I VASSALLI PAGATORI DELLA NUOVA NATO da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I VASSALLI PAGATORI DELLA NUOVA NATO da IL FATTO e IL MANIFESTO

I vassalli pagatori della nuova Nato

CONTO SALATO – Gli Usa non vogliono più versare l’80% delle spese, toccherà agli Stati Ue sborsare sempre di più per la Difesa: centinaia di miliardi all’anno. Ancora austerità contro una minaccia inesistente

 PINO ARLACCHI  6 APRILE 2024

L’anniversario dei 75 anni della Nato si sta celebrando sotto il segno di una possibile, consistente crescita della quota europea del suo budget.

Dal lato americano non si profila alcuna espansione perché, con una spesa militare mostruosa, vicina al trilione di dollari e finanziata prendendo denaro in prestito da Europa e resto del mondo, gli Stati Uniti hanno raggiunto un grado di indebitamento insostenibile. E sul piatto c’è anche la lamentela americana che è ora che gli europei finanzino la propria sicurezza smettendo di vivere sulle spalle di uno Zio Sam che si accolla l’80% del bilancio Nato.

Le spese per la difesa europea, perciò, dovrebbero più che raddoppiare in pochi anni, e la richiesta del segretario Nato di un fondo di 100 miliardi di euro soltanto per l’Ucraina può essere solo un assaggio. Il problema è: da dove arriveranno i 300-400 miliardi di spesa aggiuntiva annua necessari per finanziare una Nato che soddisfi la pretesa americana?

Da dove prenderanno questi fondi due Paesi europei come la Germania e l’Italia che hanno speso finora per la difesa poco più dell’1% del proprio Pil?

Sono incline a ritenere che la svolta verso una Europa bellicista, che si riarma per allinearsi con gli Stati Uniti, avverrà – se avverrà – senza alcuna resa dei conti con Washington. Nel senso che nessun leader nostrano oserà denunciare il patto non scritto con gli Stati Uniti che vige dai tempi della nascita della Nato. Secondo questo patto, noi europei compriamo i buoni del Tesoro Usa che consentono all’America di vivere al di sopra dei propri mezzi e che le hanno permesso di fare tutte le guerre che ha voluto in quasi ogni parte del mondo in nome della Nato e della difesa dell’Occidente.

Il bilancio Nato viene già largamente pagato, in realtà, dai contribuenti europei, perché i governi dell’Unione si sentono obbligati a prestare ogni anno agli Stati Uniti cifre enormi comprando i loro buoni del Tesoro. Questi consentono alla Federal Reserve di stampare dollari a volontà senza temere inflazione e deficit della bilancia dei pagamenti, e di mantenere nel contempo la supremazia del dollaro come moneta universale. I pagamenti europei sono il tributo alle casse dell’Impero che viene rivenduto come prezzo per la difesa del nostro continente.

L’ esistenza di questo patto imperiale è ignorata dal 99,9% dei cittadini dell’Unione europea. Anche per questa ragione potete stare certi che non ci sarà alcuna autorità politica e monetaria di Bruxelles che ricorderà come l’euro sia stato creato anche per essere l’alternativa al dollaro, e che dopo un esordio promettente, è stato messo ai margini fino al punto da non essere valorizzato neppure per gli acquisti di petrolio degli Stati dell’Unione europea, pagati all’80% in dollari. La Banca centrale europea e le autorità fiscali e monetarie dei singoli Paesi Ue a tutto pensano tranne che usare la più potente arma a loro disposizione, l’euro appunto, per avanzare gli interessi dell’Unione rispetto alla prepotenza del capitalismo finanziario americano retto dal complesso Wall Street-Tesoro-Federal Reserve.

Di tanto in tanto si levano proteste, come quella del presidente Juncker nel 2018, che ha dichiarato di volere un euro che competa nel mondo con il dollaro e “diventi uno strumento attivo di una nuova Europa sovrana”, abbandonando l’attuale politica neutralista della Bce di “né disincentivare né sostenere” un ruolo globale dell’euro.

I soldi per abbuffare la Nato non proverranno, quindi, da una dichiarazione di indipendenza economica e finanziaria dell’Europa verso gli Stati Uniti. I soldi necessari per difenderci da una minaccia completamente inventata – la Russia di Putin – occorrerà trovarli da altre parti. Vista la stagnazione ormai cinquantennale del capitalismo europeo e l’assenza di un progetto di rilancio della potenza commerciale e industriale dei Paesi dell’Unione, si proverà a seguire la solita strada dell’austerità. Con il fondo del barile ormai raggiunto.

