“I NEMICI NELLE NOSTRE CASE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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“I NEMICI NELLE NOSTRE CASE” da IL MANIFESTO

Meloni e l’errore della retorica identitaria

Non mettere in relazione alle politiche omicide contro i migranti la retorica sull’identità di Meloni è un grave errore politico

Bruno Montesano  21/12/2022

Il discorso di Meloni di ieri per la festa ebraica di Hanukkah segna un passaggio importante. Essendo Meloni retoricamente abilissima, non emerge tanto quanto lei sia di estrema destra rispetto al discorso politico-giornalistico liberale sull’identità ma quanto questo discorso sia difficilmente distinguibile dal suo.

Molti politici e giornalisti non esplicitamente razzisti hanno riproposto il discorso identitario in termini di «liberalismo combattente». L’esito è un universalismo selettivo, di cui Macron è correntemente il massimo esempio in Europa, ma che in Italia ha radici ben più profonde. Si tratta dell’uso del repubblicanesimo per affermare un’ideale di comunità apparentemente di eguali ma che invece stabilisce gerarchie di riconoscimento e diritti tra membri legittimi e illegittimi. Questi ultimi devono essere disciplinati, inclusi in modo subordinato o esclusi.

Nello specifico, ciò che colpisce nel discorso di Meloni non consiste solo nel fatto che l’erede politica di quelli che internavano, ammazzavano e consegnavano ai nazisti i nonni dei membri della comunità ebraica di oggi, venga accolta a braccia aperte – non unanimemente, come si può leggere sul blog di una lista del centrosinistra ebraico Menorah. Ma che non si veda l’idea razzista di identità che propone Meloni. Gli ebrei «vanno bene» perchè erano italiani e quindi, facendo parte della nostra tradizione, sono alleati – da confrontare anche la letterina di Valditara sulle leggi razziali pubblicata da Repubblica qualche settimana fa. Secondo il ministro dell’Istruzione, l’antisemitismo è una parentesi senza storia e senza futuro, priva di conseguenze. Una pietra di inciampo in un percorso ascendente verso l’eguaglianza e la fraternità tra ebrei e non ebrei italiani.

In generale, per i fratelli di Italia, gli ebrei vanno bene perché sono sopravvissuti grazie alla trasmissione della propria identità nel tempo. Questa interpretazione, oltre ad esser retriva, dimentica che molto di quello che è considerato “ebraico” deriva invece da intrecci e mescolamenti – su tutti, il libro da leggere è “L’ebreo non ebreo” dello storico Isaac Deutscher (ormai fuori catalogo). Meloni – e la destra della comunità ebraica – dimentica che, in fondo, tutte le identità non cominciano mai ma sono sempre già iniziate. L’origine non c’è, se non ex post per legittimare una posizione di relativo potere nel presente o l’aspirazione alla sua conquista.

Inoltre, come emerso da anni per diverse destre radicali nel mondo, essere formalmente amici degli ebrei oggi è fondamentale. Perché permette di manganellare meglio musulmani e migranti latamente intesi. Permette anche di schierarsi sul confine dello scontro di civiltà, contro il mondo arabo. Per ragioni diverse da chi vive in Israele ma in parte sovrapponibili.

Tuttavia, il problema più radicale è che gli stati-nazione si fondano sull’esigenza di unire una comunità dandole un significato tramite tradizioni inventate, identità immaginate e storie selettivamente ricostruite per legittimare il presente. L’identità europea, nel mainstream liberale, fa da contrappeso. E però, al contempo, la UE si comporta come un macro stato-nazione nella gestione dei sui confini esterni – tra esternalizzazione delle politiche migratorie, accordi con tiranni, respingimenti per terra e per mare, abbandono dei migranti ai fondali degli oceani e criminalizzazione della solidarietà con i migranti.

Il punto di fondo è: i diritti di cui si parla in relazione a democrazia, Ucraina, Ue, Occidente valgono per chi? Solo per i cittadini razzialmente concepiti come legittimi titolari di diritti. Questo limite non è purtroppo proprio solo dell’estrema destra. È una faglia iscritta nella tradizione liberale: i diritti nascono delimitati per classe, genere e razza. Progressivamente, con i conflitti sociali, le garanzie vengono estese. Ma il problema tocca anche un pezzo di sinistra, dove populismo e nazionalismo hanno ancora un certo successo. Il tema dell’identità divide inoltre anche gli antirazzisti, tra posizioni più universalistiche e più particolaristiche.

Ad ogni modo, non mettere in relazione alle politiche omicide contro i migranti – ovvero la lotta per mare contro i salvataggi dei naufraghi e per terra, con i discorsi infiammati sui piani di eversione delle democrazie tramite flussi migratori incontrollati da parte di potenze straniere – la retorica sull’identità di Meloni, è un grave errore politico. Non certo perché sia possibile sbarazzarsi dell’identità sic et simpliciter. Tuttavia, l’identità intesa come la intende Meloni serve a legittimare la perimetrazione della difesa di un pezzo di società a scapito di chi è considerato esterno a questa – pur se ci vive lavora e muore.

