GEOPOLITICA, BLOCCHI, RICATTI, VALORI, NAZIONALISMI. da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GEOPOLITICA, BLOCCHI, RICATTI, VALORI, NAZIONALISMI. da IL MANIFESTO e IL FATTO

Torna la logica dei blocchi e dei ricatti

GUERRA UCRAÌNA. La guerra, o anche la semplice minaccia di guerra, “giusta” o ingiusta che sia, comporta sempre una riduzione della democrazia e un ridimensionamento della vita civile. Questa estraneità della geopolitica alle ragioni della democrazia deve essere messa nel conto se non si vogliono falsare i risultati del calcolo

Marco Bascetta  18/05/2022

L’allargamento dei blocchi contrapposti e delle alleanze militari con la conseguente progressiva erosione dello spazio della neutralità non è certo segno di buona salute dell’assetto globale. Come non lo fu il fallimento del tentativo dei Non allineati negli anni Cinquanta e Sessanta. L’abbandono di questo spazio da parte della Finlandia e della Svezia, cogenti o meno che ne siano le ragioni, non è una buona notizia. Ma è la reazione della Turchia alla volontà di questi paesi di aderire alla Nato e della Nato di accoglierli a indicarci brutalmente lo stato di coazione e di ricatti incrociati in cui le relazioni internazionali vengono sempre più strettamente ingabbiate.

Ankara pone il suo veto rimproverando a Helsinki e Stoccolma il rifugio assicurato ai militanti delle organizzazioni curde che il governo turco ritiene terroristiche e l’appoggio alla regione autonoma curda di Rojava oggetto di costante aggressione da parte dell’esercito di Erdogan che mira esplicitamente al suo annientamento. Che si tratti, se non di un pretesto, di una ragione secondaria rispetto all’intento di fare un favore alla Russia di Putin, con la quale Ankara non esita a relazionarsi oculatamente nel suo gioco espansionistico nel Mediterraneo, è più che un semplice sospetto. Tutta questa vicenda ci mostra come il clima bellicoso che alimenta la contrapposizione dei blocchi implichi, per i paesi che vi partecipano, un ridimensionamento dei propri punti di vista, delle proprie convinzioni democratiche, dello spazio concesso allo stato di diritto e ai diritti umani. Un cedimento dei paesi scandinavi alle pressioni turche costituirebbe un fatto di estrema gravità.

Come, del resto, già lo è la promozione della Polonia omofoba, autoritaria e ultranazionalista, a campione di difesa dei “valori occidentali” e la sospensione di ogni critica nei confronti del governo oscurantista di Varsavia. Intanto, il solito Victor Orban, oppone il suo veto all’embargo sul petrolio russo a dimostrazione delle continue grane che l’allargamento ad Est dell’Unione europea e le insidie del nazionalismo che vi alberga portano con sé. Una lezione che può servire a illuminare anche il futuro del Vecchio continente.

Questo groviglio di furibonde contraddizioni dovrebbe render chiaro un elemento che la stucchevole retorica sui “valori occidentali” e sul limpido scontro tra libertà democratica e dittatura si sforza di occultare. E cioè che con la geopolitica la democrazia e i diritti non c’entrano per nulla. Lo sappiamo fin dal “terribile dialogo” tra i Melii e gli Ateniesi, riportato da Tucidide nella Guerra del Peloponneso, che si svolge, non a caso, lontano dalle orecchie del popolo che ne soffrirà il tragico epilogo. E la politica americana nel mondo, nonché quella sovietica, durante e dopo la guerra fredda non hanno fatto che confermare questa estraneità, fino alla complicità o all’indifferenza della geopolitica per gli orrori commessi. Si tratta di due piani diversi, talvolta decisamente contrapposti, nel cui scarto sono incistate le evidenti differenze di interessi tra l’Europa e gli Stati uniti. Sullo scacchiere geopolitico è il rapporto di forze con la sua potenza egemone quello che conta e il rapporto tra governanti e governati risulta decisamente sbilanciato a favore dei primi. La guerra, o anche la semplice minaccia di guerra, “giusta” o ingiusta che sia, comporta sempre una riduzione della democrazia e un ridimensionamento della vita civile. Questa estraneità della geopolitica alle ragioni della democrazia deve essere messa nel conto se non si vogliono falsare i risultati del calcolo.

Alla fine di Aprile Jürgen Habermas era intervenuto sul settimanale Zeit a sostegno della prudenza del Cancelliere Scholz riguardo al possibile coinvolgimento della Germania in una escalation militare del conflitto tra Russia e Ucraina. Oltre alla ragionevole constatazione che la “sconfitta” di una superpotenza nucleare è cosa difficile da immaginare al di fuori di un quadro catastrofico, il filosofo francofortese invitava l’occidente ad affrontare un difficile dilemma. Quello che mette su un piatto della bilancia il diritto di Kiev a combattere per la sua integrità, libertà e autodeterminazione avvalendosi del sostegno occidentale, e sull’altro la necessità di scongiurare l’innesco di un conflitto nucleare dai contorni imprevedibili a partire da quello stato prolungato di belligeranza in Europa che non dispiacerebbe a Washington. Attirandosi così l’incredibile accusa, se non di fare il gioco del Cremlino, di coltivare comunque l’egoismo del benessere tedesco.

