GUERRA E RISCHIO CALCOLATO DELL’”INVERNO NUCLEARE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GUERRA E RISCHIO CALCOLATO DELL'”INVERNO NUCLEARE” da IL MANIFESTO

Verso la manifestazione del 5 novembre: «Non vincere la guerra, ma vincere la pace»

IN PIAZZA. Le realtà italiane che aderiscono a EuropeforPeace raccontano al manifesto le ragioni dietro l’iniziativa nazionale e il lungo lavoro di questi mesi. Oltre 600 associazioni per la fine di tutti i conflitti e la messa al bando delle armi nucleari

Emanuele Giordana  15/10/2022

È lungo due pagine fitte di sigle il comunicato con cui la coalizione EuropeforPeace chiama il movimento per la pace in piazza a Roma il prossimo 5 novembre. Le parole di quella che si annuncia come una manifestazione molto partecipata risuonano da tempo nel lavoro, spesso sotterraneo, che centinaia di organizzazioni grandi e piccole hanno fatto in questi mesi.

Cessate il fuoco. Messa al bando delle armi nucleari. Solidarietà col popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre. E una chiamata infine perché la politica prenda il sopravvento e spinga verso una conferenza di pace sull’Ucraina organizzata dall’Onu.

LE FIRME IN CALCE al documento che enuncia la piattaforma pacifista cominciano con la A di Arci e Acli – per citare due colossi dell’associazionismo laico e cattolico – per finire con la V della Onlus VIM. Oltre 600 associazioni, una rete delle reti figlia di «una scelta unitaria che tiene dentro tutte le esperienza che da giugno hanno dato vita alla coalizione EuropeforPeace», spiega Giulio Marcon di Sbilanciamoci! che annuncia «una fiaccolata il 21 dal Campidoglio e a seguire il fine settimana di mobilitazioni diffuse il 21-23 ottobre fino alla grande manifestazione popolare che il 5 novembre ci porterà a Roma con una proposta diversa sulla guerra che rompa il clima assordante e fastidioso di attacco al movimento pacifista e a chi vuole offrire un altra scelta: non vincere la guerra ma vincere la pace».

Marcon ricorda l’importanza dell’Onu, di quell’Agenda per la pace scritta dall’allora segretario Boutros Ghali, ultimo tentativo di riscrivere il paradigma della convivenza internazionale. Ignorato. «Adesso – dice Marcon durante l’incontro sulla pace promosso ieri a Roma dal Salone dell’editoria sociale – vedo l’ipocrita rincorsa del treno pacifista da parte della politica e di molta stampa, una scelta contraddittoria in cui alligna molta malafede».

E a chi chiede se la manifestazione del 5 sarà «equidistante», parola in questi mesi oggetto di polemica, Marcon risponde: «Non siamo equidistanti, siamo equivicini nella scelta di far sedere i contendenti allo stesso tavolo. E non siamo neutrali. Siamo e siamo sempre stati dalla parte delle vittime».

RENATO SACCO di Pax Christi dice al manifesto che la sua organizzazione chiede da febbraio che «tacciano le armi». Il consigliere nazionale di Pax Christi, da pochi giorni rientrato da Kiev con la quarta carovana di StopTheWarNow, spiega perché «aderiamo con convinzione alla manifestazione e la promuoviamo. Del resto fin dall’inizio di questa guerra, il nostro presidente mons. Ricchiuti è sempre intervenuto per dire: No all’invio di armi. Lo abbiamo detto negli anni scorsi, anche quando l’Italia le vendeva a Putin. E lo ripetiamo ancora. Non perché non ci sta a cuore la vita delle vittime. Anzi! Lo dico proprio perché sono appena rientrato da Kiev: non saranno le armi a far finire questa guerra e tutte le guerre. I risultati sono davanti agli occhi di tutti. Le cose sono solo peggiorate e siamo sull’orlo dell’olocausto nucleare. Con Papa Francesco ripetiamo: “Che cosa deve ancora succedere? Quanto sangue innocente deve essere ancora versato?”».

Francesco Vignarca, di Rete italiana Pace Disarmo, spiega anche il valore delle tante attività diffuse in programma dal 21 al 23 ottobre, «che ci guideranno verso la manifestazione nazionale per la pace, segno di un lavoro continuo di tutte le nostre organizzazioni. Nonostante molte critiche strumentali noi non abbiamo mai smesso di stare dalla parte di chi soffre sotto le bombe e di chi vuole costruire davvero una pace vera, impossibile da costruire con le armi».

«Il GRANDE ATTIVISMO che vediamo – dice al manifesto – dimostra che una grossa fetta dell’opinione pubblica italiana non è allineata alle decisioni prese dalla politica in questi mesi. E personalmente sono molto contento di vedere una grande convergenza sulla necessità di lavorare per un concreto disarmo nucleare».

Lavoro in Italia, lavoro in Ucraina. Martina Pignatti di UnPontePer racconta del valore di «ascoltare la gente, comprendere il senso di ingiustizia che tutti gli ucraini soffrono, capire che questa indignazione ha portato a un nazionalismo diffuso. Ma nello stesso tempo c’è anche chi porta avanti in Ucraina i passi per la costruzione della pace. E se non sono pacifisti come noi lo intendiamo hanno rispetto di una solidarietà che è presenza, la nostra, pur con scelte diverse». «Per questo – aggiunge Martina, anche lei di ritorno da Kiev – è importante continuare il dialogo e sostenere queste voci che nessuno aiuta».

