GOLFO PERSICO: LA DIPLOMAZIA SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO da ANTIDIPLOMATICO e IL MANIFESTO
Golfo Persico: la diplomazia sull’orlo del precipizio
Elena Basile 23 Maggio 2026
La diplomazia potrebbe fallire nel Golfo Persico. L’ultima proposta statunitense chiede sostanzialmente la capitolazione iraniana, contraddetta dalla resistenza militare della leadership e di un popolo sceso in piazza in milioni contro gli attacchi stranieri, difendendo con i propri corpi le infrastrutture civili minacciate. Washington imporrebbe la rinuncia iraniana a ogni compensazione, il trasferimento dell’uranio arricchito negli USA e la possibilità per il Paese di avere una sola struttura nucleare operativa; in cambio rilascerebbe meno di un quarto degli assetti finanziari iraniani congelati e accetterebbe che il cessate il fuoco su tutti i fronti sia funzionale alla ripresa dei negoziati a Islamabad.
Difficile interpretare la proposta americana se non come un ultimatum prima dell’attacco. Il Presidente USA, in esternazioni pubbliche, reitera infatti la minaccia genocidaria a un popolo di quasi 90 milioni di abitanti: «Il tempo sta scadendo, si diano una mossa, altrimenti non rimarrà nulla di loro!». L’opinione pubblica non sembra scandalizzarsi. Le televisioni progressiste, di cui prendiamo ad esempio il programma su YouTube Piers Morgan Uncensored (di cui i talk show di TV7 sono un’ilare imitazione), continuano nell’opera di demonizzazione del Paese, gonfiando i numeri dei manifestanti uccisi, che variano da 12.000 a 20.000, a 30.000, a 40.000, senza mai raccontare la verità: e cioè che si è trattato, a gennaio scorso, di un tentativo di cambiamento di regime israelo-americano, che ha utilizzato ignari studenti e avanguardie armate per attacchi a municipalità, ambulanze e civili in strada, uccidendo centinaia di poliziotti iraniani. La repressione, in siffatto quadro, è un dovere dello Stato, che conserva il legittimo uso della forza. In Occidente non si sarebbe fatto altrimenti. Ricordiamo i 12.000 arresti di propalestinesi pacifici a Londra. Siamo costretti a ripetere ragionamenti razionali di fronte alla malafede che imperversa tra i politici e la loro classe di servizio. Si utilizza la retorica del liberal order per preparare il terreno all’aggressione israelo-americana. Essa dovrebbe avvenire con massicci bombardamenti a tappeto su civili e infrastrutture strategiche, mobilitando le comunità etniche opportunamente armate, come i curdi iracheni e i beluci, e ricorrendo al terrorismo sunnita e ai salafiti pakistani. Un attacco via terra, a cominciare dalle isole e con gli Emirati in prima fila, potrebbe completare il quadro. Secondo il professore Seyed M. Marandi, le rappresaglie dell’Iran all’attacco provocheranno enormi danni alle monarchie del Golfo, regimi che opprimono le donne, cancellano la libertà di opinione e schiavizzano la maggioranza della popolazione migrante. Si tratta infatti di monarchie vulnerabili. Se fossero colpiti gli impianti di desalinizzazione ed energetici, date le temperature raggiunte in questi mesi, la vita sarebbe insostenibile.
Durante il conflitto di febbraio, secondo molti analisti in grado di controllare i filmati che circolano in rete, gli iraniani sarebbero riusciti a colpire le basi americane e Israele in modo grave. Naturalmente le democrazie, fiore all’occhiello di giornali come il Corriere della Sera e Il Foglio, non hanno fatto trapelare notizie al riguardo. La propaganda israeliana domina gli apparati mediatici; come abbiamo visto, determina persino i risultati dell’Eurovision. Il regime criminale di Netanyahu, dopo il genocidio di Gaza, i crimini terroristici contro le leadership di Libano e Iran, dopo le violenze razziste in Cisgiordania e dopo aver spianato il Sud del Libano come Gaza, coinvolgerà Washington in una nuova guerra di sterminio contro l’Iran, con danni inimmaginabili anche all’economia mondiale. I Paesi europei sono atrofizzati, rilasciano dichiarazioni risibili, impongono sanzioni criminali alla vittima: l’Iran. Russia, Cina e i BRICS fanno quel che possono, poco, evitando un confronto diretto con l’Occidente e tenendo la barra alta esclusivamente per il loro interesse nazionale. Nessuno sembrerebbe fermare il criminale Netanyahu, che ha bisogno di una guerra permanente per sopravvivere politicamente. I suoi progetti, sostenuti dalla lobby americana di Israele, sarebbero assecondati da Trump e sostanzialmente dal Congresso. La finanza e le imprese di armi hanno tutto da guadagnare. Genocidio più, genocidio meno, cosa importa?
I difensori dei diritti delle donne, quelli che insorgevano contro l’obbligo del dressing code di una repubblica islamica (ignorando i diritti delle saudite e delle donne dei Paesi del Golfo), dove si sono rintanati? Nessuno vuole proteggere bimbi e donne dalla nuova aggressione annunciata? Le femministe divenute icone del liberal order non hanno nulla da dire nel caso di un nuovo massacro di bambine iraniane? In effetti poi crescono e si mettono il chador, come i bimbi di Gaza divengono terroristi: meglio eliminarli?
