EMERGENCY IN AFGHANISTAN: TALEBANI ANNO SECONDO da IL MANIFESTO e MICROMEGA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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EMERGENCY IN AFGHANISTAN: TALEBANI ANNO SECONDO da IL MANIFESTO e MICROMEGA

Emergency in Afghanistan, nell’anno secondo dal ritorno dei talebani

INCONTRO. Stefano Sozza, direttore del programma di Emergency in Afghanistan, intervistato questa volta a distanza, fa il punto sulla situazione nel paese mediorientale

Laura Salvinelli  19/08/2023

«In Afghanistan c’è stata una guerra provocata da un’invasione e un’occupazione durata 20 anni. Per portare la democrazia si è lacerato e distrutto, per poi andarsene in quattro e quattr’otto chiudendo il rubinetto dei fondi di un Paese flagellato anche per la nostra presenza. È motivo per rimanere con ancora più attenzione e cercare di allentare i nodi di una matassa aggrovigliata anche da noi, invece di voltare le spalle e dire ’sono problemi vostri’ in modo del tutto irresponsabile. L’imperativo umanitario impone di scegliere da che parte stare».
A parlare del secondo anno talebano da Kabul è Stefano Sozza, direttore del programma di Emergency in Afghanistan, intervistato questa volta a distanza.

Fra le promesse mancate sui diritti umani da parte dei talebani, e le promesse mancate sugli aiuti da parte dell’Occidente, gli afgani sono costretti alla totale indigenza. Quali sono i dati più affidabili e aggiornati su quella che il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito la «crisi umanitaria più grave del mondo»?
Le fonti che usiamo come riferimento sono quelle delle Nazioni Unite. Nell’incontro internazionale organizzato dall’ONU a Doha a maggio si parlava di 6 milioni di afgani a un passo dalla carestia, del 97% della popolazione sotto la soglia della povertà, e di circa 28 milioni cioè 2/3 del totale bisognosi di assistenza umanitaria. Peraltro, questi dati stanno peggiorando velocemente: secondo l’Humanitarian Response Plan se a gennaio erano 28,3 milioni i bisognosi di assistenza umanitaria, a giugno erano mezzo milione in più. Questa gravissima crisi ha varie cause che si intrecciano fra loro: metà della popolazione è esclusa dall’istruzione e dal lavoro, l’inflazione continua a aumentare, la disoccupazione è altissima, la popolazione è sempre più povera, il sistema pubblico nazionale è quasi collassato, alcuni gruppi etnici sono a forte rischio di discriminazione, repressione e violenza. Si stima che ci saranno 7 milioni e mezzo di persone senza accesso al sistema sanitario di base e salvavita se i finanziamenti internazionali, che rappresentavano il 75% della spesa pubblica e il mantenimento del sistema sanitario, non verranno ripristinati come prima del 15 agosto 2021.

Inoltre, l’Afghanistan è uno dei Paesi più minati al mondo: da noi continuano ad arrivare pazienti che hanno calpestato o hanno giocato con mine o ordigni improvvisati che sono esplosi, persone che muoiono o rimangono invalide diventando un peso per le loro famiglie. In quanto agli attacchi jihadisti – mentre nel 2022 abbiamo ricevuto più di 380 pazienti a seguito di 29 esplosioni e/o attacchi armati e l’anno è iniziato male con l’arrivo di 47 vittime del grande attentato al Ministero degli affari esteri – da fine marzo, lo dico facendo gli scongiuri, sono finiti.

Nonostante le promesse dell’accordo di Doha (il trattato di pace fra i talebani e gli USA del 2020) gli studenti coranici hanno emesso una serie di editti e decreti liberticidi, in particolare contro le donne. Le hanno bandite dalla vita pubblica: dal lavoro, tranne poche eccezioni, dagli spazi pubblici, parchi, palestre e piscine, dai programmi televisivi e soprattutto, le uniche al mondo, dall’istruzione secondaria e superiore, in alcune province da oltre la terza classe della primaria. Il «rapporteur» delle Nazioni Unite sui diritti umani ha chiesto alla Corte penale internazionale se non sia in corso un crimine di persecuzione di genere. Quanta preoccupazione e quante proteste effettivi ci sono per questi divieti?

