I NUOVI GRATTACIELI MUTI, LONTANI DALLE STORIE DELLA CITTÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I NUOVI GRATTACIELI MUTI, LONTANI DALLE STORIE DELLA CITTÀ da IL MANIFESTO

I nuovi grattacieli muti, lontani dalle storie della città

Milano Il modello Milano ha potuto godere di una scorta mediatica. Tanto più efficace, quanto più sottotraccia: un immaginario di sfondo, da influencer, tiktoker, riprese coi droni per spot di banche e assicurazioni sponsor

Alberto Piccinini  19/07/2025

La sola esistenza di una Commissione Paesaggio, luogo caldo della nuova grattacielopoli, nella Milano proverbialmente grigia e industriale, è una di quelle circostanze che un tempo avrebbero ispirato Jannacci con Cochi e Renato, seduti ai tavolini del bar Gattullo in Porta Lodovica. Beppe Viola, di fianco, con lo stesso surrealismo burocratico aveva inventato l’Ufficio Facce, convinto di saper indovinare dai lineamenti a quale squadra tenevano quelli che gli passavano davanti. Jannacci già negli anni ‘90 aveva raccontato la storia di un gruista «che guardava le donne dentro i grattacieli», ma non poteva scendere a terra perché gli venivano le vertigini. Dieci anni fa gli fu intitolato il 31esimo piano del Pirelli: dal “Belvedere Jannacci” si gode di uno sguardo unico e inusuale sulla città, questa fu la motivazione.

NON È NOSTALGIA. Parlando della Milano di oggi, lo scrittore Vincenzo Latronico dichiara a Rivista Studio che la città «resta incredibilmente non raccontata: (…) ferma a certi aneddoti sulla Milano da bere o al massimo su Tangentopoli». Parla dei nuovi grattacieli, del silenzio deferente (complice?) che ha seguito la meraviglia di chi la ricorda com’era prima. Alle prime manovre immobiliari che prepararono l’Expo lo scrittore aveva dedicato il romanzo La cospirazione delle colombe (2011), ritratto di un giovane e spietato costruttore che butta giù un boschetto e un vecchio complesso industriale per tirare su un grattacielo.

Intervenendo sullo stesso tema su Wired on line di ieri, il critico culturale Davide Piacenza si è spinto oltre, abbozzando quasi un mea culpa: «mentre grattavamo la superficie della realtà coi nostri longform» su quanto fosse «diverso, sofisticato, persino cool vivere nella nuova Milano» – scrive – «attraversavamo la città senza viverla, come gli studenti fuori sede».

IL MODELLO MILANO, aggiunge Piacenza, ha potuto godere di una scorta mediatica. Tanto più efficace – aggiungiamo noi – quanto più sottotraccia: un immaginario di sfondo, da influencer, tiktoker, riprese coi droni per spot di banche e assicurazioni sponsor. Non sfuggirà neppure che imprese editoriali come Rivista studio e Wired sono stati a pieno titolo voci della nuova Milano, benché fragili e flebili come tutta l’editoria vecchio stile di questi tempi. A proposito, generazioni di giornalisti qui si sono formati rileggendo Luciano Bianciardi, riscoperto neppure tanto a caso dopo gli anni ‘90: la sua vita agra, la vendetta in nome dei morti in miniera nella sua Maremma, il progetto di abbattere con la dinamite il “torracchione”. Che non era il grattacielo Pirelli, e neppure un grattacielo (anche se il bel film di Lizzani per comodità lo fece credere), ma i palazzoni grigi della Montecatini poco più in là, firmati comunque dallo stesso Giò Ponti.

IL GRATTACIELO PIRELLI di Giò Ponti fu tirato su nel 1960. Nel 1961 Michelangelo Antonioni girò sull’ascensore che saliva in alto i titoli di testa de La Notte. La Torre Velasca è del 1955, lo studio Bbpr unì brutalismo e tradizione. Nel 1958 fu il set del Vedovo con Alberto Sordi e Franca Valeri, commedia favolosa e feroce di Dino Risi, per capire il boom, ieri, oggi, noi. La Milano degli anni ‘80 ai tempi di Tangentopoli tradì i suoi grattacieli. Berlusconi scappa a Milano 2, Milano 3, gli studi Mediaset a Cologno. L’esotismo brianzolo ci porta dritti a tutt’oggi nelle isole lontane dei famosi e in quelle della Tentazione.

Pochissimi suggerimenti narrativi, ancora, per i grattacieli della nuova Milano. Forse alcuni videoclip del trapper Shiva. La mia storia girato sopra piazza Gae Aulenti di notte racconta il viaggio e la solitudine di uno poco più che ragazzino che arriva dall’ultima periferia e finisce a mangiare sushi sulla terrazza con una fidanzata modella e il macchinone Ferrari parcheggiato di sotto. Antonioni non avrebbe chiesto di meglio. Alcune scene della serie Blocco 181, produzione Sky, una specie di Gomorra milanese ma molto più hype e rap – girata da registi di scuola MTV, Milano – hanno come set i grattacieli. La favola di Fedez e Ferragni non avrebbe potuto avere migliore location che gli appartamenti di City Life, 35000 euro al mese per la gioia del voyeurismo social.

L’ULTIMO NOIR di Sandrone Dazieri si chiama Uccidi i ricchi. È ambientato esattamente nell’enclave del Bosco Verticale. La morte di un calciatore ricchissimo nella sauna criogenica dà il via a una serie di assassinii firmati sui social con lo stesso slogan.

Lontano allievo di Scerbanenco (che per primo raccontò davvero la spietatezza milanese) Sandrone è stato uno storico occupante del Leoncavallo. Se dici Bosco Verticale a un cinquantenne milanese oggi, ti spiegherà che lì c’era la Stecca degli Artigiani, a fine anni ‘90 uno dei posti semioccupati più vivaci della città, e intorno nel quartiere Isola il centro sociale Pergola, Garigliano, i luoghi che rendevano Milano davvero vicino all’Europa, come in quella vecchia canzone. I nuovi grattacieli di Milano sorgono sopra alcune sconfitte, piccole o grandi che siano, non c’è bisogno di ricordarlo. Nomi come Bosco Verticale, City Life, Hidden Garden, Biblioteca degli Alberi, parlano il linguaggio di un segreto eufemismo che vira decisamente verso la beffa – come aveva capito bene Bianciardi, al quale il crollo della grande insegna “Generali” sulla cima della Torre Hadid venti giorni fa avrebbe già detto abbastanza di quel che sarebbe accaduto.

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