È ORMAI SU SCALA MONDIALE L’ATTACCO ALLE ONG da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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È ORMAI SU SCALA MONDIALE L’ATTACCO ALLE ONG da IL MANIFESTO

È ormai su scala mondiale l’attacco alle Organizzazioni non governative

OPINIONI. Contro le Ong una dichiarazione di guerra di «democrature» e governi neo-dittatoriali. E in Italia l’assalto alle navi di soccorso è il segno di una grave deriva autoritaria

Tonino Perna  24/01/2023

L’attacco sistematico, cinico, da parte del governo Meloni alle Ong che si occupano di salvare i migranti nel mar Mediterraneo, è paragonabile ad un divieto di soccorso su un’autostrada a persone coinvolte in incidenti stradali. Se ci fosse un tale divieto, se in nome della «sicurezza» ci fosse impedito di fermare la nostra auto e scendere per prestare aiuto, riterremmo queste disposizioni di legge come un crimine. A maggior ragione, per i numeri coinvolti, questo boicottaggio delle Ong nell’opera di soccorso in mare è una dichiarazione di guerra.

E non è un fatto isolato, la strategia politica di un governo dove è forte la componente neofascista. Questo attacco è stato preceduto dal governo Gentiloni di centro-sinistra che ha affidato al ministro Minniti il compito di controllare le Ong, di mettere una serie di vincoli nei loro spostamenti e nelle operazioni di soccorso. Una mossa astuta e subdola che partì dalla richiesta di sottoscrivere delle regole a cui attenersi che consentissero un controllo di queste navi «anarchiche» che si permettevano di soccorrere in mare ad libitum chi stava annegando, e magari organizzavano loro i viaggi della speranza dei migranti dalla costa libica. Una accusa infamante.

D’altra parte, un anno dopo partiva l’attacco a Mimmo Lucano a Riace, con una ispezione ad hoc richiesta dal Ministero dell’Interno, inaugurando la criminalizzazione di questa esperienza di solidarietà e l’assurda condanna di Lucano a tredici anni di galera. Insomma, in Italia centro-sinistra e destra non si sono di molto differenziati nella persecuzione delle Ong, così come non lo sono sulla corsa agli armamenti e la partecipazione, di fatto, a questa guerra in atto in Ucraina. Purtroppo, questo è avvenuto anche a livello internazionale.

Nel 1992 l’Eritrea usciva da una sanguinosa guerra per l’Indipendenza guidata da Isaias Afewerki, leader del Fronte di Liberazione del Popolo Eritreo. Chi scrive ha avuto la fortuna di vivere quei momenti, la felicità di un popolo che usciva da un tunnel di violenze e privazioni che ogni guerra provoca, la libertà e l’indipendenza finalmente conquistate. Diverse Ong italiane ed europee dettero il loro contributo per la rinascita di questo splendido paese. Una di queste, il Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione, costruì a Keren un intero ospedale e inviò un equipe di medici chirurgici plastici per recuperare in qualche modo i volti e le braccia delle persone colpite dal naphalm, formando una vera e propria scuola di chirurgia plastica per gli aspiranti medici locali. Una delle tante iniziative di cooperazione popolare di cui poco si conosce.

Tutto andò bene per i primi anni finché Afewerki non cominciò a espellere una Ong dopo l’altra, iniziando da quelle che si occupavano di diritti umani. Alla fine degli anni ’90 non era rimasta nessuna Ong internazionale in Eritrea, e il paese è precipitato in uno stato di terrore e miseria peggiore di quella che aveva vissuto sotto Menghistu.

Ancora di più in Nicaragua, dopo la cacciata del dittatore Somoza nel 1979 , accorsero volontari e cooperanti delle Ong da tutto l’Occidente per sostenere il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale. Quella che fu definita «la rivoluzione dei poeti» attirò le simpatie di una intera generazione di sinistra in Europa e Nord-America per tutti gli anni ’80 del secolo scorso. Nessuno poteva immaginare che uno dei leader del movimento rivoluzionario, Daniel Ortega, si trasformasse in un dittatore che fa sparare su studenti e lavoratori e che ha cacciato tutte le Ong che da più di vent’anni lavoravano per lo sviluppo del paese, dalla scuola alla sanità, dall’agricoltura al sostegno alle attività artistiche e culturali.

