GUERRE PALESTINA E UCRAINA: L’IMPOTENZA DELL’ONU da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
14654
post-template-default,single,single-post,postid-14654,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

GUERRE PALESTINA E UCRAINA: L’IMPOTENZA DELL’ONU da IL MANIFESTO e IL FATTO

Sulla linea del fronte ci sono gli aiuti: raid, proteste e stallo Onu

ISRAELE/PALESTINA. Bombe israeliane sul valico di Kerem Shalom mentre al Palazzo di Vetro il voto sulla risoluzione traballa sulle procedure «umanitarie». Hamas: niente scambio di ostaggi senza la tregua. Washington Post: lo Shifa non era una base islamista

Chiara Cruciati  22/12/2023

È intervenuta la polizia israeliana, ieri mattina intorno alle 10 nei pressi di Urim, per fermare la marcia organizzata da decine di attivisti israeliani e familiari dei soldati dispiegati a Gaza. Tra loro l’associazione Mothers’ March. L’intenzione della protesta era bloccare i camion di aiuti umanitari in ingresso dal valico di Kerem Shalom, a est della Striscia.

Decine di altri manifestanti hanno provato a raggiungere, con le stesse intenzioni, il confine con l’Egitto. «Gli aiuti al nemico uccidono i soldati», si leggeva in uno dei cartelli portati in marcia insieme alle bandiere dello Stato di Israele.

IN CONTEMPORANEA, da Kerem Shalom, arrivava la notizia di un raid aereo israeliano in cui è stato ucciso Bassem Ghaben, noto come Abu Salem, direttore del valico sul lato palestinese. Altre tre le vittime. Un bombardamento che giunge a pochi giorni dal via libera all’utilizzo di Kerem Shalom all’ingresso di aiuti (finora l’unico usato, al minimo delle sue capacità, è stato quello di Rafah con l’Egitto).

Ed è giunto mentre alle Nazioni unite si continuava a rinviare il voto del Consiglio di Sicurezza sulla risoluzione emiratina, sul tavolo da lunedì scorso: al centro del negoziato non più, apparentemente, la scelta tra «cessazione» o «sospensione» delle ostilità, ma la gestione degli aiuti umanitari. A chiedere cambiamenti al testo della risoluzione, di nuovo, gli Stati uniti che ieri si sono detti seriamente preoccupati: la risoluzione «potrebbe in realtà rallentare le consegne» di aiuti, non velocizzarle.

Di aiuti aveva parlato poco prima il presidente israeliano Herzog, a colloquio con il presidente del senato francese, Larcher: «Sfortunatamente, a causa del fallimento delle Nazioni unite, non sono in grado di fare entrare più di 125 camion al giorno». Nessun accenno ai raid israeliani e alle lunghe procedure di controllo dei camion in capo a Israele, risponde l’Onu.

E intanto la fame monta, a ribadirlo ieri è stata l’Organizzazione mondiale della Sanità: «La fame sta devastando Gaza e porterà a un incremento delle malattie nella Striscia, soprattutto tra i bambini, le donne incinte e quelle che allattano e gli anziani».

A oggi il 90% della popolazione di Gaza vive in una quotidianità di grave insicurezza alimentare, mentre proseguono senza sosta le operazioni militari israeliane, come sottolineato ieri dal primo ministro Netanyahu in una dichiarazione fotocopia delle precedenti, a uso e consumo del Consiglio di Sicurezza in procinto di votare: «Non fermeremo la guerra fino al raggiungimento dei nostri obiettivi: la completa eliminazione di Hamas e il rilascio di tutti i nostri ostaggi. La scelta che proponiamo ad Hamas è molto semplice: arrendetevi o morite».

NELLE ORE precedenti il movimento islamico palestinese aveva risposto con un secco no a un nuovo scambio tra ostaggi israeliani e palestinesi: avverrà, ha detto Hamas, solo a fronte di un cessate il fuoco permanente e non di pause temporanee (possibilità su cui il ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir, esponente dell’ultradestra, ha dato la sua nota posizione: «L’idea di ridurre l’attività a Gaza sarebbe un fallimento del gabinetto di guerra limitato. È tempo di riprendere le redini di un gabinetto di guerra esteso»).

Il governo di fatto della Striscia ieri ha poi rivendicato l’uccisione di un soldato israeliano nel centro di Gaza, ad al-Mughraqa durante uno scontro a fuoco con l’esercito, in cooperazione con le Saraya al-Quds, le brigate armate del Jihad islami.

Da parte sua Israele ha bombardato la principale zona industriale dell’enclave palestinese, la Gaza Industrial Estate, sede a 72 fabbriche alimentari, manifatturiere e farmaceutiche. E ha affermato di aver assunto il controllo del quartiere di Shajaiyah a Gaza City, tra i più martoriati dai raid aerei. Nell’ultima operazione, ha detto l’unità di fanteria Golani, sono stati compiuti «raid nelle case di membri anziani» di Hamas ed è stato «confiscato materiale di intelligence». A poca distanza, nell’altro quartiere raso al suolo, Remal, l’esercito israeliano ha fatto saltare in aria la Palestine Mosque, occupata già da un mese.

SUL FRONTE «obiettivi non militari», è di ieri l’inchiesta del Washington Post che – attraverso immagini satellitari, interviste e materiale pubblicato dallo stesso esercito israeliano – smonta le accuse mosse da Tel Aviv all’ospedale al-Shifa di Gaza city, di essere ciò la copertura al quartier generale sotterraneo di Hamas.

Secondo il Wp, dai materiali visionati non è possibile individuare «prove di utilizzo militare da parte di Hamas»: tra le altre cose, cinque degli edifici dell’ospedale considerati da Tel Aviv parte integrante del network islamista non sono connessi ai tunnel sotterranei né ai suoi cortili.