Guerra e rischio calcolato dell’«inverno nucleare»

CONFLITTO. Appello al governo di 45 ex diplomatici perché si faccia promotore in Europa di una forte iniziativa diplomatica per l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di negoziati.

Giuseppe Cassini  15/10/2022

Quante sono state in un decennio le occasioni perdute dalla diplomazia internazionale per evitare il fratricidio tra russi e ucraini? Tante. Con qualche sofferto compromesso la soluzione era a portata di mano. 1° neutralità protetta dell’Ucraina; 2° referendum nel Donbass sotto l’egida Oscee; 3° rinuncia alla Crimea (da Krusciov ceduta a Kiev senza ragione).

AL CONTRARIO si è preferita l’autodistruttiva pulsione a guerreggiare in un fratricidio – prima con la guerra civile tra Kiev e il Donbass, poi con la scellerata aggressione di Putin -, e ora le truppe sono impantanate in scontri d’usura, imboscate, cadaveri in putrefazione fra le rovine di città in rovina. Questa guerra d’attrito ha un sapore ottocentesco, sa di fango e sangue. Ma ora sta emergendo qualcosa che ci riporta al Medioevo.

Nel 1145 Bernardo di Chiaravalle predicò la seconda crociata coniando un neologismo, il «malicidio»: «Il milite cristiano, uccidendo un malvagio, non commette omicidio bensì malicidio: è quindi un carnefice autorizzato da Cristo». E se fossero i crociati a morire? Risposta di san Bernardo: «Il cavaliere uccide e muore tranquillo. Se uccide lavora per il Cristo, se muore si salva». Così perirono «tranquilli» 15.000 militi, mandati allo sbaraglio dai due litigiosi sovrani della spedizione. Saputo che la crociata era finita malissimo, il gran teologo ne diede la colpa ai peccati dei combattenti e la Chiesa lo fece santo subito. Anche il Patriarca moscovita Kirill sarà santificato, adesso che proclama: «Morire al fronte lava tutti i peccati».

E lo stesso Putin potrebbe diventare san Vladimiro II° – dopo Vladimiro I°, fondatore della Rus’ cristiana – avendo garantito in caso di scontro nucleare: «Noi andremo in Cielo come martiri, mentre essi periranno senza aver avuto il tempo di pentirsi» («essi» sarebbero i capi in Occidente, accusati di «satanismo»).

POICHÉ I PEGGIORI misfatti sono quelli perpetrati nel nome di dio, aggrapparsi alla religione per sostenere le proprie ragioni apre la strada a conseguenze terrificanti quando si dispone di armi nucleari. Se lo chiedeva già il filosofo Günther Anders dopo Hiroshima e Nagasaki: l’umanità si è forse fatta sorpassare dalla sua potenza distruttiva? Basta un ordigno di pochi kiloton per rendere inabitabili vaste aree colpite dalla radioattività e cancellare – di colpo o dopo lunga agonia – l’esistenza di chi ci abita. Lascia sgomenti la disinvoltura con cui si sta giocando alla guerra attorno a Zaporizhja, la più grande centrale atomica d’Europa.

È LA QUARTA VOLTA nel dopoguerra che qualche «potente» si fa tentare dall’uso dell’arma atomica. La prima volta accadde nel 1951: il generale MacArthur, umiliato dalla ritirata dal Nord Corea, suggerì di ricorrere all’arma nucleare (e Truman dovette rimuoverlo). La seconda crisi è quella, nota a tutti, dei missili a Cuba nel 1962. Meno noto ma altrettanto inquietante è il caso Nixon: nel 1973, in pieno scandalo Watergate che lo avrebbe portato alle dimissioni, alla Casa bianca si percepì che il presidente stava perdendo il lume della ragione, tanto che i Segretari di Stato e della Difesa ordinarono ai custodi della «valigetta nucleare» di non obbedire a Nixon nel caso che… Oggi il pericolo proviene da Mosca. Gli alti comandi russi sono in subbuglio, e così profondamente avviliti che tra i «falchi» c’è chi sarebbe tentato di ordire un putsch che consenta «finalmente» di colpire l’Ucraina con qualche ordigno cosidetto «tattico».

IL DILEMMA È ANGOSCIOSO: come persistere ad armare Kiev e nello stesso tempo offrire al Cremlino una via d’uscita accettabile? Ciò che chiedono i russi è anzitutto il rispetto dovuto a un grande Paese. Arduo concederlo a un governo simil-gangsteristico in alleanza con la Chiesa, ma le alternative sono peggiori: la brinkmanship, la politica del rischio nucleare calcolato, non fa che confermare il senso del grido di papa Francesco contro la «pazzia della guerra».
A quel grido si sono uniti 45 diplomatici italiani, non più in carriera ma tutti esperti di mediazioni internazionali: hanno lanciato un «appello al governo italiano affinché si faccia promotore in Europa di una forte iniziativa diplomatica mirante all’immediato cessate il fuoco e all’avvio di negoziati tra le parti».

Questi firmatari confidano che da ogni angolo d’Europa si alzino voci altrettanto se non più autorevoli ancora. E meno male che in questi giorni vinee annunciata una a grande mobilitazione del movimento pacifista in Italia che scenderà in piazza la prossima settimana e in una manifestazione nazionale il 5 novembre prossimi

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