GAZA, TRUMP MANDA LE RUSPE da IL MANIFESTO
Gaza, Trump manda le ruspe
Terra rimossa Giunti al porto di Haifa i primi 70 bulldozer D9 richiesti da Netanyahu. Il campo di internamento di Rafah è sempre più concreto. Ieri varie fonti definivano vicino l’accordo per una tregua di 60 giorni e il rilascio degli ostaggi
Michele Giorgio 10/07/2025
GERUSALEMME
Quando, qualche giorno fa, durante una riunione del gabinetto di sicurezza israeliano, il capo di Stato maggiore Eyal Zamir ha chiesto se l’esercito sarà obbligato a «governare» due milioni di civili palestinesi a Gaza, il premier Netanyahu, secondo la stampa locale, avrebbe risposto: «Ti porterò dieci D9 per preparare lo spazio umanitario». I D9 sono le gigantesche ruspe della Caterpillar che le forze armate israeliane usano per spianare terreni e abbattere le case palestinesi. Lo «spazio umanitario» è invece la cosiddetta «città umanitaria» a Rafah: l’enorme campo in cui sarà rinchiusa la popolazione di Gaza, annunciato all’inizio della settimana dal ministro della Difesa Israel Katz. I primi settanta D9 ordinati da Israele agli Stati uniti e promessi da Netanyahu a Zamir sono da ieri al porto di Haifa.
DOPO MESI di ritardi, i bulldozer e altre attrezzature destinate alle forze di terra israeliane sono stati scaricati da un mercantile e, in queste ore, vengono trasferiti in centri specializzati per il blindaggio. Donald Trump, mentre intrattiene la comunità internazionale annunciando da settimane una «tregua imminente» a Gaza, fornisce le ruspe necessarie ai progetti del governo Netanyahu per realizzare l’«emigrazione volontaria» dei palestinesi.
Solo in una realtà distorta si può parlare di libero arbitrio in relazione a persone che hanno trascorso quasi due anni sotto continui bombardamenti aerei, in tende o tra le macerie, soffrendo la fame e la sete, senza cure mediche, senza elettricità e senza molto altro. A novembre, l’amministrazione Biden aveva bloccato la vendita dei D9 a causa del loro utilizzo da parte dell’esercito israeliano per radere al suolo le abitazioni di Gaza. Appena rientrato alla Casa Bianca, Trump ha rimosso il blocco, approvando inoltre la fornitura a Israele di altri 7,4 miliardi di dollari in bombe e missili. Il Times of Israel riferiva ieri che, dal 7 ottobre 2023, 870 aerei da trasporto e 144 navi hanno consegnato a Israele più di 100.000 tonnellate di armamenti e attrezzature militari, provenienti principalmente dagli Usa. Ieri il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato sanzioni americane contro la Relatrice dell’Onu Francesca Albanese che ha denunciato nel suo ultimo rapporto le aziende che «ricavano un profitto dal genocidio a Gaza».
«QUELLO CHE SI DEFINISCE l’unico paese democratico in Medio Oriente, grazie all’esercito ‘più morale del mondo’, sta ora progettando una ‘città umanitaria’ nella Striscia di Gaza. Non importa in quale cellophane orwelliano la stiano confezionando. Il primo ministro Benyamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz stanno apertamente portando avanti il progetto di accampare i cittadini di Gaza in campi profughi, in preparazione del loro trasferimento fuori dall’enclave». Comincia così l’editoriale pubblicato ieri dal quotidiano Haaretz, uno dei pochi media israeliani schierati contro le politiche del governo Netanyahu a Gaza. «Il fatto che Katz abbia svelato il suo piano per una città destinata a centinaia di migliaia di palestinesi, chiusi e sotto sorveglianza, senza possibilità di andarsene, come una ‘soluzione umanitaria’, non è altro che un’agghiacciante distorsione linguistica», ha aggiunto il quotidiano di Tel Aviv .
ALTRETTANTO esplicito il giudizio di Amos Goldberg, storico dell’Olocausto presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Il ministro Katz, ha detto Goldberg, citato dal Guardian, delinea piani per la pulizia etnica di Gaza e la creazione di «un campo di concentramento o di transito per i palestinesi» prima che vengano espulsi. «Non è né umanitario né una città», ha aggiunto, «una città è un luogo dove hai possibilità di lavorare, di guadagnare denaro, di stabilire relazioni e libertà di movimento. Ci sono ospedali, scuole, università e uffici. Non è questo che (Netanyahu e i suoi ministri) hanno in mente. Non sarà un luogo vivibile, proprio come le ‘aree sicure’ (per i civili di Gaza, ndr) sono invivibili ora». Quindi ha posto un interrogativo inquietante: «Cosa succederà se i palestinesi non accetteranno questa soluzione e si ribelleranno?». Poche altre le voci israeliane che si sono levate contro quelli che è impossibile non definire campi di internamento.
LA POSIZIONE del governo Netanyahu, e quella di un’ampia porzione dell’opinione pubblica, è stata rappresentata da Ron Ben Yishai, il più popolare degli analisti militari. «Gaza non è un ghetto, né un campo di concentramento», proclama perentorio in un podcast sul portale Ynet, lamentandosi poi per i limiti che l’offensiva israeliana incontra a Gaza. Per Ben Yishai, l’esercito combatte «con una mano legata dietro la schiena» perché sa che potrebbe colpire anche gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas. Da Doha intanto ripetono: «Intesa vicina».
