GRANDI PERICOLI, PICCOLE ELEZIONI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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GRANDI PERICOLI, PICCOLE ELEZIONI da IL MANIFESTO

Grandi pericoli, piccole elezioni.

25 SETTEMBRE. A noi, cittadini elettori resta soltanto la possibilità di esercitare il diritto di voto e programmare iniziative politiche atte a riunire nel dopo voto le forze disponibili a contribuire, in Italia e altrove, ad una prospettiva di sopravvivenza pacifica ed ecologica di un mondo più libero e più giusto

Gian Giacomo Migone  24/09/2022

Il più grande pericolo immediato è quello della guerra. Quella in corso in Ucraina. Non l’unica, nemmeno la più cruenta, ma più pericolosa perchè sostenuta ed alimentata da due imperi in declino, armati di denti nucleari. Lo percepiscono i due terzi del popolo italiano, anche se la campagna elettorale lo ha ignorato, salvo nella sua fase finale. La crisi ambientale, quella sociale e democratica sono altrettanto gravi, ma i tempi di conflagrazione sono meno stretti. Purtroppo siamo tra due fuochi. Alle minacce recenti di Putin corrispondono quelle di Biden. Non a caso Cina e India, potenze in ascesa, ne prendono le distanze, invocando la fine del conflitto.

Nessuna cancelleria aveva programmato la prima guerra mondiale, costata quasi cento milioni di morti. Soldati semplici, guidati da giovani ufficiali in trincea. Bastarono due colpi di pistola a Sarajevo, per far scattare una successione di eventi, scatenati dal bisogno di salvaguardare la sopravvivenza dell’impero Austro-Ungarico in declino, che avrebbe travolto l’Europa per decenni, fino a sfociare in un’altra guerra, ancora più sanguinosa perché estesa alle popolazioni civili.

Quella in corso oggi è la continuazione della guerra fredda che ha segnato la seconda metà del secolo scorso, fino e oltre la caduta del Muro di Berlino. Continua a sfuggire ai più che le intenzioni di Washington e di Mosca, pur diversamente motivate, sono intimamente convergenti. Quella di Washington costituisce la continuazione di una politica a salvaguardia e sviluppo di un’alleanza subalterna, teoricamente obsoleta – come segnalato da uno dei suoi principali ispiratori, Henry Kissinger – e a giustificazione di una spesa, tale da prolungare il suo primato globale, ormai soprattutto militare, che richiede la presenza di una credibile minaccia, a credible threat. Dal punto di vista di Mosca non si tratta nemmeno di una trappola.

La dittatura di Putin, a capo di una pur grande potenza umiliata dalla storia recente, ha bisogno di consolidare il proprio potere interno con la rioccupazione di una parte del suo ex territorio, a contestuale riconquista dello status di nemico credibile dell’Occidente. Le vittime sono le popolazioni colpite e in fuga, i coscritti inviati a morire e tutti coloro che si schierano anche solo idealmente al loro fianco. Il continente europeo, di cui l’Ucraina costituisce parte integrante, torna ad essere terreno di conquista e di conflitto tra soggetti ad esso esterni, più coesi e più forti. Come dice la signora Nuland, che dirige gli uffici competenti al Dipartimento di Stato: “Fuck Europe”, si fotta l’Europa.

Quella che viene presentata come soluzione del conflitto, dalla “nostra” propaganda di guerra, la sconfitta della Russia, in mancanza di una tregua, di una pace negoziata sotto egida internazionale, aumenta il rischio di un uso di armi diversamente letali, mai del tutto controllate, nel mondo attuale meno che mai, perché sempre più numerose, articolate e diffuse. Ciò che scaturisce dalla guerra che ci coinvolge costituisce un esempio che potrebbe essere imitato, nel male come nel bene, in altre parti del mondo.

L’elezione di parlamento e governo costituisce in regime di democrazia l’espressione solenne della sovranità popolare. Tale è secondo la nostra Costituzione. Averla immeschinita da uno scioglimento anticipato del Parlamento, nemmeno privo di una maggioranza, rendendo automatica l’applicazione di una legge elettorale assurda, a suo tempo imposta a colpi di voti di fiducia dal governo Gentiloni, in un contesto internazionale come quello appena descritto, costituisce una grave responsabilità del presidente della Repubblica e del capo del governo. A noi, cittadini elettori resta soltanto la possibilità di esercitare il diritto di voto e programmare iniziative politiche atte a riunire nel dopo voto le forze disponibili a contribuire, in Italia e altrove, ad una prospettiva di sopravvivenza pacifica ed ecologica di un mondo più libero e più giusto.

