GLI USA SI PREPARANO ALLA GUERRA MONDIALE. CHE FARE? da ILFATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GLI USA SI PREPARANO ALLA GUERRA MONDIALE. CHE FARE? da ILFATTO e IL MANIFESTO

Ucraina, gli Usa si preparano alla guerra mondiale. Noi che facciamo?

Fabio Marcelli  23/11/2022

Un articolo pubblicato dalla giornalista austrialiana Catlin Johnstone ha analizzato in modo convincente, quanto sconfortante, l’esistenza di un’ampia corrente di pensiero che sostiene che la prospettiva della terza guerra mondiale, condotta dall’occidente contro Russia e Cina, sia oramai inevitabile e che occorra prepararsi per tempo a tale eventualità incrementando le spese militari e predisponendo in modo adeguato tutti i necessari apparati bellici, ma anche conducendo una martellante campagna di condizionamento psicologico di massa in stile goebbelsiano per vincere le resistenze opposte dall’opinione pubblica.

Catlin Johnstone fa riferimento anche a un articolo molto recente, pubblicato dalla rivista mainstream di relazioni internazionali Foreign Affairs, che è stato significativamente intitolato “Could America Win a World War? What It Would Take to Defeat Both China and Russia“, che perora con convinzione la causa del riarmo in vista della guerra contro i due antagonisti. La giornalista australiana passa poi ad illustrare una serie impressionante di prese di posizione di studiosi delle relazioni internazionali pubblicate su media importanti come il Washington PostForeign Policy, il New Yorker e altri, che convergono sulla necessità per gli Stati Uniti di prepararsi alla guerra contro Cina, Russia e anche Iran.Secondo Alberto Bradanini, che è stato ambasciatore d’Italia a Pechino, “le pontificazioni elencate costituiscono l’evidenza che l’esercito della grande menzogna è pericolosamente uscito di senno. Il suo verbo obbedisce alla narrativa degli strateghi occulti che valutano l’ipotesi di un conflitto globale non solo possibile, ma persino naturale, e che nessuno può evitare”. Ovviamente tutto ciò non viene neanche preso in considerazione nel nostro paesucolo governato da servi del potere occidentale e abitato da circa 60 milioni di poveri cristi e povere criste, intenti in grande maggioranza a sbarcare il lunario con difficoltà e assolutamente ignari della catastrofe che si sta preparando sulla loro pelle.

Citando lo storico Andrea Graziosi, Bradanini ci dà un quadro purtroppo veritiero dell’Italia scrivendo che “la cultura politica italiana è irrilevante e provinciale ed è concentrata su aspetti periferici, in una logica capovolta rispetto alle priorità e agli stessi interessi dell’Italia, un paese desovranizzato, marginale e asservito agli interessi altrui”. Il minestrone immangiabile che i media dominanti (i cosiddetti giornaloni, cioè praticamente il complesso della stampa quotidiana italiana, con l’unica rilevante eccezione del Fatto Quotidiano) ci ammanniscono quotidianamente, prosegue Bradanini, “le nazioni autocratiche (il regno del male) costituiscono una minaccia per le democrazie occidentali (il regno del bene)”. Una narrazione ultra-semplificata e mistificatoria della situazione attuale, che scimmiotta ridicolmente propositi e ideali della coalizione antinazista che vinse la seconda guerra mondiale.

Scimmiottamento tanto più ridicolo se si pensa che di tale coalizione faceva parte l’Unione Sovietica e che oggi gli stessi stati occidentali hanno votato contro una risoluzione di condanna del nazifascismo all‘Assemblea generale delle Nazioni Unite. Narrazione però che, forse proprio per la sua forma primitiva e grottesca, ha avuto indubbiamente il merito di coagulare attorno a sé le cosiddette classi dirigenti europee e quella italiana in particolare. Impresa peraltro non troppo difficile dato il livello culturale estremamente basso di tali classi dirigenti, composte da personaggi mal fabbricati in vitro che non hanno vissuto alcuna vicenda storica significativa durante la loro insulsa esistenza.

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Del tutto condivisibile anche l’affermazione dello stesso Bradanini, secondo il quale “nell’era dell’arma nucleare dovrebbe invece prevalere il principio di massima cautela moltiplicando gli sforzi a favore del dialogo e del compromesso, della de-escalation e della distensione”. Ma quale dei nostri dissennati politici sarebbe oggi in grado di capire il senso di questa affermazione? Forse solo Sergio Mattarella, ma beninteso a giorni alterni. Il verbo e la prassi della guerra dilaga del resto in tutto il mondo, come dimostrano le aggressioni turche al Rojava, quella israeliana alla Palestina, quella saudita allo Yemen, quella marocchina al Sahara occidentale, per limitarsi ai casi più noti. Prima la Nato (che come rivelato dal Fatto ha preparato l’attuale conflitto a partire almeno dal 2014) e poi la Russia hanno fatto scuola.

