FRONTE MARE: “PRENDI LA TUA VILLETTA A GAZA” da IL FATTO
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FRONTE MARE: “PRENDI LA TUA VILLETTA A GAZA” da IL FATTO

“Prendi la tua villetta a Gaza”: l’azienda israeliana fa sognare

FRONTE MARE – Una società già pubblicizza proprietà “coloniali”. Partiti da un piccolo sobborgo di Ariel, una delle colonie più grandi e popolose in Cisgiordania, oggi gestiscono progetti molto più ambiziosi

COSIMO CARIDI  18 DICEMBRE 2023

Il disegno di una mezza dozzina di villette tra le macerie di Gaza e sopra la scritta “Svegliatevi, una casa al mare non è un sogno!”. Un’azienda edile israeliana, Harey Zahav (Montagne d’oro), sta pubblicizzando sui social il progetto di nuove colonie nella Striscia.

L’impresa si definisce “leader nel mercato immobiliare in Giudea e Samaria”, costruisce e amplia insediamenti ebraici in Cisgiordania. Per il diritto internazionale tutte le colonie oltre la linea dell’armistizio del 1967 sono illegali. Su questo punto c’è unità di giudizio: Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Corte Penale Internazionale e quella di giustizia dell’Aja a cui si aggiungono tutte le maggiori ong e illustri accademici. All’inizio della guerra alcuni dipendenti della Harey Zahav, riservisti dell’esercito, sono stati reintegrati nelle forze armate e stanno combattendo a Gaza. Tra loro c’è anche l’amministratore delegato, Shlomo Warmstein, che appare nei video dalla Striscia con la divisa kaki e un fucile al collo. Una settimana fa hanno postato su Instagram una foto da Gaza: dieci soldati in uniforme che tengono in mano uno striscione dell’azienda. Oltre al logo c’è la frase “qui sorgerà un nuovo insediamento”.

L’esperimento funziona: centinaia di commenti; molti ricordano che quella è terra palestinese, “ladri” è la risposta più gentile. La Corte Penale Internazionale, attraverso lo Statuto di Roma (non ratificato da Israele), definisce come crimine di guerra il “trasferimento diretto o indiretto di una parte della propria popolazione su un territorio occupato”. Il post successivo della Harey Zahav è ancora più esplicito: una mappa della Striscia con indicati nove punti individuati per le nuove costruzioni. Nel testo si legge “Ora a prezzi di prevendita”. Sulla cartina ci sono già i nomi, tutti in ebraico, delle nuove città. fanno sul serio, hanno persino evidenziato quella che sarà una collettività solo per ultraortodossi. Harey Zahav è specializzata sia nella costruzione di comunità secolari che religiose.

Partiti da un piccolo sobborgo di Ariel, una delle colonie più grandi e popolose in Cisgiordania, oggi gestiscono progetti molto più ambiziosi: intere cittadine costruite dal nulla. Il mercato è in forte espansione. Al momento il numero ufficiale di settler israeliani si aggira attorno ai 700mila, ma le Nazioni Unite stimano che siano il 50% in più. Un ebreo su sette residente in Israele vive in una colonia e il numero è in aumento.

L’estrema destra, che guida il Paese, ritiene necessario ampliare il più velocemente possibile gli insediamenti esistenti e costruirne di nuovi. Questo viola le stesse leggi israeliane. Ma più veloce e sicuro di un condono edilizio in Italia, su base annuale il governo israeliano pianifica nuove unità abitative e approva ex-post occupazioni di terre palestinesi trasformatesi in piccoli villaggi. Secondo gli osservatori internazionali le colonie, sin dagli accordi di Oslo, sono il più grande ostacolo per un negoziato di pace perché rompono l’integrità territoriale palestinese. Gli scontri tra coloni, armati dal governo, e le comunità a cui viene sottratta la terra sono l’epicentro della violenza da anni.

Nel 2005, un anno prima che Hamas prendesse il controllo di Gaza, il governo israeliano ha svuotato, usando la forza, le colonie che si trovano all’interno della Striscia. Da allora una parte della destra reclama una nuova Gush Katif: il blocco di 17 insediamenti ebraici nell’area costiera vicino al confine con l’Egitto.

“Noi della compagnia Harey Zahav stiamo preparando il terreno per un ritorno – si legge nell’ultimo post dell’azienda – iniziano i lavori di bonifica dell’area, di rimozione dei rifiuti e di espulsione degli invasori”.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu non è stato chiaro su quale sarà il futuro della Striscia alla fine dell’operazione militare. Una nuova presenza fissa israeliana all’interno di Gaza potrebbe essere un fattore di grande instabilità, ma i piani dei suoi alleati di governo sembrano chiari.

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