FARE USCIRE dall’ANGOLO NAM e ONU da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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FARE USCIRE dall’ANGOLO NAM e ONU da IL MANIFESTO

È scontro tra blocchi e la neutralità diventa movimento necessario

Tornano conflitti tra potenze, nostalgie imperiali, rilancio d’un impero in decadenza: tutto questo costringe molti Paesi a schierarsi. Eppure sono esistiti i Non-Allineati. Neutrale non significa non prendere parte, ma avere un ruolo attivo: il «neutro» come terza possibilità, come superamento del conflitto per dirla con Roland Barthes

Tonino Perna  05/07/2022

Il ritorno della contrapposizione-scontro tra grandi blocchi, il riemergere di nostalgie imperiali, il rilancio di un impero in decadenza, sta costringendo diverse nazioni in tutto il mondo a schierarsi o con la Nato o con l’asse Russia-Cina e sue appendici. Paesi come Finlandia e Svezia che erano rimasti neutrali durante il periodo della cosiddetta «guerra fredda», hanno saltato il fosso e son finiti nella gabbia della Nato, rinunciando ad un loro, encomiabile e storico punto di riferimento: essere Paesi che accolgono i rifugiati politici e coloro che fuggono dalle guerre.

Come dimenticare il ruolo politico giocato dalla Svezia del premier Olof Palme, grande figura di costruttore di ponti di pace, leader prestigioso del partito socialdemocratico, fatto fuori in circostanze misteriose in cui non è escluso il ruolo di servizi segreti stranieri. Chi si ricorda della Jugoslavia di Tito, leader del Movimento dei Paesi non Allineati, che nasce a Belgrado nel settembre del 1961, e vede tra i fondatori l’India di Nehru, l’Egitto di Nasser, l’Indonesia di Sukarno.

Un Movimento che nasceva dichiarando la sua opposizione al colonialismo, imperialismo e neocolonialismo, rivendicando il diritto a non doversi schierare con un uno dei due blocchi.
Certo, esiste ancora il Non-Aligned Movement (Nam), conta sulla carta circa 120 Stati, ma chi lo sa? Chi se n’è accorto durante tutte le guerre che si sono succedute dopo la caduta del muro di Berlino? Che ruolo ha oggi in questa maledetta guerra in Ucraina? D’altra parte se il presidente del Nam è l’attuale premier dell’Azerbaigian, coinvolto in un conflitto estremamente rischioso come quello del Nagorno-Karabakh, che è ripreso proprio in questi mesi, come sperare che possa avere un ruolo di super partes, di leadership dei Non Allineati? La scomparsa nei fatti del Movimento dei Paesi non Allineati è una grave perdita per il futuro dell’umanità. Purtroppo, ne dobbiamo prendere atto.

La neutralità è diventata una condizione sempre più difficile da mantenere. Neutralità non significa solo non prendere parte, non schierarsi, ma può avere un ruolo attivo nel superamento dei conflitti. Il «Neutro come terza possibilità, come superamento del conflitto, per dirla con Roland Barthes che per un biennio ha tenuto un Corso su questa categoria al Collège de France (1977-78), edito in Francia nel 2002 ed oggi pubblicato in Italia da Mimesis. La neutralità, dunque, non è il Limbo, un non luogo sospeso nello spazio e nel tempo, ma un non accettare questo disordine mondiale, cercare ostinatamente un’altra strada che non passi dalla logica dei nazionalismi che si autoalimentano. Significa non interiorizzare una visione del mondo come lotta tra il Bene e il Male Assoluto, non vedere lo scontro attuale, come denuncia chiaramente papa Francesco, come uno scontro tra il demonio Vladimir Putin e l’arcangelo Joe Biden. Neutralità non vuol dire indifferenza, ma cercare di mantenere una lucidità di analisi e cercare ostinatamente di non farsi ingoiare da questa spirale dettata dallo scontro tra superpotenze.

In questo scontro, che si gioca a più livelli, l’Unione europea è schiacciata e la Sinistra non ha più voce in capitolo se non ritrova una alternativa visibile e credibile, a partire dalla difesa del diritto di asilo per i rifugiati politici. La stessa sinistra socialdemocratica che nei paesi scandinavi ha avuto il suo faro, verrà sotterrata da questa scelta infame che baratta la vita dei rifugiati politici curdi con l’entrata nella Nato. Come si fa ad accettare il ricatto di un dittatore come Erdogan e poi parlare di difesa dei valori democratici contro le dittature. Come si possa abbandonare il popolo curdo che ha combattuto in prima fila contro l’Isis indicato dall’Occidente per un lungo periodo come il Nemico numero Uno? Come si possa permettere che l’esercito turco entri in territorio siriano e massacri impunemente un popolo che vi abita da secoli? L’inviolabilità delle frontiere vale solo per l’Ucraina?

Non dimentichiamoci mai che il fascismo nasce in Italia con la rottura della «neutralità» del Partito socialista che Mussolini, da direttore dell’Avanti, ruppe abbracciando il movimento «interventista» nella Prima guerra mondiale. Chi oggi pensa che non ci siano alternative alla continuazione della guerra in Ucraina, e rivendica il ruolo dell’Italia in questa guerra, si pone in continuità con quella cultura.