La preoccupazione è totale in quanto trasversale a tutta la società. La guerra contro le donne è contro tutta la popolazione ed è insostenibile. Il divieto dell’istruzione è quello che preoccupa di più, perché priva il Paese del suo futuro, a maggior ragione perché qui solo le donne possono essere in contatto con le donne. Chi curerà le pazienti quando non ci saranno più dottoresse? Il nostro capoinfermiere Zabi ha comprato una lavagna e i gessetti e incaricato la figlia più grande di insegnare alla più piccola. Quando è a casa le interroga e se sono brave le premia. Le coraggiosissime donne che scendono in piazza vengono disperse, bastonate, incarcerate e messe a tacere. Proteste più grandi non si possono fare, perché vige un controllo forte e capillare. Ma c’è una grossa zona grigia fra i divieti, che vengono dalla guida suprema, lo sceicco Hibatullah Akhundzada, e la loro implementazione, che dipende da chi governa effettivamente sul territorio. La questione delle donne è fondamentale perché è sulla relazione fra le fazioni dei talebani kandahari, più ortodossi, e degli Haqqani, più moderati, che si gioca la stabilità del Paese e il suo riconoscimento da parte della comunità internazionale. Ed è solo da quella relazione che potrebbe riaccendersi un conflitto, ora che la resistenza del Nord è ferma, l’ISIS-K non destabilizza più come prima e le opposizioni sono inesistenti.

Circa 10 miliardi di dollari della Banca Centrale Afgana sono bloccati nelle banche occidentali. Il congelamento dei fondi e le sanzioni contro un governo non riconosciuto dalla comunità internazionale aggravano una popolazione già stremata da 40 anni di conflitti e che ora muore di freddo e di fame o perché non può curarsi. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, lo scorso anno su più di 270.000 afgani rifugiati nei Paesi confinanti bisognosi di protezione permanente, l’Unione Europea ne ha accolti 271: lo 0,1%. Credi sia giusto ricordare anche le responsabilità e le promesse non mantenute dell’Occidente?
Assolutamente sì. Come si fa ad abbandonare a sé stesso un Paese che si è occupato per 20 anni non per portare democrazia ma per i propri interessi, e arrivare a bloccare le sue rimesse nelle proprie banche? Come ci si può dimenticare di migliaia di persone che hanno lavorato per governi che con un colpo di coda, in modo rocambolesco, hanno imbarcato il numero massimo di persone, e sono partiti con i disperati aggrappati fuori dagli aerei, lasciando a terra tutti gli altri? Per di più, molto probabilmente dall’anno prossimo c’è il rischio che l’Afghanistan non verrà più considerato un’emergenza prioritaria e riceverà ancora meno fondi. Purtroppo questo Paese per ottenere attenzione deve essere in guerra. Mentre è proprio adesso, con più sicurezza e meno corruzione, che bisognerebbe pianificare e assistere, perché in guerra non si può far altro che tamponare, salvare più vite possibili, dare cibo e coperte e un riparo a chi non li ha. Per noi che siamo qui dal 1999 il voltare le spalle e la sua rivendita non veritiera ai media tranne eccezioni, l’abbandono che si traduce nei flussi migratori e la mancata accoglienza sono da una parte molto deprimenti, dall’altra ci spingono a restare e fare meglio il nostro lavoro.

In questa situazione i vostri ospedali sono ancora più necessari. Come riuscite a tenerli aperti, soprattutto la maternità, completamente gestita da donne?
In questi 24 anni ci siamo guadagnati il rispetto dovuto all’aver sempre lavorato bene e gratis per tutti. Abbiamo portato avanti l’idea di Gino Strada in un contesto che muta velocemente senza scardinarla, e questo gli afgani lo sanno bene, perché tutti hanno un amico o un parente che è stato curato da noi. La maternità va avanti perché, anche se in modo non formalizzato, per ora il Ministero della salute pubblica ha escluso le donne che lavorano nel suo settore dalle restrizioni. La nostra linea è di impiegarne il più possibile. Mantenere operativi 3 grossi ospedali e 42 cliniche, dare il lavoro a più di 1.700 persone, alla luce della riduzione o sospensione dei fondi è preoccupante, ma ci stiamo adoperando per riuscire a coprire queste spese anche per i prossimi anni. È un dovere che abbiamo non solo per i nostri pazienti, ma anche per il nostro staff che ha un reddito in un momento in cui c’è un’altissima disoccupazione e che non vogliamo lasciare per strada.

Emergency è in Afghanistan dal 1999 quando, all’epoca della guerra tra l’Alleanza del Nord comandata da Ahmad Shah Massoud e i talebani, trasformò una caserma del Panshir, la Valle dei mujaheddin, nel suo primo Centro chirurgico per vittime civili di guerra.

Gestisce 3 Centri chirurgici, una maternità che assiste 600 parti al mese, 42 Posti di primo soccorso sparsi in 11 province, di cui 6 nelle prigioni. Ha curato più di 8 milioni e mezzo di pazienti. Ha formato nuovi medici e personale sanitario e al momento dà lavoro a più di 1.700 afgane e afgani. Come diceva sempre Gino Strada, «si tratta di scegliere da che parte stare».