La guerra alle Ong è chiaramente un fatto scontato per tutte le dittature, che colpiscono anche le strutture sanitarie, come quelle di Emergency, MSF, ecc, che sono indispensabili alle popolazioni locali. Ma, anche nelle «democrature», come in Ungheria, in Turchia o nell’Egitto del golpista Al-Sisi le Ong sono perseguitate, e sono tollerate solo quelle che portano investimenti per l’economia, ma rimangono silenti sul piano dei diritti civili, sociali e politici.

Adesso, se anche un paese democratico come è ancora l’Italia, si è avviato su questa strada c’è da preoccuparsi seriamente. E dovrebbero preoccuparsi e agire anche le cosiddette Ong di cooperazione allo sviluppo, che sbagliano se pensano che loro resteranno fuori da questa strategia. Così come è sbagliato sottovalutare questa guerra alle navi di soccorso delle Ong : è solo la punta di un iceberg, uno dei segnali della deriva autoritaria del capitalismo neoliberista che si manifesta sempre più chiaramente in tutto il mondo.

Missione in Tunisia per fermare i migranti

TAJANI E PIANTEDOSI IN NORDAFRICA. Charles Michel: «Al vertice di febbraio lavorare agli accordi con i Paesi terzi»

Carlo Lania, ROMA  24/01/2023

E’ una promessa che guarda ai prossimi mesi, sperando che la Tunisia riesca nel frattempo almeno a rallentare il numero di migranti che attraversano il Mediterraneo diretti in Italia. «Per il decreto flussi futuro, e anche già in quello autorizzato a dicembre dal consiglio dei ministri, stiamo lavorando a delle quote premio per i Paesi che fanno accordi con l’Italia per riprendere il maggior numero di immigrati irregolari», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani da Tunisi dove si è recato ieri con il collega dell’Interno Matteo Piantedosi per parlare di immigrazione e cooperazione con la Tunisia.

Nel Paese nordafricano, scosso da una forte crisi economica e politica, i due esponenti del governo hanno incontrato i rispettivi omologhi e il presidente Kais Saied, con il quale hanno concordato sulla necessità di avviare politiche che, ha proseguito Tajani, «servano a combattere la povertà, il terrorismo, il cambiamento climatico, le malattie».

La missione di ieri fa parte delle iniziative con cui il governo Meloni spera di convincere i Paesi di origine e di transito dei migranti a una più attiva collaborazione nelle operazioni di contrasto delle partenze in cambio di un numero maggiore di ingressi legali in Italia attraverso strumenti come appunto il decreto flussi. Missione che è stata preceduta da un viaggio che i due ministri, questa volta separatamente, hanno fatto la scorsa settimana ad Ankara per parlare con esponenti del governo turco, oltre che di immigrazione, anche della situazione in Libia. Per l’Italia quanto accade sull’altra sponda del Mediterraneo è fondamentale sia per quanto riguarda il dossier migranti che per la difesa degli interessi energetici nazionali, motivo per cui il vicepremier Tajani prova a ritagliare per il nostro Paese un ruolo da mediatore tra la Turchia e l’Egitto, destinazione quest’ultimo del prossimo viaggio in programma.

Va detto che, per quanto riguarda i migranti, siamo ancora nella fase delle buone intenzioni che rischiano però di rimanere tali come dimostrano analoghi tentativi fatti in passato dai precedenti governi. E questo anche se la «dimensione esterna delle migrazioni», come viene definita la necessità di arrivare al maggior numero di accordi bilaterali con gli Stati da cui partono i migranti, è l’unico punto su cui l’Unione europea sembra essere davvero d’accordo. Indirettamente, lo ha ricordato ieri anche il presidente del Consiglio europeo Charles Michel parlando del vertice in programma per il 9 e 10 febbraio. «Le cifre sono note – ha spiegato -: nel 2022 c’è stata una crescita sostanziale degli arrivi illegali sul suolo dell’Ue. Ciò significa che dovremo impegnarci per partenariati con i Paesi terzi, il rafforzamento delle capacità di controllare le frontiere esterne dell’Ue e facendo progressi sul Patto sulla migrazione».

Per l’Italia il vertice del prossimo mese si annuncia tutto in salita, anche dopo la telefonata con il presidente francese Macron con cui martedì Giorgia Meloni ha provato a ricucire i rapporti con la Francia entrati in crisi con la vicenda della nave Ocean Viking. La premier preme da tempo per un meccanismo che obblighi i 27 ad assumersi la responsabilità di quanti arrivano attraverso il Mediterraneo, alleggerendo così la situazione dei Paesi costieri. Ma sul punto ha trovato finora solo il sostegno scontato di Malta, Cipro, Grecia e Spagna.

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