GUERRE E PACE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GUERRE E PACE da IL MANIFESTO e IL FATTO

Oltre il giardino, L’Europa alla nuova guerra

GUERRE. Il nostro senso di superiorità è solo inferiore al fatto che per 1.500 anni noi europei abbiamo coltivato uno spirito espansionistico bellico sotto l’egida del cristianesimo.

Pier Giorgio Ardeni  22/10/2022

Non sarà sfuggito a molti che il responsabile della politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell, abbia spiegato in un’intervista come in Europa vi sia «la migliore combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità è stata in grado di costruire: tutte e tre le cose insieme», paragonando poi l’Europa a «un giardino» e il resto del mondo ad una «giungla che potrebbe invadere il giardino». È per questa ragione che gli europei devono «andare nella giungla», devono «essere molto più coinvolti nel resto del mondo. Altrimenti, il resto del mondo ci invaderà».

Borrell è spagnolo, un settantacinquenne socialista nato sotto la dittatura di Franco. Eppure, nella sua forma mentis c’è impressa quella vena che ha avvolto il pensiero europeo – oggi «occidentale» – da sempre, almeno dai tempi dei conquistadores di Cortez l’efferato e poi di padre Bartolomeo de Las Casas, del Kurtz di Conrad in Congo o del «fardello dell’uomo bianco» di Kipling. Che ci fa poi dire che «certo, è ovvio, tutti quei disgraziati vogliono venire qui, perché in Europa si sta bene». Vallo a dire a quei 5,6 milioni di italiani che fanno fatica a sopravvivere.

Il nostro senso di superiorità è solo inferiore al fatto che per mille e cinquecento anni noi europei non abbiamo che coltivato uno spirito espansionistico bellico sotto l’egida del cristianesimo che ha poi dato corpo e sostegno a quella idea di superiorità.

Nessuna civiltà come quella europea ha travalicato i suoi confini per andare a sottomettere il resto del mondo, nessuna si è espansa così a spese degli altri, prevaricando, rapinando, dettando legge (con una supremazia militare forgiata in secoli di lotte intestine). Continuando, nei secoli, a combattersi (quali lunghi periodi di pace possiamo trovare nella storia europea che abbraccino più di una generazione?). Di impero in impero – dopo quello spagnolo, l’olandese, e poi l’inglese e il francese – fino a quello del grande fratello americano, europeo nel sangue, un imperialismo forgiato sul colonialismo, impostosi grazie al capitalismo predatorio.

In un crescendo forsennato siamo arrivati così alle guerre mondiali, di cui la seconda ha segnato uno spartiacque, affiancando alla supremazia militare americana quella economica. Quando ci fu promesso che la nostra libertà economica sarebbe stata garantita sotto tutela politica e militare, sigillata dal Patto Atlantico. Che ha retto e ha fatto quanto si era prefisso.

Il mondo, però, non va sempre come decidono gli europei e dopo cinquecento anni, l’impero vacilla. L’Asia guarda altrove, l’America Latina freme di subbuglio sociale e promessa, l’Africa viene presa per fame. In tanti, però, ci guardano in cagnesco o guardano altrove. La guerra ucraìna ora in corso – di per sé, con il suo carattere distruttivo, non troppo diversa dalle tante che insanguinano il pianeta – ce l’abbiamo quasi in casa, perché qualcosa è andato storto. Ed è diventata subito, come non poteva essere altrimenti, economica.

C’è un autocrate criminale con i suoi sogni di gloria, per riconquistare la grande Russia perduta. E, però, c’è anche il business. Per anni ci avevamo fatto affari, chiudendo gli occhi su quanto accadeva nel Donbass o in Russia. Non volevamo che andasse così; ora è diventato tutto «o di qua o di là». Il business delle armi e dell’energia fa i suoi affari e questionare la democrazia in Ucraina pare quisquilia.

L’economia, intanto, si sta incartando, ancora in «tilt» dopo la rottura delle catene delle forniture per la pandemia, con i mercati di energia e materie prime nel caos. Gli Stati uniti, con nonchalance, ci hanno messo nell’angolo – «vi daremo noi le forniture» – e noi, nel nostro supino atlantismo, non sappiamo opporre una strategia. E dovremo comprare il gas americano e norvegese ai prezzi di mercato. Così, nella guerra economica in atto ci stiamo perdendo tutti, ma a pagare saranno alcuni più di altri.