Ridurre salari, stipendi, pensioni e spesa sociale in nome di sacrifici per una guerra inesistente può essere un gioco molto pericoloso. A scendere in piazza questa volta non ci sarebbero solo agricoltori, gilet gialli e pacifisti risoluti, ma masse di cittadini impoveriti dalle politiche di una élite europea codarda, inadeguata e serva di interessi altrui.

Ma in prospettiva ci potrebbe anche essere la formazione di una maggioranza europeista alternativa, capace di rompere gli orientamenti bellicisti, togliere di mezzo la truffa di una Russia nemica, continuare a ridurre invece di aumentare le spese per la difesa dell’Europa. E farla finita con l’austerità.

Speriamo che questa prospettiva si realizzi prima del grande danno che si profila all’orizzonte.

Spese militari contro la società

NUOVA FINANZA PUBBLICA. La rubrica settimanale di politica economica. A cura di autori vari

Marco Bersani  06/04/2024

«Non ci sono i soldi» è il refrain che ci sentiamo rispondere ad ogni rivendicazione di risorse per garantire diritti costituzionalmente garantiti.
È il caso della sanità, per la quale, dopo le lacrime di coccodrillo durante la pandemia sui tagli effettuati nell’ultimo decennio, oggi, secondo l’ultimo rapporto della Corte dei Conti, ci troviamo con risorse pari a 131 miliardi (nel 2022) nettamente inferiori a quelle della Germania (423 mld) e della Francia (271 mld), e con un rapporto spesa/Pil che, se nel nostro Paese è pari al 6.8%, in Spagna raggiunge il 7,3%, mentre vola in Francia (10,3%) e in Germania (10,9%).

Ed è il caso dell’istruzione, per la quale il nostro Paese – ultimo in Europa – destina l’8% della spesa pubblica contro una media Ue 27 pari al 10%.

Come certificato dall’Istat nelle stime preliminari del mese di marzo, abbiamo inoltre raggiunto il massimo storico delle famiglie in povertà assoluta, che oggi sono l’8,5% delle famiglie residenti; si tratta di 5,7 milioni di persone, tra le quali 1,3 milioni sono minorenni.

Tuttavia, c’è un settore che sembra non subire mai il refrain di cui sopra: si tratta delle spese militari. Qui non solo non è mai arrivata alcuna spending review, ma si procede con passi da gigante all’aumento di spesa.

Se già nel 2023 vi era stato un aumento di 1,8 miliardi, nel 2024 vi è stato un ulteriore balzo di 1,4 miliardi, con un innalzamento complessivo nel biennio del 12,5%, che ha portato per la prima volta nella storia il bilancio del ministero della Difesa a superare i 29 miliardi. Sempre per la prima volta nella storia, ben 10 di questi 29 miliardi sono destinati all’acquisizione diretta di armamenti.

Di fronte a questi dati, si smaschera l’ideologia del debito e delle politiche di austerità: i soldi ci sono e sono tanti, ma le scelte politiche li destinano all’economia di guerra e agli interessi dei pochi contro il resto della società.

Il fatto clamoroso è che a certificare queste evidenze arriva addirittura l’agenzia di rating Moody’s, la quale, in merito al ventilato nuovo maxi investimento Nato di 100 miliardi di dollari in armamenti per sostenere l’Ucraina (dei quali 8,7 sarebbero la quota parte italiana), ha sottolineato come il riarmo pregiudicherà seriamente gli sforzi per ridurre il debito pubblico e avrà effetti pesanti di impatto sociale: «Dato il fardello che rappresenterebbe un aumento della spesa finanziato esclusivamente a debito, i governi probabilmente cercheranno di introdurre misure che aumentino le entrate o introdurranno aggiustamenti alla spesa esacerbando il conflitto sociale». E, sempre Moody’s, così incredibilmente prosegue: «Queste pressioni probabilmente saranno sentite più acutamente nei Paesi già altamente indebitati come Spagna e Italia».

Siamo dunque dentro un quadro che, da una parte attraverso la riproposizione delle politiche di austerità con il “nuovo” patto di stabilità europeo, dall’altra attraverso la penetrazione della guerra nell’economia, nella società e nella vita delle persone, comprime i diritti individuali e sociali e nasconde sotto il tappeto le vere emergenze quotidiane: il diritto alla pace e alla giustizia sociale e climatica.

Il prossimo 25 aprile il manifesto ha saggiamente chiamato tutte e tutti in piazza a Milano, trent’anni dopo l’oceanico e bagnatissimo corteo unitario del 1994. Andiamoci in massa, avendo chiaro che il fascismo non è solo un manipolo di teste rasate e di braccia tese, ma anche e soprattutto un’idea feroce di società. Buona liberazione.

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