FARÀ MOLTO CALDO ANCHE QUEST’INVERNO da 18BRUMAIOBLOG
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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FARÀ MOLTO CALDO ANCHE QUEST’INVERNO da 18BRUMAIOBLOG

Farà molto caldo anche quest’inverno

Olympe de Gouges  4 luglio 2022

Siamo ai piedi della Madonna e preghiamo che il razionamento di gas e altro, quando arriverà, sia il meno impattante possibile.

Do un esempio pratico di che cosa già succede oggi e in prospettiva che cosa potrà accadere in autunno: il pellet, un materiale legnoso che serve ad alimentare le stufe e col quale si scaldano circa 2,5 milioni di famiglie (siamo il principale consumatore al mondo), è passato in otto mesi da 4,50 euro a circa 8 euro il sacco (15 kg.), e tende ancora a salire.

Per produrre pellet non basta il legno, ci vuole la giusta quantità di energia elettrica, cui segue l’aumento della plastica da imballaggio e il prezzo dei carburanti per il trasporto. Siamo anche in questo caso al cane che si morde la coda.

Con la legge di stabilità 2015 (legge 23 dicembre 2014, n. 190) è stato introdotto l’aumento dell’aliquota Iva sul pellet che è passata dal 10% al 22%. Chi c’era al governo allora non lo ricordo più, ma sicuramente gente che non usa il pellet per scaldarsi. Gente come quella che scalda i banchi del parlamento oggi e li scalderà domani.

Nel frattempo continuiamo a fare bau-bau alla Russia perché noi siamo democratici e dunque dalla parte dei signori della guerra di Washington e di Kiev. Signori della guerra perché quelli di Washington la guerra l’hanno cercata e quelli di Kiev è dal 2014 che la vogliono “vincere”.

Poi da noi ci sono quelli dei primi banchi, i Pierini, quelli che sostengono che la “Germania sta vivendo la durissima punizione di un appeasement fatale verso Mosca, frutto anche dell’azione di una lobby domestica che per anni ha dirottato la politica estera”. Sono quelli del senno di poi, quelli che dimenticano che è grazie agli idrocarburi russi a buon mercato che la Germania è diventata ed è la potenza economica che conosciamo.

Sono ovviamente gli stessi che dimenticano che anche l’Italia, nel suo piccolo, ha seguito la stessa strada della Germania, anzi è stata addirittura un’apripista già dagli anni Sessanta (motivo che costò anche la vita a un noto personaggio d’allora) e poi ancor di più in seguito alla famosa “crisi petrolifera”.

Insomma, il gas lo compro dove costa meno e ho meno noie, o no? Salvo poi crearceli con le nostre mani i problemi.

L’ironia è totale: è stato l’ecologista Robert Habeck, ministro dell’Economia e del Clima – questo è il suo titolo – ad annunciare ai tedeschi il passaggio al livello due, su tre, del piano nazionale emergenza gas, comportando in particolare una più sostenuta attività delle centrali a carbone, il peggior modo possibile di produrre energia.

La crisi del gas russo, che non è nulla in confronto alla portata dei cambiamenti che richiederebbe una transizione ecologica completa verso fonti energetiche completamente rinnovabili, ci dice quanto costa essere totalmente subalterni agli Stati Uniti e alla loro politica di potenza.

Lo spettro della recessione è incombente, le industrie e l’agricoltura dovranno, a motivo dei costi e del probabile razionamento dell’energia, produrre meno. Il prossimo inverno nelle case farà freddo e il clima sociale diventerà molto caldo.

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