Questa esigenza di ponderato equilibrio andrebbe invece riproposta, sebbene su un piano diverso, in tutti quei paesi che si sono dimostrati troppo facilmente disponibili a sacrificare alla logica dei blocchi e dell’escalation militare le proprie esperienze storiche, il rigore dei propri principi costituzionali e i passaggi che in una democrazia compiuta limitano il decisionismo governativo. Fino a quel grottesco eccesso di zelo che si è occasionalmente tradotto nella messa al bando dell’arte e della cultura russa nel loro insieme. Sul modello dello scontro di civiltà in versione talebana.

Ucraina, il Parlamento marca visita: è ora di mandarlo a casa

Fabio Marcelli  17/05/2022

Pare più che mai evidente come la comunità internazionale sia di fronte a un bivio di importanza senza precedenti. Infatti, senza retorica e senza esagerazioni, si può affermare che la scelta da compiere riguarda il futuro, nel senso che occorre decidere se un futuro per l’umanità possa esistere oppure no.

A quasi tre mesi dalla scelta del governo russo di invadere l’Ucraina è sempre più chiaro come siamo entrati in una fase nuova, forse senza ritorno, della vita internazionale di relazione. Non è inutile chiarire alcuni presupposti di questa nuova fase. C’è da un lato, cronologicamente e logicamente precedente, la scelta degli Stati Uniti e della Nato di giocare la carta ucraina per indebolire la Russia e cercare in tal modo una rivincita sui numerosi fallimenti subiti in esito alle guerre di aggressione lanciate in vari Paesi (Afghanistan, Iraq, Libia) e alla situazione di stallo della controffensiva reazionaria in America Latina, dove non è andato a buon fine il tentativo di dare delle spallate a Cuba, Nicaragua, Venezuela e si è registrata anzi la significativa vittoria di Boric in Cile e si delineano quelle di Lula in Brasile e, forse, di Petro in Colombia. Il secondo presupposto è stata la scelta di Putin di procedere all’invasione dell’Ucraina, illudendosi ingenuamente di anticipare in tal modo la stretta della morsa della Nato. E’ evidente come vi sia stata una grave sottovalutazione della capacità di resistenza dell’Ucraina, di come la guerra d’invasione colle nefandezze che vi si sono accompagnate abbia determinato un forte rilancio del nazionalismo ucraino e che essa abbia agito come un vero e proprio boomerang motivando da ultimo la richiesta finlandese e svedese di entrare nella Nato.Lo scontro, quindi, è oggi più che mai tra due opposte scelleratezze. La prima e per certi aspetti originaria, quella della Nato e degli Stati Uniti, appare oggi all’offensiva strategica. Inebriati dalla prospettiva di una vittoria sul campo che comporti addirittura la riconquista da parte dell’Ucraina di Crimea e Donbass, gli insulsi leader dell’Europa saldamente aggiogata al carro della cosiddetta alleanza occidentale, da von der Leyen a Michel a Gentiloni, suonano irresponsabilmente la carica, senza rendersi conto che l’Europa di cui sono i sedicenti portavoce costituirebbe il campo di battaglia di uno scontro generalizzato e che con ogni probabilità la Terza guerra mondiale, data la natura e il potenziale distruttivo degli strumenti bellici a disposizione delle parti, sarebbe la ultima.

Occorre quindi aggiungere, ai due scellerati citati, un terzo scellerato, che subisce inoltre l’aggravante di non avere alcuna voce in capitolo sull’andamento della guerra e delle scelte da fare. Di tale terzo scellerato sono parte integrante gli imbarazzanti membri del governo italiano e le forze politiche che lo sostengono, nessuna esclusa. Mentre pateticamente Draghi emette qualche flatus vocis di pretesa natura “pacifista” senza peraltro avere il coraggio di esternare alcun pensiero conseguente al cospetto dell’alleato-padrone, tutte tali forze politiche, in particolare Salvini e Conte, mugugnano senza costrutto, più che altro per intercettare la chiara volontà di pace del popolo italiano che vede di mal occhio le forniture di armamenti all’Ucraina nella prospettiva dichiarata di sconfiggere la Russia. A tale mugugno corrisponde, sul piano dei comportamenti di fatto, la ritrosia del Parlamento, ben esemplificata dal mancato raggiungimento del numero legale nella votazione sul decreto Ucraina bis.Ma il tutto, come ovvio, all’italiana: di nascosto e senza prese di posizione di un profilo degno di essere notato. In chiara violazione di tutto l’impianto costituzionale che esclude l’entrata in guerra dell’Italia e il suo ricorso alla forza su questioni diverse dalla difesa del territorio nazionale e, su di una questione di vita o di morte come la scelta fra guerra e pace, pretende ovviamente chiarezza di scelte e rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini.

La situazione è grave e non permette ambiguità e tentennamenti. A fronte di una pericolosissima situazione di stallo che le parti in causa potrebbero essere tentate di risolvere col ricorso alle armi nucleari, occorre invece rilanciare con forza le ragioni della pace, chiedendo che l’Italia esca subito dal conflitto, per rendersi protagonista, in collaborazione col Vaticano, la Cina ed altri, di un tentativo di mediazione, basato sulla rinuncia dell’Ucraina alla Nato e l’esercizio del diritto di autodeterminazione da parte della popolazione dei territori contesi, in particolare Crimea e Donbass. Ma per raggiungere tali obiettivi vitali occorre sbarazzarsi del governo Draghi, ormai stracotto, e andare a nuove elezioni nelle quali le forze politiche esprimano senza trucchi e infingimenti la loro posizione sulla guerra, affinché ciascuno di noi possa scegliere il proprio destino.

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