I DAZI COSTANO A CHI LI FA da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I DAZI COSTANO A CHI LI FA da IL MANIFESTO e IL FATTO

I dazi costano a chi li fa

Stati uniti Trump contro l’Europa, ma rischia anche la manifattura americana

Luigi Pandolfi  13/07/2025

Trump ha firmato e spedito la sua dichiarazione di guerra economica all’Europa: dazi al 30% su tutti i beni importati dall’Unione europea, con una clausola che prevede aumenti proporzionali nel caso di ritorsioni da parte di Bruxelles. Certamente un problema per gli «alleati» del Vecchio Continente, già costretti a risparmiare sul welfare per comprare armi americane. Ma davvero a pagare il conto sarà solo l’Europa? Davvero queste misure serviranno a rilanciare la manifattura americana? Oppure, come già accaduto in passato, sarà anche l’economia Usa a pagare un prezzo salato?

Il punto di partenza del tycoon: sanzionare le economie che vendono di più di quanto comprano per sostenere le produzioni locali. Una visione mercantilista fuori tempo massimo, che dimentica — o finge di dimenticare — come si costruiscono oggigiorno le catene globali del valore. L’Unione europea non è solo un esportatore netto di automobili o vini pregiati: è soprattutto, per l’economia americana, un fornitore essenziale di componenti elettronici, semilavorati, strumentazioni meccaniche, prodotti chimici e farmaceutici. Secondo i dati del Dipartimento del Commercio Usa, nel 2024 le importazioni americane dall’Ue di beni intermedi hanno superato i 280 miliardi di dollari. Di questi, circa 95 miliardi riguardano prodotti chimici e farmaceutici (inclusi medicinali), 68 miliardi attengono a macchinari e componentistica, e oltre 30 miliardi a parti e accessori per l’industria automobilistica e aerospaziale. E l’Italia? Basta dire che alcuni modelli Tesla montano dischi e pastiglie che vengono dalla Lombardia. 

Imporre un dazio del 30% su queste voci significa colpire il cuore della manifattura americana. Che potrebbe veder lievitare i costi di approvvigionamento, perdendo competitività e posti di lavoro, riducendo i margini di profitto. «Tasse sulle importazioni sono tasse sulle imprese americane», ha sentenziato non a caso il National Association of Manufacturers, che raduna più di 14 mila imprese piccole e grandi.

Ma non finisce qui. A cascata, ci rimetteranno anche i consumatori, le classi popolari. Più della metà dei beni importati dall’Europa finisce nel commercio al dettaglio. Aumenti del 30% significheranno perciò rincari nei supermercati, nei listini delle auto, nei prezzi dei farmaci. La guerra commerciale contro la Cina del 2018-19 è lì a dimostrarlo: secondo la Federal Reserve Bank di New York, i dazi di quel biennio costarono ai consumatori americani circa 57 miliardi di dollari in maggiori prezzi al consumo.

Ma il deficit commerciale è davvero un problema per gli Stati Uniti? In realtà, no. O non ancora. Gli Stati Uniti sono l’unico paese al mondo che può permettersi di vivere «al di sopra dei propri mezzi». Il motivo? Il dollaro. Essendo la valuta di riferimento negli scambi internazionali (la dedollarizzazione ha compiuto finora solo passi simbolici), il biglietto verde garantisce agli Usa un vantaggio strutturale: possono pagare ciò che importano con una moneta che essi stessi creano. Non hanno bisogno di accumulare riserve, né di compensare i disavanzi con esportazioni. È il «privilegio esorbitante» di cui parlava Charles de Gaulle già negli anni Sessanta. 

Il deficit commerciale, per gli Stati Uniti, è una condizione funzionale, non patologica. Consente flussi di capitale in entrata, sostiene la domanda interna e mantiene il dollaro forte. Al contrario di quanto sostiene Trump, un avanzo commerciale forzato — sempre che sia possibile ottenerlo— potrebbe indebolire il ruolo internazionale del dollaro (come sta già accadendo), ridurre la liquidità globale in biglietti verdi e costringere gli Stati Uniti a finanziare, in prospettiva, i propri consumi con risparmi reali anziché con moneta «creata dal nulla». Un boomerang, insomma.

Se davvero il problema è la desertificazione industriale, la risposta non può essere il protezionismo. O comunque non quello gangsteristico di The Donald. Servirebbe una seria politica industriale, programmazione economica e controllo delle filiere strategiche. E l’abbandono di un modello di accumulazione basato sulle bolle di Wall Street, che fa bene solo all’1% della popolazione. Ciò che Trump proprio non vuol vedere. 

Bulli e nani da giardino

Marco Travaglio  13 Luglio 2025

Dopo averli studiati per quasi sei mesi, Trump ha capito che i cosiddetti “alleati” europei sono un branco di pigmei fantozziani, di cui si può fare tutto ciò che si vuole. E ieri l’ha fatto: la sua lettera che gli dà i venti giorni sui dazi al 30% sarebbe umiliante anche per una colf, ma non per questa Ue di servi sciocchi che ora fingono stupore e sorpresa, come se non conoscessero il personaggio. Che, quando si trova davanti un interlocutore in posizione eretta, spara 100 per avere 50. Ma con i nostri pigmei spara 100 e ottiene 110. L’ha appena toccato con mano sul 5% di Pil per le spese Nato: si aspettava chissà quale braccio di ferro, invece ha trovato Rutte e gli altri nani già sdraiati e ci è mancato poco che rilanciassero sul 6%, ovviamente senza interpellare i Parlamenti nazionali, ormai ridotti a soprammobili. Come quello europeo sul riarmo da 800 miliardi. E ha concesso il bis sui dazi. Ora naturalmente gli euro-nani da giardino strillano parole vuote contro il padrone ingrato che osa fare gli interessi del popolo americano falcidiato dalla globalizzazione e dallo sbilancio commerciale. Come se Trump non l’avesse ampiamente annunciato in campagna elettorale e come se i dazi non li avesse iniziati Biden.

L’Ue ha avuto sei mesi di tempo per alzare i ponti levatoi, ma era troppo impegnata a sabotare l’unica iniziativa di Trump che conviene a noi: il negoziato con Putin per chiudere la guerra in Ucraina. Abilissimi a dirgli di no quando dovrebbero dirgli di sì e di sì quando dovrebbero dirgli di no, i nostri liderini hanno esecrato la soluzione diplomatica che ci servirebbe come l’oro proprio contro i dazi. Il compromesso con la Russia ci consentirebbe di riprendere la cooperazione economica, ricominciare ad acquistare il gas dove costa meno e spalancarci la strada verso nuove rotte commerciali con i Brics, a partire dalla Cina, riaprendo la Via della Seta e trasformandola in autostrada. Invece no: i pigmei han continuato come sonnambuli a guardare in cagnesco Mosca, a parlare solo di guerra, a varare sanzioni che danneggiano più noi che Putin, ad accusare Pechino di fare i propri interessi. E a sperare che il nuovo padrone Usa avesse pietà di noi, andando a trattare separatamente, in ordine sparso, per strappare qualche sconticino. Peccato che Trump disprezzi i deboli e rispetti solo i forti: quali noi europei potremmo essere, con la forza di un mercato da mezzo miliardo di persone, se avessimo una classe dirigente all’altezza e non alla bassezza della situazione. Ora, anziché piagnucolare perché il bullo platinato fa gli interessi del suo popolo, potremmo cominciare a votare per qualcuno che faccia gli interessi di noi europei. Oppure rassegnarci alla fine che meritano i pigmei: l’estinzione.

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