GLI “EROI e L’IDEOLOGIA delle “GUERRE GIUSTE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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GLI “EROI e L’IDEOLOGIA delle “GUERRE GIUSTE” da IL MANIFESTO

Eroi (vivi?) e «ventri molli»

IN UNA PAROLA. La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  31/05/2022

Non è ancora chiaro, mi sembra, quale sarà l’effetto a lungo termine di questa guerra che già ci appare infinita, orrenda, e suscita sentimenti contrastanti: chi si schiera animosamente da una parte, e chi dall’altra; chi si lascia prendere dalla paura; chi teme conseguenze insopportabili per un tenore di vita già troppo basso e incerto; chi si lascia annichilire da un senso di impotenza. Chi si attiva senza riflettere bene in vista di che cosa…

Ciò che mi scandalizza – è stato il mio mestiere – è la corruzione del linguaggio dell’informazione. È chiaro che Putin è l’aggressore e Zelensky l’aggredito, e che le conseguenze dell’invasione stanno procurando a tutto il popolo ucraino sofferenze indicibili.

Non solo le vittime militari e civili, ma le vite o distrutte o messe a dura prova dei milioni che scappano in altri paesi – per lo più donne, bambini e vecchi – o che si spostano all’interno dell’Ucraina in cerca di luoghi più sicuri, cercando di mantenere legami con le persone amate, soprattutto quelle che per un motivo e per l’altro rischiano la vita. Uguale compassione mi suscitano i massacri a cui vanno incontro i soldati russi, spesso giovanissime reclute a quanto pare poco consapevoli della tragedia a cui sono stati assegnati.

Ma veder ripetere la parola «eroi» per chi difende «la patria», e il capo della Russia costantemente chiamato «lo Zar», in senso ovviamente dispregiativo, quando non si usano immagini ben più volgari, mi procura un forte disagio. Un’altra espressione abusata è il «ventre molle». Il rilassamento dei tessuti delle nostre pance in cui staziona il cibo e circolano tanti umori equivoci viene ora attribuito a chi, forse perché ha dubbi e pone domande sul modo di condurre la guerra anche da parte «nostra», viene sbrigativamente definito filo-putiniano. Oppure è tutta intera l’Italia a essere avvisata: se qualcuno esagera a interrogarsi su come arrivare a una tregua, aprire uno spiraglio di pace, piuttosto che con quante e quali micidiali armi «vincere la guerra», sappia che produrrà la mollezza del ventre che aprirà un varco esiziale ai nemici dell’intero Occidente.

Quando Zelensky, durante l’assedio russo a Azovstal, ha detto che gli «eroi» servono «vivi», preannunciando l’ordine ai suoi soldati e a quelli del battaglione Azov di arrendersi, ho reagito meccanicamente: ecco forse un lampo di umanità in questo orrore.
L’eroe non è tale se non rischia la vita, e molto probabilmente la sacrifica (i capi di Azov lo avevano promesso: non ci arrenderemo mai!). Ma meglio sarebbe che restasse vivo. E quell’essere vivo è qualcosa di molto più importante dell’essere eroe. La domanda che mi sta a cuore è questa: davvero servono ancora gli eroi?

Il loro tempo sembrava finito. E se ritorna dobbiamo chiederci il perché.
C’è il passo arcinoto del Galileo di Brecht. Quando Andrea Sarti aspetta l’esito del processo, ed è sicuro che Galileo non abiurerà, esclama: «Sventurata la terra che non ha eroi!». Poi entra Galileo, che invece ha abiurato, e risponde: «No! Sventurata la terra che ha bisogno di eroi». Il grande scienziato sopravvive al probabile rogo, e scriverà ancora capolavori teorici che cambieranno il mondo. La sua scelta è stata giusta?

In una prima versione dell’opera questo era l’assunto, ma Brecht, vivendo i nuovi orrori bellici con le atomiche in Giappone, aggiunse una scena in cui Galileo confessa di aver avuto paura della tortura e dichiara che lo scienziato ha invece il dovere di essere coraggioso di fronte al potere.
Ma oggi – dico io – l’eroismo va rifiutato: va inventata la nuova forza capace di farci vivere subito in un mondo non violento, persino gentile…

La tribù bianca e l’ideologia delle «guerre giuste»

Incontro con Alex Zanotelli, una vita dalla parte degli ultimi: «Con una mano diamo aiuti, con l’altra vendiamo armi». Ucraina e non-violenza? «Dovevamo pensarci nel 2014»

Ascanio Celestini  31/05/2022

«È sbalorditivo questo fatto che siamo tornati di nuovo al concetto di guerra giusta. E soprattutto in difesa della civiltà occidentale. Io pensavo che certe cose le avessimo ormai digerite, e invece no».
Sono le prime parole che pronuncia Alex Zanotelli, poi si interrompe, ci pensa e mi chiede se voglio un decaffeinato. Ringrazio. L’ho già preso al bar appena arrivato alla stazione di Napoli. Mentre accendo il registratore si mette seduto nell’angolo della stanzetta dietro al tavolino. Io dico «registro così posso usare proprio le tue parole». «Sì, sì, tranquillo» e riprende il discorso.