 «I nemici nelle nostre case», costruzioni e stereotipi dello «straniero»

SCAFFALE. «Gli schiavi del papa. Conversioni e libertà dei musulmani a Roma in età moderna», un volume di Marina Caffiero per Morcelliana

Marina Montesano  21/12/2022

Il Moretto, ritratto realizzato da Alessandro Longhi nel Settecento, campeggia sulla copertina del nuovo libro di Marina Caffiero: Gli schiavi del papa. Conversioni e libertà dei musulmani a Roma in età moderna (Morcelliana, pp. 326, euro 30). Non sappiamo chi fosse questo ragazzo sul quale il nero della carnagione contrasta l’abito bianco elegantissimo, di foggia europea, dai bottoni di perle come gli orecchini, e al collo una croce aurea incastonata di pietre preziose.
Esotismo e simboli di appartenenza alla cultura che si vuole «nostra» (occidentale, cristiana, bianca) si intrecciano nel ritratto e nel libro, che delinea magistralmente un quadro della schiavitù nella Roma papalina di età moderna, forte del ritrovamento di un Libro dei Turchi dell’Archivio della Pia Casa dei catecumeni e dei neofiti (la cui edizione critica, a cura di Micol Ferrara, chiude la pubblicazione) nel quale sono rapidamente tracciate le storie di un centinaio di schiavi musulmani, uomini e donne, di diversa provenienza.

È UN CAMPIONE di vicende ricco e interessante, che Caffiero mette in relazione con altre fonti primarie e con la bibliografia sugli argomenti, e non sono pochi, che tocca la schiavitù ma anche i rapporti interreligiosi, le conversioni vere o false, con molte vie di mezzo, la rappresentazione dell’«altro». Lo fa attraverso trenta brevi capitoli che spaziano dalle storie individuali a quelle collettive: c’è la vicenda di Bruca, «turca di Tripoli», battezzata nel 1778 in seguito a una visione miracolosa che l’aveva condotta alla conversione dopo aver resistito a lungo nella sua fede musulmana. Durante l’adolescenza, mentre era in viaggio sul mare con la sua famiglia, era stata assalita da pirati maltesi; alcuni familiari erano riusciti a fuggire o erano stati riscattati, ma a lei, alla sorella e a tre fratellini piccoli non era toccata questa fortuna, ed erano finiti schiavi, lei presto incinta del suo padrone. È una vicenda che aveva avuto un certo clamore, ma per il miracolo, non per la schiavitù, che era all’epoca fenomeno comune.

Petrarca aveva definiti gli schiavi i «nemici nelle nostre case» ed è un atteggiamento che si ripercuote anche in molte vicende che incontriamo nel libro, nonché nelle premesse poste da Marina Caffiero: «Il tema dello straniero musulmano occupa un posto di rilievo nella storiografia recente che ribadisce la loro presenza in Europa, a lungo ignorata. Gli studi hanno rilevato come i musulmani fossero sì stranieri ma anch’essi famigliari»; non a caso, proprio nelle pagine iniziali, l’autrice mette in relazione il tema trattato in questo libro con quello, a lei familiare, degli ebrei in rapporto al corpus christianorum all’interno del quale si trovano a vivere, anch’essi non un blocco estraneo, sebbene ben più radicati dei musulmani, ma al contempo avvertiti come maggiormente infidi e pericolosi.

È LECITO CHIEDERSI quanto ci sia di profondo, diciamo pure di psichico, in una società che asserve, che domina e che pure tende a considerare le sue vittime come nemici interni. Un discorso che naturalmente non si ferma alla sola Europa, dal momento che soprattutto nel mondo turco la schiavitù dei cristiani era altrettanto diffusa e, come Caffiero sottolinea, entrambe le parti erano spinte a evitare atteggiamenti troppo crudeli proprio sapendo che avrebbero avuto un contrappasso dall’altra parte. Gli schiavi del papa include un apparato iconografico molto ricco e tutt’altro che puramente esornativo: non ci sono solo le immagini, come quella del Moretto citato, pure utilissime, ma anche cartine geografiche delle tratte e mappe dei luoghi di Roma rilevanti per il suo discorso. Caffiero non evita neppure i riferimenti alla contemporaneità, storiografica come sociale: non è un caso se una riflessione sul meticciato sia partita da paesi che hanno un forte passato coloniale, mentre siano ancora, almeno in parte, terreno da esplorare qui da noi. L’Italia è bianca?, titola significativamente il capitolo conclusivo. Allo stesso tempo rivendica la necessità di riflettere su tali vicende senza pudori e senza pregiudizi, senza farsi paralizzare dalle derive della cancel culture.

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