Ieri, infine, nel quartiere as-Saha, nella parte orientale della Striscia, l’esercito ha distrutto un altro cimitero, dopo quello di al-Faluja: i bulldozer hanno devastato le tombe di Sheikh Shaban ed esumato i corpi, schiacciati e mutilati dai mezzi in transito. Le immagini mostrano corpi, anche di bambini, avvolti nei teli bianchi. Un modo, accusa il ricercatore in studi per la sicurezza al Doha Institute, Omar Ashour, «per terrorizzare la popolazione, devastare la sua volontà nel resistere all’occupazione. È una vecchia tattica delle cosiddette operazioni di contro-insorgenza: punire la popolazione (…) danneggiando la sua morale».

Nato e Ue han mandato gli ucraini al massacro

 DOMENICO GALLO  22 DICEMBRE 2023

L’Ucraina ha perso la guerra, come ha osservato da ultimo Alessandro Orsini perché ha combattuto e sta combattendo per obiettivi impossibili da raggiungere, vale a dire recuperare manu militari i confini del 1991 (inclusa la Crimea nel frattempo diventata una Repubblica autonoma inserita nella Federazione russa).

Oggi è un dato di fatto che la tanto auspicata controffensiva è fallita, annegata in un mare di sangue. Nel 1971 il Washington Post pubblicò un insieme di documenti segreti del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che dimostravano che l’Amministrazione aveva ingannato gli americani fornendo all’opinione pubblica informazioni “ottimistiche” e false sulle cause e sull’andamento della guerra del Vietnam. I Pentagon papers suscitarono uno scandalo rivelando il cinismo delle autorità politiche e militari che avevano inutilmente sacrificato la vita di decine di migliaia di giovani americani pur essendo consapevoli che la guerra, iniziata sulla base di una menzogna (il falso incidente nel golfo del Tonchino), non poteva essere vinta.

Oggi una approfondita inchiesta del Washington Post fa emergere i retroscena della programmazione e preparazione della controffensiva di primavera, rivelando quanto è stato dolosamente taciuto all’opinione pubblica occidentale e agli stessi ucraini. Il fatto che i media italiani abbiano sorvolato sulla rivelazioni del Washington Post è solo un’ulteriore conferma del divorzio dalla verità della narrazione pubblica mainstream.

L’inchiesta dimostra che la controffensiva è stata pianificata in sede Nato dai vertici militari americani con la collaborazione di ufficiali britannici. Le truppe ucraine da impiegare nella controffensiva sono state addestrate in una base dell’esercito degli Stati Uniti a Wiesbaden in Germania. Ufficiali militari ucraini, statunitensi e britannici hanno organizzato otto simulazioni di guerra a tavolino per costruire un piano di campagna. Sono state prese in considerazioni le difese della Russia e studiato un piano d’attacco che avrebbe dovuto portare le truppe ucraine a raggiungere il Mar d’Azov nell’arco di 60/90 giorni. I pianificatori hanno calcolato che la controffensiva avrebbe avuto uno sbarramento di fuoco russo e un tappeto di mine tale che le perdite ucraine sarebbero state fra il 30 e il 40%. Le probabilità di successo, secondo i calcoli del software Nato, non superavano il 50%.

Ora sappiamo che la Nato non solo ha armato l’esercito ucraino, ma ne ha addestrato le truppe e ha spinto irresponsabilmente l’Ucraina a scatenare una controffensiva che non aveva alcuna probabilità ragionevole di successo, pur sapendo che avrebbe richiesto un pesante bilancio di perdite: 40% vuol dire centomila morti. Peccato che, per ottenere il consenso dell’opinione pubblica, è stato taciuto che si pianificava il sacrificio della “meglio gioventù” ucraina per raggiungere un obiettivo impossibile. Addirittura alcuni leader europei come la Von der Layen e la Metsola hanno avuto l’impudenza di rivendicare la fornitura di armi all’Ucraina come una risorsa per “salvare vite”. Appena lanciata, la controffensiva si è subito impantanata e sono sorte le divergenze fra gli ufficiali ucraini e i loro mandanti della Nato, che hanno rimproverato alla parte ucraina di essere casualty adverse, cioè di voler morire poco, meno di quanto sarebbe stato necessario per vincere la guerra. Il 7 settembre Stoltenberg, dinanzi alla Commissione esteri del Parlamento europeo, ha continuato a mentire sulle sorti della controffensiva, dichiarando che gli ucraini vittoriosi avanzavano di cento metri al giorno. Ancora il 29 novembre Stoltenberg ha dichiarato che l’Ucraina ha prevalso e ha riportato una grande vittoria, salvo smentirsi quattro giorni dopo, il 3 dicembre, dichiarando: “Dobbiamo prepararci alle cattive notizie”.

In un articolo del 16 dicembre il New York Times, ha analizzato una presunta vittoria della controffensiva ucraina: l’attraversamento del fiume Dnipro nella regione meridionale di Kherson. Il giornale ha raccolto alcune testimonianze scioccanti dei marines ucraini sopravvissuti che hanno descritto l’offensiva come una missione suicida. Prima o poi le madri, i padri, i fratelli, le spose chiederanno conto a Zelensky e ai leader occidentali della vita dei loro cari, sacrificata sull’altare della protervia degli Usa e della Nato. Siamo sicuri che prima o poi Stoltenberg sarà perseguitato da un incubo: vedrà comparire in sogno un esercito di morti che si rialzeranno dal fango delle trincee, con le bende sulle ferite e le divise ancora insanguinate e gli chiederanno con la voce flebile dei fantasmi: restituiteci la vita di cui ci avete derubato. Allora Stoltenberg impallidirà come Macbeth alla vista del fantasma di Banquo.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.