COMMENTI

Ucraina, scenari esplosivi per il mondo. C’è solo l’alternativa della diplomazia

È escalation di guerra. La Nato, che s’allarga a spese dei curdi, indica il nuovo nemico: la Cina. L’Onu, che è azzerata, va richiamata a ruolo con una Conferenza di pace Helsinki 2

Gianfranco Pagliarulo *  05/07/2022

Al summit della Nato il prezzo dell’ingresso nell’Alleanza militare di Svezia e Finlandia è stato la testa dell’opposizione curda. D’altra parte Stoltenberg ha affermato che «nessun alleato ha sofferto più della Turchia a causa del terrorismo». Nulla di nuovo: nell’ottobre 2019, quando, approfittando del disimpegno americano, la Turchia invase il Kurdistan siriano, il segretario della Nato definì Erdogan come il portatore di «legittime preoccupazioni di sicurezza» alla faccia del sacrificio della milizia curda Ypg contro i tagliagole dell’Isis. Il punto è che Erdogan – a parere di Mario Draghi (8 aprile 2021) – è un dittatore.

D’altra parte l’Ungheria della «democrazia illiberale» e l’oscurantista Polonia sono membri della Nato. Per il nuovo documento-guida della Nato, il problema sono i regimi autoritari (esclusi quelli di Paesi della stessa Nato, evidentemente), la Russia è una «minaccia» – affermazione spiegabile a causa dell’aggressione all’Ucraina, ma foriera di ulteriori tensioni -, la Cina una «sfida ai nostri interessi, valori e sicurezza» (tesi che allarga la tensione su scala mondiale). Ne consegue una funzione «globale» dell’Alleanza atlantica, una interpretazione «estensiva» dell’articolo 5 e un gigantesco rafforzamento del suo apparato militare. Ovvia la reazione della Cina: è la Nato che è «una sfida sistemica alla pace e alla stabilità mondiale».

Non sfugge l’impressione che la vera sostanza della questione sia la difesa del primato dell’Occidente sul resto del mondo.
Tutto ciò è in diretta relazione col conflitto ucraino, dove è in corso una continua escalation: dai bombardamenti russi alle dichiarazioni incendiarie di Medvedev, all’intervista alla ministra degli Esteri britannica Liz Truss che sostiene che l’Ucraina attraverso il potenziamento dell’invio di armi «potrà riconquistare il Donbass, anzi tutto il Paese occupato dalla Russia» (e dunque anche la Crimea) e aggiunge persino che la Gran Bretagna è pronta a difendere l’integrità territoriale di Taiwan. Il tutto nella sostanziale assenza dell’Onu.

Grazie anche al riposizionamento della Nato la pentola a pressione si surriscalda e può esplodere da un momento all’altro. Cadono nel vuoto persino le parole del vecchio Henry Kissinger che invita alla moderazione.
In tutti i casi l’Europa sarà coinvolta in una ennesima e pesantissima crisi economica (peraltro già in corso) e l’Italia corre il rischio di esserne travolta: continua diminuzione delle previsioni di incremento del Pil, generalizzato aumento dei prezzi a cominciare dalle fonti di energia, diffusissima povertà (5 milioni e 600mila poveri nel 2021), tasso di inflazione giunto all’8%. L’aumento dei prezzi dell’energia, collegato alla diminuzione della produzione idroelettrica a causa della siccità, causerà uno shock a parte importante dell’industria. Il crescente malessere sociale si manifesta anche con l’irrefrenabile diserzione al voto e può esplodere nei prossimi mesi in forme e modi imprevedibili.

E se la guerra si espandesse, con il concreto pericolo nucleare? C’è una sola alternativa a questi foschi scenari: il negoziato. Essa richiede un nuovo protagonista: la diplomazia.
Sono questi i motivi per cui l’Anpi, l’Arci, il Movimento europeo, il direttore dell’Avvenire Marco Tarquinio (primi firmatari), hanno presentato un appello all’Unione Europea per il cessate il fuoco, l’avvio di una trattativa, l’invio di una forza di interposizione delle Nazioni Unite, l’istituzione di una Conferenza internazionale di pace (Helsinki 2), una nuova normativa per i profughi al fine di garantirne l’accoglienza indipendentemente dall’etnia, dal credo religioso, dal territorio di provenienza.

Abbiamo presentato l’appello nella sede romana del Parlamento Europeo, ci siamo incontrati con un rappresentante del governo italiano e ci incontreremo con il Cardinale Zuppi, Presidente della Cei, e con gli ambasciatori di Francia e Germania.
Daremo vita, su tutto il territorio nazionale, a iniziative a sostegno dell’appello, incluso il tradizionale appuntamento della «Pastasciutta antifascista» del 25 luglio. Dall’ultimatum alla proposta: vanno messe a valore le risorse del nostro Paese, in particolare il mondo dell’associazionismo laico e religioso, del movimento sindacale, del volontariato, della Rete della Pace e Disarmo che già sta virtuosamente operando.

Ogni giorno perso si conta in numero di morti. Conosciamo bene i media (e anche alcuni politici) che cercano di annichilire qualsiasi opinione diversa perseguendo la militarizzazione del dibattito pubblico negando la natura stessa di quegli ideali liberaldemocratici a cui dicono di ispirarsi: la libertà di opinione, la tolleranza e il rispetto (povero Bobbio!). Va contrastata questa deriva che indebolisce la natura stessa della democrazia costituzionale nel nostro Paese.

Sia pure in modo (molto) contraddittorio, Scholtz, Macron e lo stesso Draghi si sono fatti portatori di proposte di negoziato. A loro in primo luogo chiediamo di farsi portavoce nel concerto dell’Unione europea delle proposte che abbiamo avanzato nell’appello. In questo drammatico scenario le resistenze di Putin e poi quelle di Biden e Johnson vanno vinte con un’azione combinata delle diplomazie e di un’opinione pubblica che, silente ed inascoltata, nel nostro Paese continua nella sua maggioranza ad essere contraria all’escalation a cui stiamo assistendo. È’ ora di rovesciare il tavolo.

* Presidente nazionale dell’Anpi

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