GETTARE “GAS” SUL FUOCO da IL MANIFESTO
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GETTARE “GAS” SUL FUOCO da IL MANIFESTO

Si rischia una guerra per il gas di Karish

MEDITERRANEO ORIENTALE. Israele manda la nave piattaforma e stoccaggio Energean verso acque contese con il Libano per lo sfruttamento del giacimento di gas sottomarino rivendicato anche da Beirut. Hezbollah minaccia di intervenire.

Michele Giorgio  11/06/2022

Il 12 e 13 giugno il mediatore statunitense Amos Hochstein dovrebbe tornare a Beirut per rilanciare il negoziato indiretto sui confini marittimi tra Israele e Libano. Ma l’accelerazione data da Israele, con l’invio della nave piattaforma e stoccaggio Energean verso le acque contese di Karish per avviare lo sfruttamento del giacimento di gas sottomarino rivendicato dai due paesi, ha fatto risalire la tensione a livelli mai toccati negli ultimi anni.

Dall’ipotetico accordo tra due paesi nemici, ora si torna a temere uno scontro militare. «Karish è una nostra risorsa strategica e lo Stato di Israele dà la priorità alla protezione delle sue risorse strategiche ed è pronto a difenderle, in conformità con i suoi diritti», ha proclamato il ministro degli esteri israeliano Yair Lapid. Con i paesi occidentali alla ricerca di fonti di energia alternative a quelle russe, Israele punta con decisione a proporsi tra i nuovi e più importanti esportatori di gas.

Negli anni passati lo Stato ebraico si è proposto come fornitore regionale di gas grazie alla scoperta di giacimenti sottomarini nell’area di suo sfruttamento esclusivo. E in nome del gas ha concluso un’alleanza, anche militare, con Cipro e Grecia in contrasto con le simili ambizioni della Turchia. Quindi è esplosa la disputa sul gas sottomarino al confine con il Libano. Per il piccolo paese dei cedri, devastato da una crisi economica e finanziaria senza precedenti che ha impoverito larghi strati della popolazione, incassare miliardi di dollari dalla vendita di quel gas è ossigeno. Tuttavia, lo scontro tra Israele e il movimento sciita Hezbollah non ha permesso sino ad oggi esiti concreti.

Il nocciolo della controversia ha a che fare con la risoluzione 6433 del 2011 che definisce i confini della zona economica esclusiva libanese. L’area interessata è tra le cosiddette linee 23 e 29. Il Libano inizialmente ha richiesto 860 kmq di territorio nell’area marittima contesa, poi ha rifatto i calcoli e sostenuto che, legge internazionale alla mano, ha diritto ad altri 1.430 kmq, inclusa parte di Karish e del suo gas. Beirut afferma che il giacimento si sovrappone parzialmente alle sue acque marittime e che Israele ha fatto un passo unilaterale prima che fosse firmato un accordo sui confini marittimi. La Energean non è entrata nelle acque contese ma il suo invio ha comunque arroventato il Libano. «Ogni attività esercitata da attori militari ed economici israeliani nell’area delle acque contese tra Libano e Israele sarà considerata un’azione ostile», ha ammonito il presidente libanese Aoun.

Più esplicito è stato l’altra sera Hassan Nasrallah, segretario generale e capo di Hezbollah. «È di vitale importanza che Israele non estragga nulla dal giacimento di Karish in quanto sono risorse che spettano a Beirut e si tratta di una delle ultime possibilità di salvare la nostra economia», ha ammonito Nasrallah. Poi ha aggiunto perentorio: «Questo è il momento di agire tutti. Non so cosa penserà di fare l’esercito (libanese) ma Hezbollah ha la capacità militare e tecnologica per impedire che Israele proceda nelle sue attività illegali». In sostanza è pronto a colpire la Energean. Da parte loro gli Stati uniti fanno pressioni su Beirut affinché accetti la linea 23, rinunciando a Karish, in cambio dell’approvazione finale d Washington del progetto per l’arrivo nel paese dei cedri di gas egiziano e di elettricità dalla Giordania – attraverso la Siria sotto sanzioni – in conformità con un accordo firmato

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