G. BASKIN: “I NEGOZIATI SONO FERMI, SERVONO ELEZIONI E 2 STATI” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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G. BASKIN: “I NEGOZIATI SONO FERMI, SERVONO ELEZIONI E 2 STATI” da IL FATTO

Israele-Hamas, Gershon Baskin: “I negoziati sono fermi, ma la tregua sarebbe la fine per Bibi e i suoi”

IL NEGOZIATORE DEL CASO GILAD SHALIT – “Palestinesi e israeliani sono spaccati anche al loro interno: servono elezioni e due Stati”

COSIMO CARIDI   16 FEBBRAIO 2024

“Siamo in un vicolo cieco in cui le parti cercano di decidere chi è più testardo”. L’israeliano Gershon Baskin è stato uno dei negoziatori che ottenne il rilascio del soldato Gilad Shalit, che da cinque anni era nelle mani di Hamas. Dopo il 7 ottobre per settimane ha mantenuto una comunicazione con il movimento islamista.

Siamo vicini a un accordo per il rilascio degli ostaggi?

No, molto lontani. Netanyahu ha deciso di non rimandare la delegazione al Cairo.

Israele pretende un futuro senza Hamas. Se questa è la precondizione, come Hamas può raggiungere un accordo con Israele?

Hamas non deve accettare le dichiarazioni israeliane, sa di essere un movimento radicato nella popolazione, un’idea che non può essere eradicata con le armi.

La società israeliana come sta reagendo ai negoziati?

È divisa. C’è una piccola maggioranza che accetterebbe di pagare un costo molto alto per riportare a casa gli ostaggi. E c’è una grande minoranza che pensa di non doversi arrendere ad Hamas. Questa parte vuole la guerra, la morte dei leader di Hamas. Anche se nessuno può garantire che questo porti al rilascio degli ostaggi. Penso sia una scommessa rischiosa.

Come giudica l’operato di Netanyahu?

Penso sia personalmente responsabile del 7 ottobre. È l’unico nel quadro politico e della sicurezza nazionale che rifiuta di prendersi la responsabilità dei propri errori. Netanyahu è pericoloso per il futuro d’Israele, lo era già in passato. Prima avremo nuove elezioni, meglio sarà per questo Paese.

Il governo cadrebbe con una tregua?

Non appena ci sarà un cessate il fuoco avremo enormi manifestazioni per nominare una commissione d’inchiesta nazionale. La spinta per le elezioni sarà fortissima. Netanyahu ha perso più del 50% della sua base elettorale. Non c’è possibilità che possa ancora governare Israele.

L’estrema destra sembra avere un grande potere in questo momento.

Tengono in ostaggio Netanyahu. La sua sopravvivenza politica dipende dai radicali della destra. Possono ottenere da lui tutto quello che vogliono.

La società israeliana è divisa, ma quella palestinese è unita?

Assolutamente no. Quasi tutti i palestinesi vogliono nuove elezioni per scaricare il presidente Abbas. Ma la società è estremamente divisa, non c’è un leader che unisce, eccetto uno che è in prigione e sta scontando cinque ergastoli.

Parla di Marwan Barghouti? Israele dice che non lo libererà mai.

Mai è una parola da non usare in politica.

Due società spaccate e una guerra, l’incubo di un negoziatore?

In un negoziato normale entri in una stanza dove c’è un mediatore e, per quanto sarà dura, alla fine si trova un accordo. Ci si stringe la mano e si lascia la stanza assieme. In questo caso le parti non si parlano, anzi hanno giurato di uccidersi.

Qatar, Egitto e Stati Uniti conducono i colloqui. Troppe voci?

Non è questione di tante o poche. Il problema è che questi tre Stati non stanno applicando abbastanza pressione per poter raggiungere un accordo. Si deve arrivare a un accordo per il quale Hamas non controlli più Gaza e ci sia un passo significativo verso la soluzione dei due Stati. Anche l’Italia, come molti altri Paesi europei, parla da 30 anni dei due Stati, ma ne riconosce solo uno. Se si vuole sconfiggere Hamas bisogna dare qualcosa ai palestinesi.

Questo passo può avvenire se Hamas resta al potere?

Non importa se Hamas è al governo. Non si riconosce uno Stato per chi lo controlla, ma per il principio di autodeterminazione. I palestinesi devono votare un nuovo governo, ma la soluzione dei due Stati deve includere due entità e non solo Israele. Bisogna anche togliere a Israele il potere di veto sulla creazione di uno Stato palestinese.

Questa pressione internazionale deve avvenire adesso?

Certo. Ci sono 1,5 milioni di persone bloccate nel 20% della Striscia. Un attacco sarà catastrofico.