Come farlo con la scelta elettorale? Non si sopravvalutino le tensioni, pure presenti nella coalizione di centro-destra. Il primato del denaro unisce, mentre quello delle idee divide. Anche se guardiamo prevalentemente a forze sociali e ideali costruite dal basso, all’interno dei partiti politici esistono forze oggi divise, che dovrebbero ritrovare unità nelle asperità del dopo voto.

Quattro questioni post-elettorali

VERITÀ NASCOSTE. La rubrica settimanale a cura di Sarantis Thanopulos

Sarantis Thanopulos  23/09/2022

Domani si vota. I cittadini decideranno chi dovrà governare il paese in questo difficilissimo momento. Il nuovo governo dovrà affrontare in modo chiaro e non ambiguo quattro questioni che peseranno moltissimo dopo le elezioni e saranno dirimenti.
La prima questione è connessa con la condanna (a stragrande maggioranza: 433 voti contro 123), del regime “ibrido” di Orbàn da parte del parlamento europeo. Il conflitto tra democrazia e autoritarismo è stato dichiarato: quanto più la sua soluzione stagnerà, tanto più sarà deflagrante. La definizione del governo ungherese come «autocrazia elettorale» è significativa. Coglie in modo conciso la natura dei regimi che vedono nella maggioranza elettorale una delega di potere incontrollato. La maggioranza elettorale non coincide con la democrazia. Deve essere accordata con il rispetto della minoranza per almeno tre importanti ragioni:

a) Ogni cittadino partecipa in diversi campi della sua esperienza a culture che non potrebbero mai diventare maggioritarie senza snaturarsi, perché costituiscono la polifonia dalla quale il rapporto politico maggioranza/minoranza nasce in forma dinamica, in continuo movimento, mai sclerotica e costrittiva;
b) la «società civile», senza la quale la democrazia è impensabile, è fondata sulla parità delle differenze e dei soggetti dialoganti e sulla libertà dello scambio, in modo avulso da dispositivi decisionali: non si vota sulle nostre preferenze sessuali, culturali e religiose;
c) i beneficiari di una maggioranza che usano il potere ottenuto per perpetuarla e costruire un sistema autoreferenziale di consenso, indipendente dal libero confronto delle idee, assoggettano la cittadinanza a meccanismi di dipendenza psicologica e costruiscono una società di servi.

La seconda questione è l’attacco, malamente camuffato e decisamente temibile, contro il diritto della donna ad abortire. Questo diritto è espressione del diritto di scegliere la maternità, di non subirla. La possibilità di scelta non ha prodotto un aumento degli aborti, ma, come era prevedibile, una loro molto drastica diminuzione. La promessa elettorale alle donne di un «diritto a non abortire», è una costruzione preoccupante sia per la manifesta assenza di cultura giuridica sia per la torsione logica di cui è il prodotto. La libertà «negativa» protegge il cittadino da interferenze esterne o da doveri a qui può legittimamente sottrarsi, ma in quale senso il diritto di abortire sarebbe un dovere o un’interferenza con la scelta di essere madri? Questa violenza dell’interpretazione difende, in realtà, il pensiero che la maternità non sia una scelta, ma un obbligo, che su questo piano la donna non abbia libertà di autodeterminazione.

La terza questione è il «job act»: ha nettamente favorito la già grave precarietà di lavoro dei giovani, il loro sfruttamento selvaggio e la mortificazione della loro preparazione scientifica e culturale e delle loro passioni. È necessario un nuovo contratto con le nuove generazioni che liberi il loro potenziale creativo dagli inganni e dalle false promesse (le buone intenzioni al servizio dell’indifferenza) e valorizzi il loro formidabile potenziale innovativo.

Last, but not least, la questione della sanità pubblica. La pandemia ha mostrato il suo dissesto provocato da anni di predazione dei beni comuni (chiamata privatizzazione) e di regionalizzazione/feudalizzazione dei servizi guidata, il più delle volte, dall’egoismo (chiamato autonomia). E ha creato una preoccupazione collettiva favorevole a un ritorno politico e culturale all’interesse generale.

È ora di fermare le privatizzazioni, spostare l’attuale rapporto di forze tra governo e regioni a favore del primo (nell’ottica della priorità assoluta dei servizi pubblici e della parità dei cittadini nel campo della salute), retribuire in modo adeguato medici e infermieri che lavorano in prima linea. Se il «diritto alla salute» non è solo demagogia.

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