GOLPE: GUERRA POLITICA FATTA PER VIA GIUDIZIARIA E MEDIATICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GOLPE: GUERRA POLITICA FATTA PER VIA GIUDIZIARIA E MEDIATICA da IL MANIFESTO

Chi si sposta a destra è perduto. Il Perù insegna

SINISTRA LATINOAMERICANA. A Castillo sono state fatali l’inesperienza e la rinuncia a mobilitare la base sociale e indigena per imporre le riforme promesse. Ma non è stata tutta colpa sua

Roberto Livi  18/12/2022

La presidenza di Pedro Castillo in Perù è stata un succedersi di cedimenti. Il suo governo si è rivelato un disastro. Non però, come ha affermato l’aggressiva destra, e con lei i mass media peruviani, «a causa di un’imposizione di politiche sinistroidi» o «per la sua inclinazione dittatoriale». Tutt’altro. Il fallimento è una conseguenza della inesperienza del presidente-maestro rurale nelle manovre politiche. Per mancanza di un proprio partito e soprattutto di un progetto politico globale di paese, molto, troppo spesso, Castillo si è circondato e ha nominato in posti chiave – più di 80 ministri in meno di due anni – personaggi che poco avevano a che fare con le idee espresse nella sua campagna presidenziale.

In sostanza ha ceduto di fronte al brutale ricatto della destra e si è progressivamente spostato verso il centro, nel tentativo di difendersi dagli attacchi e dalle richieste di rimozione «per indegnità morale» ripetute dai suoi avversari politici – in primis da Keiko Fujimori – questi sì politici sperimentati e cinici.

CASTILLO HA RINUNCIATO a mobilitare le organizzazioni e i movimenti sociali e indigeni del Perù che avrebbero dovuto essere la sua principale base politica e la forza di pressione per imporre le riforme promesse – in primis della Costituzione. Quelle forze che oggi scendono in piazza per reintegrare Castillo alla presidenza, sciogliere il parlamento corrotto e riformare la Costituzione.
La responsabilità di questi errori non è solo sua, ma di una sinistra settaria, attrezzatasi per essere opposizione e incapace di unirsi per governare.

Questa è la prima lezione che i fatti del Perù indicano alle sinistre latinoamericane. Vincere una elezione presidenziale non garantisce per nulla la governabilità, perché il reale potere politico non risiede in una carica dello Stato. Senza un alto livello di organizzazione e coscienza cittadina e un progetto politico credibile non si tiene il potere. E fare concessioni continue alle destre può portare solo alla sconfitta. Un avvertimento per il presidente cileno Gabriel Boric, anche lui propenso ad accordi con il centro anche alle spalle del movimento che lo ha eletto.

«CONSIDERIAMO LAMENTABILE che per interesse delle élites economiche e politiche fin dall’inizio della presidenza legittima di Pedro Castillo si è mantenuto un clima di scontro e di ostilità fino ad indurlo a prendere decisioni che sono servite ai suoi avversari per consumare la sua destituzione». Fin dall’inizio il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador ha difeso Castillo come presidente eletto che il Parlamento peruviano «non aveva l’autorità di esautorare».

La sua linea è stata seguita poi dai leader dell’Alba, l’Alleanza bolivariana composta da dieci paesi tra cui Cuba, Venezuela e Bolivia, riuniti mercoledì all’Avana in un vertice straordinario. Quindi anche dai presidenti di Colombia e Argentina (quest’ultimo dopo vari tentennamenti). Tutti hanno dichiarato di considerare Castillo come presidente legittimo, nonostante il suo «passo falso» politico.

AMLO È STATO COSCIENTE fin dall’inizio che non è possibile costruire un’alleanza regionale di governi progressisti che costituisca una base efficace per trattare con gli Usa su una posizione di parità e a contrastare la politica egemonica di Washington (la «dottrina Monroe» rinnovata da Trump) se non si è attrezzati a opporsi al lawfare come strumento per attaccare i governi progressisti che seguono questa linea.