Dopo una guerra assurda, una tregua alla coreana
Alberto Negri 24/05/2026
Orizzonti di fuoco Qualunque accordo che garantisca la sopravvivenza del regime di Teheran per Trump e Netanyahu è difficile da vendere come una vittoria
Trump e l’Iran ricordano il tempio romano di Giano bifronte, le cui porte venivano aperte in tempo di guerra e chiuse in tempo di pace: ma sullo Stretto di Hormuz queste porte sono diventate sliding doors e scorrono da una parte all’altra.
Lo fanno con la velocità delle dichiarazioni dei protagonisti e dei mediatori veri o presunti (Pakistan, Qatar, Paesi arabi e dietro le quinte Cina e Russia). Che il destino della guerra, e di gran parte del mondo, sia appeso a questa diplomazia sincopata accompagnata da minacce continue appare quasi assurdo. Perché assurda è stata questa guerra, quasi quanto è la pace che al massimo arriverà sotto la forma di una tregua alla coreana, destinata magari come quella sul 38esimo parallelo a durare a lungo a o a essere infranta con una semplice e fatale provocazione. Qualunque accordo che garantisca la sopravvivenza del regime di Teheran per Trump e Netanyahu è difficile da vendere come una vittoria.
Questa guerra per Trump e Netanyahu, che lo ha spinto al conflitto, doveva – e forse deve ancora – concludersi con la resa incondizionata dell’Iran. Anzi il premier israeliano ha fatto intendere che con la decapitazione di figure chiave come la Guida suprema Ali Khamenei sarebbe arrivato anche il cambio di regime. Netanyahu, prima ancora di disintegrare il nemico, ha annichilito l’intelligence americana: prima infilando uomini legati al Mossad nelle manifestazioni in Iran, poi dimostrando di poter individuare e colpire la leadership. Ha venduto a Trump la grande illusione di una guerra breve e trionfale. Anche per questo la guerra, iniziata il 28 febbraio alla vigilia di un nuovo incontro diplomatico a Ginevra, è assurda. Ancora di più lo è perché lanciata sull’assunto sbagliato che la Repubblica islamica, una volta sparata la silver bullet, la pallottola d’argento, contro Khamenei sarebbe crollata.
Non è stato così: questo è un regime ansimante e anche detestato da una buona parte della popolazione ma forgiato nelle guerre. In primo luogo Khamenei non ha mai deciso da solo non avendo né l’autorevolezza né il carisma del fondatore Khomeini: per anni l’Iran è stato governato da una diarchia condotta in tandem con Rafsanjani, poi la Guida ha sempre consultato dozzine di consiglieri e per molto tempo, almeno fino all’uccisione, buona parte delle questioni militari erano affidate al generale Qassem Soleimani. Quando in questi giorni è emerso che l’ex presidente Ahmadinejad era il cavallo su cui puntavano Washington e Tel Aviv come leader di un «nuovo» Iran qualche dubbio è venuto: contro di lui nel 2009 hanno marciato milioni di iraniani, anche membri fondatori del regime, ha avuto un breve momento di popolarità ma in realtà non è mai stato protagonista di nulla di rilevante. E nella sua casa di Narmak a Teheran ho visto una libreria di scaffali desolatamente vuoti. In quella di Rafsanjani c’era anche una Bibbia autografata da Ronald Reagan.
L’altro errore di calcolo della coppia Trump-Netanyahu è stata ritenere l’Iran un paese isolato. La Russia usa in Ucraina i droni iraniani e i generali di Mosca sono stati per anni a fianco di quelli di Teheran per sostenere il siriano Bashar Assad. Pensare che non si scambino informazioni è una barzelletta. Così come i cinesi che sono i migliori clienti del petrolio iraniano e hanno investito miliardi in Iran nella Belt and Road Initiative. Pure i mediatori in campo hanno legami storici con l’Iran, a partire dal Qatar che condivide da anni con l’Iran lo sfruttamento di South Pars, uno dei più grandi giacimenti mondiali di gas, che Netanyahu ha bombardato beccandosi i rimproveri persino di Trump. La coppia comincia a incrinarsi, secondo il New York Times. Il premier israeliano entrava nella Situation Room come fosse il padrone, ora la situazione sembra cambiata. Un tempo copilota di Trump contro l’Iran – scrive il giornale Usa – Netanyahu è ora un passeggero in classe economica. Israele è stato in gran parte escluso dai colloqui di pace, una battuta d’arresto umiliante. Se il distacco Trump-Netanyahu sia vero lo sapremo nelle prossime ore.
Perché allora l’Iran non accetta un compromesso con Trump? È qui che parte la vera discussione tra i vertici di ayatollah e pasdaran. In queste ore è risalito alla ribalta in varie interviste Robert Malley, mediatore dell’accordo di Obama nel 2015 che boccia l’attuale amministrazione e la sua guerra «inutile». Omette di dire perché quell’intesa non ha funzionato: Obama e gli Usa non hanno rispettato gli accordi economici impedendo con le sanzioni secondarie contro banche e imprese europee ogni apertura economica e commerciale con l’Iran. Per questo il moderato e riformista ex presidente Rohani e il suo ministro Zarif sono stati emarginati dall’ala dura del regime. Chi si fida ora di Trump?
Ecco perché l’Europa non è al tavolo con vista su Hormuz (come non lo è in Ucraina) e subisce le conseguenze pesanti di una guerra inutile e assurda, come quelle di una pace, o meglio di una tregua, che vede soltanto da lontano.
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