IL CAMPO LARGO DELLA GUERRA FREDDA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL CAMPO LARGO DELLA GUERRA FREDDA da IL MANIFESTO

Giro di vite Usa sui semiconduttori made in China

ASIA. Taiwan rifiuta il decoupling: «Continueremo a lavorare con Pechino»

Lorenzo Lamperti  09/10/2022

«Non vedo come sia possibile effettuare un decoupling completo dalla Cina. Non è realistico. Le nostre aziende continueranno a lavorare con le controparti cinesi». A dirlo, pochi giorni fa, non uno dei governi amici di Pechino ma Chen Chern-chyi, viceministro dell’Economia di Taiwan.

Sì, l’altra sponda dello Stretto nel mirino della Repubblica Popolare. Lo ha detto dopo aver sottolineato che Taipei «salvaguarderà gli interessi delle sue aziende di semiconduttori».

CHEN HA ESPLICITATO quello che andando oltre le dichiarazioni ufficiali era chiaro da tempo: Taipei non vuole tagliare il cordone tecnologico con Pechino.

Non solo per motivi commerciali, ma anche politici. In assenza di dialogo tra governi, i colossi tecnologici come la Tsmc (leader nel comparto di fabbricazione e assemblaggio con oltre il 50% dello share globale che ha appena aumentato del 48% i ricavi nel terzo trimestre su base annua) e Foxconn diventano ambasciatori diplomatici. Così come i microchip sono una leva nel rapporto con Pechino di cui Taipei non vorrebbe privarsi.

Ma Joe Biden non pare aver ascoltato le preoccupazioni del partner che ha ripetutamente garantito di difendere in caso di aggressione militare. Anzi, venerdì ha introdotto ampi controlli sulle esportazioni che complicheranno ulteriormente gli sforzi delle aziende cinesi per sviluppare tecnologie all’avanguardia nel campo dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale.

Di fatto, Biden ha ampliato lo spettro applicativo della “fatwa” emessa nel 2020 da Donald Trump sul tech cinese e che allora aveva come obiettivo soprattutto Huawei.

Le restrizioni impediranno alle aziende Usa di esportare in Cina strumenti critici per la produzione di chip: interessati gruppi come Smic, Ymtc e Cxmt. Le nuove disposizioni colpiscono anche i singoli cittadini americani che forniscono sostegno diretto o indiretto alle aziende cinesi.

Un giro di vite significativo, visto che finora anche le aziende Usa avevano approfittato di tutti gli spazi a disposizione per continuare a collaborare e generare ricavi su un settore nel quale Pechino investe cifre altissime.

Un “regalo” non gradito per Xi Jinping alla vigilia del XX Congresso del Partito comunista. Anche perché è la conferma che Washington ha nel mirino non solo le applicazioni militari, ma lo sviluppo tecnologico cinese tout court.

SARÀ IMPEDITO alle aziende di qualsiasi nazionalità di fornire a entità cinesi hardware o software con componentistica americana. In un comparto sfaccettato e multicentrico come quello dei semiconduttori, si tratta di una misura che colpisce praticamente tutti. A partire dai colossi taiwanesi e sudcoreani, coinvolti insieme alle aziende giapponesi nella Chip 4 a guida Usa.

Seul ha peraltro accolto come un “tradimento” l’Inflation Reduction Act, che contiene elementi svantaggiosi per le sue auto elettriche. Seul ha però bisogno degli Usa, anche e soprattutto sul fronte della difesa.

I ripetuti lanci di missili e il possibile nuovo test nucleare di Pyongyang hanno peraltro velocizzato il disgelo tra Corea del Sud e Giappone. Yoon Suk-yeol e Fumio Kishida si sono parlati di nuovo due giorni fa e hanno concordato una «svolta» sui rapporti bilaterali dopo anni di tensioni sui risarcimenti per le donne sfruttate come schiave sessuali dai soldati dell’Impero giapponese durante la seconda guerra mondiale.