Il maccartismo europeo sogna 20 anni di guerra

 DOMENICO GALLO  16 FEBBRAIO 2024

Il termine “maccartismo” deriva dal nome del senatore repubblicano Joseph McCarthy che diresse, negli anni 50 del secolo scorso, la Commissione del Senato Usa per la repressione delle “attività antiamericane”. L’attività della Commissione consisteva in quella che fu definita la “caccia alle streghe”. La guerra fredda generò, sul piano internazionale una forte contrapposizione fra blocchi militari che si fronteggiarono in Europa in una guerra simulata intorno a un confine percepito come una “cortina di ferro”. Sul versante interno la guerra fu combattuta identificando come nemici gli attivisti del Partito comunista, i funzionari pubblici, gli intellettuali, gli artisti, gli scrittori, sospettati di simpatie comuniste o, semplicemente, antifascisti. Professare idee non conformi alla narrazione ideologica ufficiale, o essere semplicemente sospettati di averle, comportava ogni genere di discriminazione o di esclusione dalla vita sociale.

Il film Il prestanome di Woody Allen (1976) rievocò in modo magistrale la condizione dell’industria culturale nel periodo del maccartismo, quando centinaia di attori, registi e sceneggiatori, sospettati di idee sovversive, furono iscritti nella cosiddetta lista nera in seguito alle indagini della Commissione per le attività antiamericane, perdendo ogni possibilità di continuare a lavorare.

Adesso che lo spirito e la cultura della Guerra fredda è ritornato in auge, attraverso la guerra calda combattuta contro la Russia sulla pelle della popolazione ucraina, ci tocca assistere anche al ritorno del maccartismo. Il Parlamento europeo, che dovrebbe essere la culla dei diritti di libertà, incredibilmente ha resuscitato il maccartismo, calpestando i principi solennemente sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalle tradizioni costituzionali dei suoi Stati membri. Lo ha fatto con una Risoluzione approvata l’8 febbraio 2024 avente a oggetto l’ingerenza russa nei processi democratici europei. Il leit motiv della Risoluzione è lo stesso posto a fondamento del maccartismo: c’è uno Stato nemico (la Russia) i cui “agenti di influenza prendono attivamente di mira tutti i settori della vita pubblica, in particolare la cultura, la memoria storica, i media e le comunità religiose, nonché i politici e le loro famiglie” diffondendo la manipolazione delle informazioni. Vi sono esponenti politici che, prezzolati o meno, assumono posizioni filorusse, volte ad alleviare le sanzioni e l’isolamento internazionale della Russia, col rischio di influenzare i governi e lo stesso Parlamento europeo. Coloro che dissentono dalla verità ufficiale del Parlamento europeo che ha identificato la Russia (già qualificata Stato sponsor del terrorismo), come il nemico contro il quale bisogna prepararsi a combattere, sono le quinte colonne del nemico, che bisogna smascherare e mettere a tacere. Per combattere meglio la disinformazione e la minaccia di ingerenze straniere, la Risoluzione raccomanda “una più stretta cooperazione con la Nato”.

Dunque le cosiddette “attività antiamericane” che ossessionavano il senatore McCarty ritornano in salsa europea e spingono a dichiarare che l’ingerenza russa, attraverso le quinte colonne europee “non deve restare impunita”. La Risoluzione infine “sottolinea il ruolo chiave del giornalismo investigativo nel rivelare i tentativi di ingerenza straniera e attività occulte”, evidentemente apprezzando quei giornali che, anche in Italia hanno costruito le liste di proscrizione dei presunti “putiniani”, mentre si dimentica di Julian Assange, che rischia di marcire per tutta la vita nelle carceri americane.

Si dice che le tragedie storiche quando si ripetono si trasformano in farsa; anche in questo caso il maccartismo in salsa europea ha il sapore di una farsa, soprattutto perché in Europa la caccia alle streghe è un po’ più difficile da attuare a causa dei vincoli fastidiosi del diritto. Tuttavia la farsa può trasformarsi in tragedia poiché la delegittimazione politica di ogni pensiero critico può favorire l’avverarsi della profezia nera della guerra inevitabile con la Russia, rilanciata, da ultimo, dall’ammiraglio olandese Rob Bauer, presidente del Comitato militare Nato. Il 18 gennaio Bauer ha dichiarato: “Vivere in pace non è un dato di fatto. Per questo ci stiamo preparando per un conflitto con la Russia”, che potrebbe scoppiare entro “i prossimi 20 anni”. Dobbiamo evitare che la previsione dell’ammiraglio Bauer diventi una profezia che si autoavvera. Durante le fasi più acute della Guerra fredda, nessun leader politico o militare si era mai azzardato a dichiarare inevitabile la guerra totale con l’Urss, che infatti è stata evitata. Forse sarebbe il caso di rassegnarsi un po’ di meno alla guerra e prepararsi alla pace, valorizzando il naturale istinto di sopravvivenza del genere umano.

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