Così Netanyahu ha ferito l’identità del popolo ebraico
Non in nostro nome Quando, molti anni fa, mio nonno ancora ragazzo, si ritrovò in mezzo all’immenso oceano a bordo dell’ultima nave partita dall’Inghilterra verso l’America, in cerca di rifugio dalle oppressive leggi razziali […]
Widad Tamimi 10/07/2025
Quando, molti anni fa, mio nonno ancora ragazzo, si ritrovò in mezzo all’immenso oceano a bordo dell’ultima nave partita dall’Inghilterra verso l’America, in cerca di rifugio dalle oppressive leggi razziali nazi-fasciste, sentì per la prima volta – mi disse – il peso della propria identità ebraica.
Essere ebrei è un’esperienza complessa che trascende la religione. Troppo spesso viene erroneamente semplificata in una etichetta etnica o ridotta ai confini della discendenza matrilineare. Tuttavia, l’essenza del sentirsi ebrei abbraccia configurazioni ben più ampie di queste. Si intreccia a una ricca trama di esperienze di vita, in particolare quelle segnate dalla persecuzione, dall’esilio e dalla continua opposizione dialettica nei confronti delle semplificazioni che chi insiste nel catalogare l’umanità in scatole ordinate ama applicare.
Questo viaggio di identità è un promemoria che ci ricorda il complesso patrimonio che è per ognuno di noi plasmato non solo dall’ascendenza, ma anche dalla resilienza di fronte alle avversità. Riflette la profonda connessione delle storie personali alla Storia grande e ci obbliga a onorare il costante impegno a ricordare le prove affrontate da coloro che ci hanno preceduto. Complessità che è non solo dell’identità ebraica, ma dell’umanità in generale.
Netanyahu, nel suo ultimo intervento negli Stati Uniti e in questi mesi di costante massacro della popolazione di Gaza e della West Bank, si è permesso, al pari di chi lo ha fatto con l’intenzione di ucciderli, di mettere tutti gli ebrei in un’unica categoria. Si arroga il diritto di parlare per loro, e invece è contro di loro, e la verità è che – non si sa se con coscienza o meno – agli ebrei di tutto il mondo, e certamente anche agli israeliani, sta facendo non un favore, ma arrecando un grave danno. Oggi, che solo gli stolti confondono la rabbia del mondo verso Israele con l’antisemitismo, Netanyahu si permette di ringraziare il presidente Trump a nome di tutti gli israeliani e di tutto il popolo ebraico.
Ho provato ribrezzo nei confronti di questo pronunciamento, mi sono sentita, e sono certa molti altri di origini ebraiche con me, violata della mia identità, abusata da un criminale.
Sono mesi che mi sento come in mezzo al mare, al pari di mio nonno adolescente, tra l’Europa e l’America, più cosciente che mai dell’impatto che la storia della mia famiglia ebraica e della grande Storia che li ha segnati ha avuto sulla mia vita e sulla cultura cui appartengo.
È una storia di diaspore, di dolori grandi, di molte lingue, di distanze insanabili a causa delle fughe a cui siamo stati obbligati, dell’impegno etico che è sempre stato il vero e unico senso di elezione che abbia motivato la nostra famiglia a sentirsi non superiore agli altri popoli, ma responsabile verso diritti universali comuni a tutta l’umanità. Ed è proprio il nostro dolore a spingerci in testa al corteo di tutti quelli che sentono questo richiamo e a chiamarci ad essere, ancora più degli altri, tutori di un obbligo di compassione, nel senso proprio del patire con gli altri, perché la pena provata dovrebbe offrirci l’opportunità di percepire con più facilità quella degli altri.
Dunque a Netanyahu e a chi osa imbrattare il nostro nome anche solo ringraziando un uomo, uno Stato e i molti altri, anche quelli europei, colpevoli non solo di passività, ma anche del sostegno attivo fornito nella vendita di armi, nel blocco dei corridoi umanitari, nella distruzione della legittimità del diritto internazionale e delle istituzioni dell’Onu, tra cui l’Unrwa (nata per volontà di escludere i palestinesi dal diritto che protegge tutti i rifugiati del mondo tranne loro, sotto la Convenzione del 1951 e gli uffici dell’Unhcr, sottraendoli della possibilità ad avere una soluzione permanente tra cui il ritorno alla loro terra) dico una cosa e una soltanto: non in nome di tutti gli ebrei del mondo. Che nessuno si permetta di ringraziare Trump in nome nostro, non in nome di tutti gli ebrei, perché ciò che il mondo ha fatto per 80 anni alla popolazione palestinese e che oggi sta completando con un atto finale degno solo di questo lungo e macabro spettacolo che un giorno tutti diranno di aver osteggiato, non è stato sostenuto da tutti gli ebrei del mondo. Al contrario: ce ne vergogniamo.
Manca davvero solo l’ultimo colpo di scena, non la condanna dei criminali di guerra per lo sterminio di bambini, donne, malati e anziani, ma invece il conferimento, proprio a loro, del premio Nobel per la pace.
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