La transizione ecologica l’abbiamo buttata alle ortiche, che tanto può attendere. E ancora una volta siamo chiamati a risparmiare sul gas per «difendere i territori» e potenziare l’offensiva militare e il riarmo, rispondendo alla guerra con la guerra, perché in Ucraina, si dice, si decide il destino dell’Occidente. Oltre il giardino preme la giungla, e noi dobbiamo difenderci. 

Stranamore torna all’ordine del giorno

ATOMICA E PACIFISMO. La minaccia di una guerra atomica non era più all’ordine del giorno da diversi decenni. Lo è tornata con insistenza. E poco importa con quanta concreta possibilità di essere messa in atto.

Marco Bascetta  22/10/2022

Sembrava decisamente in declino, l’atomo, che nel dopoguerra era stato posto al centro degli equilibri internazionali, della pace armata tra i blocchi e investito del compito di assicurare la potenza energetica del futuro. Poi, arrivò la spropositata crescita quantitativa degli arsenali nucleari.

Che fu percepita come una spirale. Non solo dai costi stratosferici, ma anche a forte rischio di finire fuori controllo. Nessuno ci voleva rinunciare, ma limitazioni e regole condivise, ispezioni e controlli congiunti furono ritenuti ormai indispensabili e inscritti nei trattati.

Quanto all’energia, costi e incidenti cominciarono a raffreddare gli entusiasmi mentre il problema delle scorie, tutt’ora irrisolto, prometteva sviluppi minacciosi. Movimenti pacifisti ed ecologisti, sempre più estesi e diffusi in molti paesi sviluppati prendevano di mira e cominciavano a ostacolare la corsa dell’atomo, Non solo per le sue devastanti potenzialità, ma anche perché funzionale a un modello di potere tecnocratico e accentratore, monopolistico e irregimentato.

Grandi eventi come l’esplosione del reattore 4 di Chernobyl nell’aprile 1986 e il disastro nucleare della centrale giapponese di Fukushima, causato da un maremoto nel marzo del 2011, assestarono colpi decisivi, anche se non definitivi, al mito del nucleare benefico e sicuro.

Fukushima convinse perfino Angela Merkel a porre fine al programma atomico tedesco, difeso per decenni con le unghie, coi denti e con la polizia dai suoi numerosi contestatori. A 11 anni da quell’evento, l’atomo sembra essere tornato protagonista di primo piano tanto nella deterrenza militare quanto nella produzione di energia.

Con la paradossale patente ecologica di non influire, diversamente da altre fonti energetiche, sul cambiamento climatico. Tanto che perfino Greta Thunberg, (non senza qualche ragione) nell’ attuale situazione di crisi vedrebbe meno dannoso l’impiego del nucleare, piuttosto che un massiccio ricorso al carbone, suscitando così suo malgrado l’entusiasmo strumentale dei fautori dell’energia atomica oggi alla riscossa.

Sul prolungamento di attività delle tre principali centrali nucleari tedesche si è del resto appena concluso, con la decisione «d’imperio» del cancelliere Scholz, un lungo e aspro braccio di ferro interno alla coalizione di governo tra liberali e verdi con un discreto compromesso.

I primi puntavano a un cospicuo prolungamento dell’attività di tutte e tre le centrali della Rft che avrebbero dovuto spegnersi entro l’anno, mentre i verdi ne auspicavano l’attività di due sole e fino alla metà di aprile del ‘23. Per Scholz lavoreranno tutte e tre, ma non oltre la data voluta dai Gruenen.

Cosa accadrà, tuttavia, se, a quella data, la crisi energetica dovesse essere ancora in pieno corso? Lo scontro nella coalizione, allora, sarà destinato a riaccendersi anche perché sotteso da visioni assai divergenti.

Il fatto è che nella crisi della globalizzazione e degli scambi, e in una costellazione fortemente conflittuale dei rapporti internazionali, il nucleare viene spacciato, con ben poco realismo economico e molta propaganda politica, come una scappatoia autarchica e un fattore di indipendenza nazionale.

L’energia nucleare, soprattutto per i paesi poveri di materie prime, è in fin dei conti un feticcio nazionalista. Non è un caso che le destre ne siano da sempre affascinate e ne sostengano insistentemente lo sviluppo.