Pechino osserva con fastidio le esercitazioni trilaterali Usa-Giappone-Corea del sud e teme che quest’ultima, tradizionalmente misurata e dialogante con la Cina, possa “giapponesizzare” la sua politica estera e allinearsi sempre più al rivale americano.

Gli Usa, intanto, serrano le fila e soffiano sul disaccoppiamento.

I semiconduttori della discordia

COREA DEL SUD. A Seul cambiano i tempi ma non il dilemma di come restare alleati degli Usa senza irritare la Cina, primo partner economico. Con il Chip 4, che serve a Biden per rimodellare le catene globali degli approvvigionamenti tech, il gioco si fa duro

Guido Alberto Casanova  09/10/2022

Cambiano i governi, ma i problemi della Corea del Sud rimangono sempre gli stessi. Come risolvere il dilemma del bilanciamento tra Cina e Stati uniti? Da una parte il principale partner commerciale, dall’altra l’alleato storico di Seul, impegnati da ormai diversi anni in un confronto geopolitico a distanza che si gioca in primo luogo sul piano della tecnologia.

In queste settimane se ne è discusso a Seul, dove il governo conservatore del neoeletto presidente Yoon Suk-yeol sta decidendo se aderire alla tanto chiacchierata alleanza a guida statunitense sui semiconduttori. L’alleanza, proposta dal presidente Joe Biden lo scorso marzo, è stata soprannominata “Chip 4” e dovrebbe coinvolgere, oltre a Stati uniti e Corea, anche Giappone e Taiwan.

L’INIZIATIVA È AL CENTRO dell’impegno statunitense a rimodellare le catene globali degli approvvigionamenti di tecnologie avanzate come i semiconduttori, coordinando tra paesi affini la produzione di questi beni essenziali per l’economia globale. In poche parole, Chip 4 è un’operazione di friend-shoring.
Se però Giappone e Taiwan hanno già deciso di aderire, per la Corea la partecipazione all’iniziativa suscita diverse preoccupazioni. Sebbene questo non sia l’obiettivo dichiarato, Chip 4 è considerata un tentativo di contrastare l’influenza di Pechino nel mercato globale dei semiconduttori, cercando di isolare la Cina da queste catene di approvvigionamenti high-tech.

Le società sudcoreane leader nella produzione di microchip, tuttavia, sono profondamente integrate nel tessuto tecnologico e industriale cinese: per Samsung Electronics e SK Hynix, due delle principali società al mondo per la produzione di semiconduttori, le loro attività produttive in Cina sono difficilmente sostituibili. Lo stabilimento della Samsung di Xi’an, costato circa 25 miliardi di dollari, rappresenta da solo il 40% di tutta la produzione di memorie flash NAND della società sudcoreana. Oltre alla produzione in loco poi, la Cina è un partner fondamentale anche per quanto riguarda le esportazioni: il colosso economico asiatico assorbe infatti il 59,7% dell’export sudcoreano di microchip.

DURANTE L’ESTATE IL DIBATTITO sulla partecipazione a Chip 4 in Corea del Sud è stato molto acceso, anche per via dei tempi stretti a disposizione di Seul per rispondere all’invito di Washington. Yang Hyang-ja, a capo della commissione parlamentare per i semiconduttori, sostiene l’adesione rivendicando la necessità di mantenere la vicinanza con Washington. «Se la Corea rimane indecisa sul tema dell’alleanza tech con gli Stati Uniti, il paese dovrà affrontare sfide significative per la propria sicurezza nazionale» ha dichiarato il mese scorso. Tuttavia, il ministro delle ICT Lee Jong-ho ha espresso cautela riguardo una decisione che potrebbe avere un impatto negativo su altre industrie. La Cina, infatti, ha tentato di dissuadere la Corea.

Da Pechino il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha invitato più volte Seul a «tenere a mente i propri interessi di lungo termine», oltre a rimproverare gli Stati Uniti per cercare di segmentare il mercato globale. Alla fine, l’8 agosto il governo di Yoon ha deciso di sciogliere gli indugi facendo sapere di voler partecipare all’iniziativa.