«Papa Francesco è stato chiarissimo nell’enciclica Fratelli Tutti. Cioè che oggi con lo “sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche”, ma anche con la Cyberwarfare “si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile” ed è diventato assurdo “parlare di una possibile guerra giusta”. Così l’unico vincitore di questa guerra è il complesso militare industriale. Questa è la cosa veramente paradossale della nostra storia. Con il problema che se effettivamente la Russia viene incastrata è capacissima di usare l’atomica. Stiamo ballando letteralmente sul baratro di un’esplosione atomica e dell’inverno nucleare. Io non riesco a capire perché la gente non lo comprende».

Caro Alex – gli suggerisco – la gente non lo comprende++++ perché non è facile spiegare che rispondere alla violenza con la violenza è un suicidio oltre che un omicidio. Le televisioni hanno cominciato subito dopo Natale a mostrare gli ucraini che si esercitavano coi fucili di legno e i ragazzini che preparavano le molotov. Era la storia di Davide contro Golia. Parli col vicino di casa e ti dice: «Che faresti se invadessero l’Italia? Ti ricordi i partigiani che hanno combattuto il nazifascismo?». Come faccio a rispondere al mio dirimpettaio che gli ucraini possono scegliere una resistenza nonviolenta?

«Oggi è inutile – mi risponde – che parliamo di nonviolenza in Ucraina. No. È solo tempo perso. Dovevamo farlo prima. Dal 2014 ad oggi sappiamo bene quello che stava avvenendo. Se noi avessimo cominciato seriamente a lavorare col popolo ucraino per coscientizzarlo, per prepararlo a una resistenza nonviolenta qualcosa poteva avvenire. C’è l’esempio della Danimarca quando Hitler ha dichiarato guerra. Quei quattro gatti di esercito che avevano si sono subito arresi con l’intenzione di resistere al nazismo. Infatti il re andava in giro con la stella di David. Hanno salvato, portato in una notte tutti gli ebrei fuori dalla Danimarca. Li han portati in Svezia. E hanno fatto una resistenza.

Il popolo ha sempre un potere enorme. Pensa a quello che ha fatto Mandela in Sud Africa. Tutti noi eravamo convinti che liggiù si sarebbe arrivati a una guerra terribile tra bianchi e neri. E invece…Però tutto questo richiede preparazione. La nonviolenza non si inventa dal nulla. Quando ero direttore di Nigrizia – racconta – ho appoggiato tutte le lotte armate in Africa contro il colonialismo perché mi sembrava che fosse l’unica cosa che si poteva fare. Bisognava stare da quella parte. Oggi mi pento. Io sono un convertito alla nonviolenza di Gesù. Lui cosa aveva capito? Che il suo popolo stava andando dritto alla guerra contro Roma. E tutti si aspettavano che sarebbe stato lui a guidarla. E la più grande tentazione che ha avuto Gesù quando è arrivato a Gerusalemme era guidare duecento, trecentomila ebrei che lo aspettavano. E invece lui è entrato su un asino. Ci ha preso in giro tutti. Pensa a Gandhi – conclude – che ha liberato l’India contro l’impero britannico e con lui c’era Bāshā Khān che guidava i musulmani».

Alex Zanotelli è nato a Livo in Trentino. Dalla metà degli anni ’50 ha studiato a Cincinnati, Ohio, poi nel ’65 ha insegnato in Sudan. In Africa ha preso coscienza che «la ricchezza di pochi è pagata dalla miseria di troppi». Come direttore di Nigrizia, il mensile dei missionari comboniani, ha denunciato lo squilibrio tra i pochi aiuti ai poveri e i grandi introiti per il commercio di armi. Oggi l’Italia arriva più o meno a 400 milioni di euro per la cooperazione allo sviluppo (dati Openaid AICS), ma presto raggiungerà il 2% del PIL per le armi, cioè quasi 40 miliardi.

«Mi domandavo: “come è possibile che con una mano l’Italia offra aiuti e con l’altra invece venda armi?”» scrive in un suo libro che ha pubblicato Feltrinelli da poche settimane “Lettera alla tribù bianca”. Il titolo viene dalla sua esperienza nella baraccopoli di Korogocho, periferia di Nairobi. Accanto alla «enorme e spaventosa discarica di Dandora» dove anche i bambini diventano scavengers, raccoglitori di rifiuti, le bambine si prostituiscono e spesso muoiono di Aids prima di diventare maggiorenni. Dopo dodici anni in mezzo ai rifiuti dell’umanità è tornato in Europa «perché, se oggi viviamo in un pianeta di immense folle di impoveriti, la responsabilità è in gran parte della tribù bianca. E come missionario sono tornato dalla mia gente, dalla mia tribù bianca a convertirla».

Accompagno Zanotelli a piazza Carità dove l’aspettano per un volantinaggio contro la guerra. Andiamo insieme verso il Ponte della Sanità costruito all’inizio dell’800 da Gioacchino Murat per favorire il passaggio dal centro della città alla reggia di Capodimonte evitando ai sovrani di passare in mezzo alla plebe. Gli impoveriti della nostra tribù bianca dove padre Alex è andato a portare un riscatto di pace e dignità, una resistenza nonviolenta.

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