Anche per il rapporto, neanche troppo sotterraneo, che collega il nucleare civile a quello militare e comunque a una rappresentazione di potenza.L’annoso conflitto tra Teheran e Washington sul nucleare iraniano (paese niente affatto indigente quanto a fonti energetiche) è un buon esempio di questo intersecarsi di piani, tra pretese di sovranità, volontà di potenza e gendarmeria globale statunitense.

A Zaporizhzhia, la gigantesca centrale nucleare ucraina, oggi controllata dalle truppe di Putin, molti nodi vengono al pettine.

La più grande centrale d’Europa è, al tempo stesso, una contesa fonte di energia e una eventuale bomba surrettizia, capace di provocare spaventose devastazioni sotto forma di evento accidentale, peraltro già più volte sfiorato.

Zaporizhzhia mette la parola fine a qualunque fantasia sul “nucleare sicuro” nel sempre più labile confine tra atomo civile e guerra nucleare. La bomba è in casa e basta poco a farla deflagrare sfuggendo alla responsabilità di un’esplicita scelta bellica.

La minaccia di una guerra atomica non era più all’ordine del giorno da diversi decenni. Lo è tornata con insistenza. E poco importa con quanta concreta possibilità di essere messa in atto. L’equilibrio del terrore in fondo ancora funziona, anche se, come ci ha insegnato il dottor Stranamore, una imprevedibile catena di equivoci, imprevisti e paranoie può finire, scivolando su un piano inclinato, con l’attivare la macchina «fine di mondo».

Quel che conta e inquieta è che la guerra nucleare è tornata nell’ordine del discorso, è diventata un argomento ineludibile della politica e delle relazioni internazionali in grado di condizionare scelte, decisioni e prese di posizione.

Sicuramente un fattore che torna potentemente ad agire sull’immaginario collettivo. Sospingendo governi e nazioni verso un’idea di sicurezza intesa come potenza e come minaccia. Una tendenza che dovrebbe essere il principale bersaglio dei movimenti pacifisti, e dunque necessariamente anti-nazionalisti, in procinto di scendere nelle piazze.

Ucraina, il partito della guerra a Mosca e Kyiv che preoccupa il Vaticano

Marco Politi  21/10/2022Quanto più si avvicina la data del 5 novembre tanto più si diffonde un nervosismo aggressivo negli ambienti che, per dirla all’americana, sono “only-war-oriented”, cioè predicano solo la guerra a oltranza.

La manifestazione, che ha raccolto l’adesione di parecchie centinaia di associazioni grandi e piccole, dà finalmente forma alla “linea Francesco”, una linea tesa ad affrontare con razionalità la catastrofe della guerra e ad evitare decisamente l’incubo di un incidente nucleare.

Gli oltranzisti dell’escalation, da mesi, stanno coprendo di epiteti denigratori chiunque presenti un’analisi differenziata: filo-putiniani, utili idioti, “partito della resa”. E tuttavia – anche in seguito all’impatto pesante che le sanzioni alla Russia provocano sulla situazione economica in Italia e in Europa – sta crescendo nell’opinione pubblica la richiesta di un cessate il fuoco, accompagnata dalla volontà di sapere quali siano gli obiettivi precisi del conflitto.Non c’è dubbio che alla manifestazione si sia arrivati in ultima analisi grazie alla tenace insistenza con cui papa Bergoglio e il mondo cattolico hanno posto vari problemi: le radici del conflitto, il suo essere diventato da subito uno scontro di portata geopolitica tra Nato e Russia, l’insensatezza di un conflitto a oltranza, l’importanza di un riassetto degli equilibri a livello mondiale. Sono temi che la strategia di guerra psicologica, impostata dagli Stati Uniti e dalla Nato, non vuole minimamente che siano toccati.

Eppure proprio l’analisi fattuale della situazione internazionale è il tasto su cui non cessano di battere esponenti vaticani e del mondo cattolico. Quando Andrea Tornielli, del Dicastero vaticano della Comunicazione, sottolinea il prevalere di un “pensiero unico” dove “tutti sembrano essersi messo l’elmetto”, in un’atmosfera in cui si respira l’incoscienza di ritenere quasi inevitabile scivolare nell’abisso nucleare, descrive con precisione il panorama politico prevalente.

Non dimentichiamo che in Italia il corrispondente Rai dalla Russia, Marc Innaro, è stato eliminato dalla sede di Mosca e trasferito alla sede del Cairo per il semplice fatto di avere mostrato in un talk show la cartina dell’espansione della Nato nell’Europa orientale.