Quindi stiamo messi male. È il caso di levare con forza la voce del dissenso pacifista per dire basta al riarmo, all’escalation e alla guerra. Questo contagio potrebbe estendersi agli altri paesi europei, agli Stati Uniti e ai paesi direttamente coinvolti nel conflitto ucraino, la stessa Ucraina e la Russia; ma solo questi paesi sono in grado di operare quella svolta oggi indispensabile e urgente per salvare la civiltà umana.

Cominciamo quindi a lavorarci dichiarando la nostra netta dissociazione dalla Nato e dalle logiche belliciste, a iniziare dalla manifestazione delle donne prevista sabato prossimo 26 novembre a Roma.

L’informazione digitale parte delle nuove guerre

SCAFFALE. “Net-war, Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra” di Michele Mezza, per Donzelli. Con l’invasione dell’Ucraina la «tecnologia» delle news si trasforma in logistica militare

Giuliana Sgrena  25/11/2022

È il giornalismo che cambia la guerra, come suggerisce il titolo del nuovo libro di Michele Mezza (Net-war, Ucraina: come il giornalismo sta cambiando la guerra, Donzelli, pp. 224, euro 19) o la guerra che cambia il giornalismo? Non c’è dubbio che con il conflitto causato dall’aggressione russa all’Ucraina assistiamo alla prima net-war e non solo per l’uso di strumenti digitali che hanno cambiato il mestiere del giornalista negli ultimi decenni, ma per la trasformazione dell’informazione in logistica militare. «L’informazione è profondamente cambiata proprio dal fatto di essere usata come modo di fare la guerra, e non più di raccontarla» scrive Mezza ed è all’interno di questo processo di «ibridazione» fra realtà e manipolazione comunicativa che l’autore rintraccia la distorsione del modo di fare informazione.

E I GIORNALISTI ARRUOLATI per gestire i nuovi sistemi di questa infoguerra diventano di fatto tutti embedded. Non solo i giornalisti si sono messi l’elmetto ma è sempre più labile il confine tra intelligence e giornalismo: in gioco non è solo l’informazione e la democrazia ma la sicurezza dello stato. Il paradosso è tuttavia rappresentato dal fatto che con la guerra in Ucraina ci troviamo di fronte a una guerra di tipo «classico» con due eserciti che si scontrano, diversamente da altri conflitti in corso dove i protagonisti sono diversi e si basano su divisioni etniche, religiose o tribali. Si tratta tuttavia di una guerra asimmetrica: da una parte l’esercito russo, con carri armati e missili e dall’altra un uso prevalente della comunicazione digitale. Proprio questa «digitalizzazione» diffusa in Ucraina permette la partecipazione alla resistenza di gran parte della popolazione: i ragazzini che usano i loro programmi per inviare ai droni le indicazioni sugli obiettivi da colpire.

E SICURAMENTE questa abilità favorisce l’invio di immagini che arrivano da ogni angolo del paese e superano in velocità la diffusione di servizi da parte dei giornalisti. Sono notizie, immagini non controllate e non controllabili – per la tirannia del tempo – che ci portano ben oltre le fake news e la post-verità. «Sono i testimoni sul terreno che diventano redazione» e l’inviato è sempre più ridotto a raccoglitore «di documenti e testimonianze rastrellati nella rete mediante sistemi di ricerca e di post-produzione digitale», scrive Mezza.

Quando Elon Musk ha messo a disposizione di Zelenski i suoi 1800 satelliti la superiorità tecnologica e informatica degli ucraini si è manifestata definitivamente: chiunque con uno smart phone e un drone da 80 dollari poteva indicare obiettivi da colpire. I generali russi colpiti sono stati individuati così, utilizzando i loro telefoni intercettati. E verrebbe da chiedersi come hanno potuto essere così ingenui, visto che il processo di ibridazione della guerra era stato ampiamente previsto proprio dal capo di stato maggiore russo, il generale Valerj Gerasimov, ma la risposta è semplice: hanno dovuto usare le infrastrutture ucraine non avendone a disposizione di proprie. E lo stesso vale per le centinaia di soldati russi le cui comunicazioni con la famiglia sono state intercettate e utilizzate. Ma Elon Musk è un privato cittadino, ha scelto di supportare gli ucraini ma avrebbe potuto fare il contrario e dare una mano ai russi. E questo apre, come ovvio, inquietanti interrogativi sul potere assoluto di chi possiede i mezzi di comunicazione.

MEZZA SI INTERROGA poi sul ruolo degli algoritmi che nelle redazioni di tutti i giornali online stabiliscono orari e financo titoli delle notizie da pubblicare in base a definite politiche di marketing. E paventa il rischio, non tanto lontano, che a un certo punto saranno gli algoritmi stessi a scrivere gli articoli e il ruolo del giornalista non si capisce bene quale potrà essere. Certamente è su questo terreno che avrà senso una contrattazione sindacale ovviamente non per contrastare luddisticamente le tecnologie informatiche ma per almeno controllarne gli effetti.

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