La seconda lezione è che bisogna opporsi con decisione alla guerra politica attraverso una via giudiziaria e mediatica per interessi economico-politici occulti all’opinione pubblica. Un’arma politica letale usata in America latina, con l’appoggio degli Usa, per provocare un cambio di governo contro una lunga serie di presidenti di sinistra, da Fernando Lugo in Paraguay a Rafael Correa in Ecuador, a Dilma Roussef e Lula in Brasile e negli ultimi giorni contro Cristina Fernández de Kirchner in Argentina e Castillo in Perù. Ora basta.

NEL PROSSIMO VERTICE dei leader dell’America del Nord che si svolgerà a Città del Messico nella seconda settimana di gennaio, il presidente messicano intende presentarsi di fronte ai suoi interlocutori, il presidente Joe Biden e il premier canadese Justin Trudeau, come rappresentante di un’alleanza latinoamericana di governi che intendono utilizzare i beni del subcontinente per mettere fine alla disuguaglianza della regione e garantire la sovranità alimentare. Per questa ragione, Amlo ha proposto di rimandare la presidenza di turno dell’Alleanza del Pacifico (Messico, Colombia, Cile e Perù) che spettava al Perù.

La terza lezione, che nessuno aveva compreso, è che l’elezione di Castillo, un signor nessuno, aveva risvegliato nel paese la sensazione di un’utopia realizzabile. Tra le centinaia di migliaia di signor nessuno, nei villaggi contadini, nelle rondas campesinas, nelle organizzazioni tradizionali andine, ma anche nei quartieri poveri di Lima aveva posto il seme della possibilità di un cambiamento nel Perù governato da anni da politici corrotti. Stava cioè germinando la rivolta di questi giorni, che può trasformarsi in insurrezione.

Caso Kirchner e terre del Rio Negro, il viaggio dello scandalo che scuote l’Argentina

PATAGONIA . Molti, troppi interrogativi intorno alla riunione che doveva restare segreta tra giudici, funzionari e imprenditori nella discussa tenuta del magnate Joe Lewis sul Lago Escondido, poco prima della condanna a 6 anni della vicepresidente. Rischio vendetta contro l’agente aeroportuale che ha svelato la gita misteriosa

Claudia Fanti  18/12/2022

Non si sa cosa è peggio nello scandalo del viaggio di un gruppo di giudici, funzionari e imprenditori nella tenuta del magnate Joe Lewes sul Lago Escondido in Patagonia, esploso poco prima della condanna di Cristina Kirchner a 6 anni di reclusione: se il viaggio in sé, gentilmente pagato dal Gruppo Clarín, o il fatto che i partecipanti a quella misteriosa gita si siano consultati su Telegram su come cancellarne le prove o, ancora, il contenuto stesso di quelle conversazioni.

Né va trascurato il fatto che la riunione sia avvenuta nella dimora del miliardario inglese amico dell’ex presidente Mauricio Macri: non solo quella paradisiaca tenuta non avrebbe mai potuto essere acquistata – la legislazione argentina vieta la vendita a cittadini stranieri di proprietà vicine alla frontiera come è quella i Lewes – ma è anche al centro di una lunga vicenda giudiziaria intorno all’accesso allo splendido lago, bloccato dal miliardario, grazie al suo pieno controllo sul potere politico locale, malgrado la giustizia gli abbia dato ripetutamente torto (l’ultima volta il 12 settembre scorso).

Su quel lago di montagna a cui la popolazione non può accedere sono però sempre benvenuti l’ex presidente Mauricio Macri e i suoi amici e alleati, compresi quelli della gita su volo privato a spese del Clarín, i quali, al loro arrivo all’aeroporto di Bariloche, il 13 ottobre, hanno trovato ad attenderli l’amministratore della tenuta Nicolás Van Ditmar, lo stesso che aveva dichiarato di essere pronto a impedire ai locali l’accesso al lago «con una Winchester in mano».

Di quel viaggio, è chiaro, non si doveva sapere nulla. Ma non è andata così: la notizia è trapelata ed è finita, il 17 ottobre, su Página 12.