I vescovi italiani, ha detto il presidente della Cei cardinale Matteo Zuppi, faranno di tutto perché l’appello del papa per il cessate il fuoco “non cada nel vuoto e sia seguito da iniziative seriamente esplorative” per arrivare ad un accordo di pace. Il nodo, ha sottolineato, sta nel rimuovere le cause del conflitto, che “non sono solo da una parte!”. Putin deve ritirarsi, ma “se non sono risolte le radici, si generano altri conflitti”.Per fare un esempio concreto, qualche inviato dei grandi giornali accenna con prudenza che gli abitanti russofoni (in pratica russi) del Donbass non si sentono rappresentati dal governo di Kyiv. E’ un dato di fatto che è inutile nascondere.

L’Avvenire, il giornale dei vescovi, è in prima linea in questo sforzo di analisi, che più che “pacifista” bisognerebbe chiamare razionalistaAlt al partito della guerra è il titolo di uno dei recenti editoriali dell’Avvenire. Perché – scrive Fulvio Scaglione già vicedirettore di Famiglia Cristiana con una solida esperienza di inviato sul campo e di corrispondente – il partito della guerra a oltranza domina la scena. A Est e a Ovest. Esiste naturalmente in Russia, negli ambienti che spingono Putin verso una guerra totale. Ma esiste anche a Kyiv, dove Zelensky e i suoi “non hanno sentito ragione, confidando nell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti e nella spinta di Polonia, Regno Unito e Baltici, i paesi che più di tutti in Europa vogliono cogliere l’occasione per tagliare le unghie all’orso russo”.

Certo, ribadisce il giornale dei vescovi, “sappiamo chi è l’aggressore e l’aggredito. Ma ripeterlo senza fare nulla è ormai un mantra autoconsolatorio”. Fermare l’inutile strage è urgente.

La posizione papale e del cattolicesimo che lo segue è articolata. Parte dal fatto che la guerra, di cui Putin è assolutamente responsabile, non era inevitabile. Negli ambienti della Santa Sede e della Cei si deplora soprattutto che Italia, Germania e Francia non siano capaci di assumere una posizione per aprire una strada di negoziato, stante anche i dubbi sul prosieguo della guerra che affiorano negli Stati Uniti e le crescenti difficoltà in cui è immerso Putin.

Nel discorso pubblico nessuna forza politica, fautrice del nebuloso programma “escalation fino alla vittoria”, ha il coraggio di attaccare frontalmente Francesco. Tutt’al più scantonano, dicendo “cos’altro può dire un pontefice?”. Qualche commentatore sussurra velenosamente che le posizioni di Bergoglio sono “nobilissime astrazioni”.

Ma i fatti restano fatti. Non a caso Avvenire mette in luce che c’è stata una caduta nel ruolo dell’Italia (in parole più semplici, una défaillance di Mario Draghi), perché la politica estera italiana in passato era sempre stata capace di “integrare, in chiave europea e mediterranea, la politica americana”. Ed è un vuoto grave.Non sfugge al Vaticano che il presidente americano Joe Biden sta affrontando la situazione in modo prudente e razionale: nelle forniture militari a Zelensky ha mantenuto la differenza tra armi difensive e armi offensive a largo raggio, ha dissuaso più volte Kyiv a portare attacchi in territori della Federazione russa, ha fatto trapelare che in caso di uso da parte di Putin di armi nucleari tattiche la risposta americana sarebbe devastante ma non nucleare.

C’è spazio quindi, come dice Andrea Riccardi, leader della Comunità S. Egidio, per lavorare ad una “prospettiva di un cessate il fuoco e una sistemazione della situazione”. Certo, aggiunge lo storico cattolico, ci sono le difficoltà corpose: la “durezza russa, il decreto ucraino contro chi negozia”.

Ma a questo punto si apre un interrogativo politico per l’Europa che in termini economici sta cominciando a pagare un prezzo altissimo a causa del conflitto: se Stati Uniti, Nato e Ue sono cobelligeranti (anche se “non combattenti”) essenziali per l’Ucraina nel conflitto con la Russia – talmente essenziali che senza il loro aiuto le forze ucraine avrebbero dovuto soccombere – a che titolo Kyiv decide in modo solitario che non si tratta finché Putin resta al potere?

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