TUTTAVIA, IL RICORDO delle ritorsioni di Pechino quando la Corea decise di istallare il THAAD, un sistema antimissile statunitense, è ancora molto vivo. Nel 2017, per meglio proteggersi dai missili nordcoreani, Seul decise di ospitare una batteria del THAAD che però la Cina interpretò come una minaccia alla propria sicurezza nazionale, lanciando così una campagna di rappresaglie economiche. Da allora, la Corea si è mantenuta molto vigile per non provocare Pechino. Anche su Chip 4 Seul si è detta pronta a dissipare qualsiasi malinteso che la Cina possa avere riguardo la partecipazione sudcoreana all’alleanza tech. In un faccia a faccia tenutosi all’indomani dell’annuncio sulla partecipazione, i ministri degli esteri di Seul e Pechino hanno concordato sull’importanza di mantenere stabili gli approvvigionamenti tecnologici.

SEUL NON È DISPOSTA A LEGARSI le mani. Sebbene sia difficile dire di no agli Stati Uniti, che dopotutto forniscono strumentazioni e licenze essenziali per la produzione dei semiconduttori, la Corea non è disposta a perdere il mercato cinese. Per ora Yoon si è impegnato a partecipare solo all’incontro preliminare di Chip 4, in programma a inizio settembre, nel quale dovrebbero essere stabiliti gli impegni di ognuno dei paesi. In quella sede, i rappresentanti sudcoreani esporranno la posizione di Seul, secondo cui il raggruppamento non deve erigere barriere tecnologico-commerciali per escludere specifici paesi. Il riferimento ovviamente è alla Cina. Anche dal punto di vista comunicativo, la Corea è stata molto attenta a descrivere Chip 4 come un «organo consultivo» e non come «alleanza».

IL PANORAMA TECNOLOGICO dell’Asia orientale è entrato in fermento negli ultimi anni e la carenza di semiconduttori seguita alla pandemia ha accelerato molti di questi processi. Negli ultimi mesi le grandi società di semiconduttori hanno programmato ingenti investimenti. Nonostante Samsung sia la prima ad aver iniziato la produzione di microchip da 3 nm, il primato per la fabbricazione di semiconduttori sotto i 7 nm spetta alla taiwanese TSMC che mira a consolidare la propria leadership con 100 miliardi di dollari da investire entro il 2024.

Attorno a queste grandi società i governi della regione stanno elaborando le proprie strategie. Stati Uniti e Giappone sono riusciti a coinvolgere TSMC nei propri piani per ravvivare le rispettive industrie nazionali dei semiconduttori, concordando la costruzione di nuove fabbriche nei due paesi. Washington dal canto suo ha intrapreso una campagna ad ampio raggio per attrarre anche le maggiori società sudcoreane: negli ultimi mesi, oltre a TSMC, sia SK Hynix che Samsung Electronics hanno annunciato di voler investire decine di miliardi per costruire nuovi impianti produttivi nel paese.

Il Giappone invece ha adottato un approccio diverso. Attraverso l’istituzione di centri di ricerca e sviluppo, Tokyo sta permettendo alle società giapponesi di entrare nella corsa per lo sviluppo dei microchip da 2 nm in collaborazione con gli attuali leader del settore.

RESTA PERÒ L’INCOGNITA CINESE, che è all’origine di molti dei movimenti nel mercato dei semiconduttori che osserviamo oggi. Pechino sconterebbe un ritardo tecnologico di diversi anni rispetto ai propri concorrenti ma secondo un’indagine di un centro di ricerca canadese la società leader del mercato cinese, nota come SMIC, sarebbe effettivamente in grado di produrre semiconduttori da 7 nm. La notizia rimane per certi versi misteriosa visto che SMIC nell’ultimo rapporto finanziario riportava che la propria tecnologia più avanzata non superasse i 14 nm. Ciononostante, Pechino ha ancora bisogno degli investimenti sudcoreani per accorciare il proprio ritardo ed è per questo che Chip 4 è una questione cruciale per Pechino.

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