Domenico Gallo 19 Agosto 2021

  • Dal 15 agosto la bandiera dei Talebani sventola sul pennone del palazzo presidenziale di Kabul. In una sola settimana le istituzioni politiche e militari dello Stato fantoccio, messo su dagli americani e sostenuto dalla NATO, si sono squagliate come neve al sole. Un esercito di 300.000 uomini, dotato di armi ed equipaggiamenti moderni si è arreso agli insorti senza colpo ferire. A ben vedere è stato meglio così perché ciò che era inevitabile, il cambio di regime, è avvenuto senza ulteriore spargimento di sangue.

Come in tutte le guerre l’epilogo della sconfitta è la fuga. Migliaia di persone sono accorse all’aeroporto di Kabul per cercare la salvezza attraverso l’unica via di fuga possibile, abbordando gli aerei pronti al decollo. Siamo rimasti emozionati dalle immagini dell’assalto di folle di disperati ai velivoli che rollavano sulla pista o dalla drammatica scelta delle madri di gettare i loro bimbi al di là del filo spinato che recinge l’aeroporto. È stata ricordata la fuga degli americani da Saigon con gli elicotteri, ma il paragone più calzante probabilmente è quello con i soldati tedeschi disperati che cercavano di fuggire da Stalingrado inseguendo sul campo di volo gli aerei mandati a prelevare i feriti.

Le emozioni hanno colto nel profondo, si sono susseguiti gli appelli per accogliere i profughi e, in particolare, salvare le donne afgane che si sono più esposte nello spazio pubblico e che rischiano la vita dal ritorno al potere dei talebani, sebbene i nuovi vincitori si sono presentati al mondo, nella loro prima conferenza stampa con un volto moderato, promettendo che non ci sarebbero state vendette. In questo contesto si è sviluppato un dibattito paradossale nei media e nelle forze politiche in cui tutti si dolgono delle modalità del ritiro delle truppe americane e della NATO, ma nessuno mette in discussione quelle scelte che hanno portato al disastro umano, economico e sociale di una guerra durata venti anni, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

L’unico che non si è meravigliato di quanto stava succedendo è stato Gino Strada, profondo conoscitore di quella realtà perché presente con Emergency in Afghanistan da oltre 20 anni. Nella sua ultima intervista concessa il giorno prima della sua morte (La Stampa, 13/08/2021), Strada parla senza peli sulla lingua: “La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali. Il Consiglio di Sicurezza – unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza – era intervenuto il giorno dopo l’attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato”. Gino Strada aveva perfettamente ragione, non è possibile capire la fine di un conflitto se non si parte dall’inizio e dalle cause che l’hanno generato.

Oggi nessuno ricorda che dopo l’11 settembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU intervenne con tempestività per tutelare la sicurezza internazionale a fronte della minaccia terroristica. In particolare, con la risoluzione n. 1373, il Consiglio di Sicurezza adottò una serie di stringenti misure volte a prevenire e a stroncare il terrorismo, prevedendo – fra l’altro – il congelamento dei fondi e di ogni risorsa economica che potesse essere usata dai terroristi e l’obbligo di tutti gli Stati di cooperare e scambiarsi le informazioni necessarie e utili per la repressione del terrorismo. Pertanto l’attacco portato dagli Stati Uniti contro l’Afghanistan a partire dal 7 ottobre 2001 non poteva avere alcuna giustificazione in termini di esercizio del diritto di legittima difesa, essendo il contrasto al terrorismo un mero pretesto che celava altri obiettivi.

Accecati dal servilismo verso gli USA e spinti dalla NATO i Paesi europei sono intervenuti nel conflitto, calpestando le loro tradizioni costituzionali e senza chiedersi dove stavano andando. Il 7 novembre 2001 il Parlamento approvò la partecipazione italiana alla guerra con una mozione unitaria di maggioranza e opposizione. Votarono contro soltanto le ristrette pattuglie dei Verdi, dei Comunisti italiani e di Rifondazione. Non tutti furono d’accordo, sabato 10 novembre a Roma ci fu una manifestazione spontanea con la partecipazione di circa 100.000 persone che si opponevano alla guerra. Nell’occasione scrissi su Adista: “Il 7 novembre del 2001, con il voto del Parlamento che ha sancito la partecipazione del nostro paese alla guerra in corso nell’Afghanistan, l’Italia è stata calata nelle tenebre di un conflitto sanguinoso del quale non si intravede alcuno sbocco. La guerra non è solo la notte della politica, è anche la notte della democrazia”. In questo tempo triste purtroppo è facile essere profeti di sventura.

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