerre tra Stati di alta intensità, una realtà di cui bisogna prendere piena coscienza in un mondo egemonicamente capitalista, altamente concorrenziale, attraversato da crisi sociali ed economiche, etiche e religiose, sanitarie e politiche. Un mondo in cui, a causa delle tensioni, il dominio occidentale viene contestato.

“Il capitalismo é la guerra” dev’essere compreso nel contesto odierno e saranno soltanto le forze dei popoli a potervisi opporre.

NILS ANDERSSON Ex editore, saggista. Autore di Le capitalisme c’est la guerre, Éditions Terrasses, 2021, 151 p., 11,50 €

Fonti
[1] Discorso del 10 dicembre 1984 di Jaime Torres Bodet, direttore generale dell’UNESCO, tratto da Chloé Maurel, Les Grands Discours de l’UNESCO, 2021
[2] Fabian Scheidler, La fin de la mégamachine, Éditions du Seuil, 2020. Libro fondamentale sulle strutture del dominio
[3] Fabian Scheidler, opera citata
[4] Discorso davanti al Congresso degli Stati Uniti, l’11 settembre 1990

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