Ed è allora che, per iniziativa di Pablo Casey, direttore degli Affari legali e istituzionali del Gruppo Clarín, viene creato su Telegram il gruppo degli «huemules» (rara specie di cervo originaria delle regioni andine di Argentina e Cile), costituito da tutti coloro che avevano preso parte al viaggio: i quattro giudici federali Pablo Yadarola, Pablo Cayssials, Carlos “Coco” Mahiques (il magistrato che aveva archiviato la causa sulle irregolarità nella vendita di terre a Lago Escondido, favorendo Joe Lewes) e Julián Ercolini (quest’ultimo responsabile di aver istruito il processo Vialidad contro Cristina Kirchner), il ministro della Sicurezza di Buenos Aires Marcelo D’Alessandro, il procuratore generale della stessa città Juan Bautista Mahiques, l’ex agente dell’Intelligence Leonardo Bergroth, il lobbista Tomás Reinke, il presidente del Gruppo Clarín Jorge Rendo e lo stesso Pablo Casey.

Il loro disappunto è evidente, soprattutto nei confronti di chi ritengono responsabile di aver divulgato la notizia dell’incontro: il capo della polizia di sicurezza aeroportuale (Psa), José Glinski, contro cui meditano vendetta. «Se mi capiterà mai di diventare ministro, la prima cosa che faccio è sciogliere la Psa», dice D’Alessandro. «Glinski è parte del paesaggio del mio lavoro – gli risponde Yadarola -, sono sicuro che ci incroceremo di nuovo». E ancora D’Alessandro: «Dammi la gioia di andare a cercarlo con una nostra volante che lo faccio cagare».

Le battute si sprecano in tutta la chat. Ce n’è una di Juan Mahiques – «Limpiemos un mapuche» (cioè “facciamo fuori un mapuche”), come fosse uno gioco – che Yadarola trova molto divertente, in un quadro in cui più di un mapuche – da Rafael Nahuel a Elías Garay – è stato fatto fuori dalle forze di sicurezza con la massima comprensione da parte del Clarín. E proprio i mapuche hanno molto da dire su questa vicenda: «Pensate che questi individui siano andati da Lewis per il processo contro Cristina Kirchner?», chiede il portavoce della Coordinadora del Parlamento Mapuche Orlando Carriqueo: «È possibile, ma quello che è in gioco nel Rio Negro è un affare di terre molto importante: è l’estrattivismo l’asse centrale della discussione e del conflitto con le comunità mapuche». E fa notare, Carriqueo, come la procuratrice responsabile dell’indagine sugli «huemules» sia la stessa che si sta occupando del conflitto di terre a Villa Mascardi, per il quale un gruppo di donne mapuche si trova agli arresti domiciliari.

In ogni caso, tra una battuta e l’altra, tutti assicurano di non aver fatto «nulla di male», ma intanto si ingegnano per adulterare prove, fabbricare fatture false, inventare alibi, fare pressioni sui proprietari dei giornali, presentare una denuncia per spionaggio (come poi hanno fatto), e discutono su come far sembrare che ciascuno avesse pagato per sé viaggio e alloggio, per sfuggire all’accusa di corruzione. Cayssials arriva addirittura a proporre di mentire sul luogo dell’incontro: «Posso trovare una casa a Bariloche. È di un amico che può dire di avercela prestata». E aggiunge: «Se volete, il prossimo mese ci andiamo sul serio, scattiamo una foto con lui e chiudiamo tutto». Una proposta che sembra convincere Ercolini: «Se ci si riuscisse, resterebbe solo l’idea della collusione, cioè il nulla».

Con la diffusione delle conversazioni, tuttavia, è stato impossibile arginare lo scandalo, con tutte le inevitabili conseguenze. A cominciare dalla richiesta del presidente Alberto Fernández al ministro della Giustizia Martín Soria affinché solleciti un’indagine penale sui «fatti legati al viaggio in questione, in particolare riguardo al suo finanziamento».

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