È GIUSTIZIA PER MIMMO LUCANO! da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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È GIUSTIZIA PER MIMMO LUCANO! da IL MANIFESTO e IL FATTO

È giustizia per Mimmo Lucano, ribaltata la prima sentenza

PROCESSO XENIA. Condannato solo per abuso d’ufficio, per una determina sindacale, a un anno e sei mesi. In molte città italiane ed europee iniziative di solidarietà all’ex sindaco di Riace

Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, REGGIO CALABRIA  12/10/2023

Allora non era un “delinquente”. Quel che era chiaro a tutti, specie alle migliaia di attivisti sparsi per l’Europa sempre al suo fianco, nei giorni felici e in quelli cupi, ora lo è anche nelle aule dei tribunali. C’è un giudice a Reggio. L’umanità e la solidarietà alla sbarra possono uscire dalla prigione delle idee, dove le avevano rinchiuse, e tornare a respirare.

L’odissea giudiziaria di Mimmo Lucano termina alle 17:13. La corte conclude la lunga camera di consiglio ed esce per deliberare. L’aula al piano terra dello storico palazzo di Piazza Castello, davanti all’antico maniero aragonese, è stracolma di compagni, di militanti giunti da ogni parte della regione. Il principale imputato del processo Xenia non c’è. Ha preferito disertare l’udienza conclusiva, quella delle eventuali repliche della procura generale e della sentenza. Mimmo Lucano è rimasto a Riace mentre i giudici della seconda sezione della Corte di Appello reggina decidevano del suo futuro. I togati, presieduti da Elisabetta Palumbo, sono entrati in camera di consiglio alle 9:40 dopo che i sostituti pg Adriana Fimiani e Antonio Giuttari avevano deciso di non replicare alle arringhe dei difensori di Lucano, Giuliano Pisapia e Andrea Daqua. Il verdetto è un trionfo. La sentenza di primo grado è ribaltata. L’ex sindaco di Riace è condannato ad appena un anno e sei mesi di reclusione per un reato bagatellare amministrativo (abuso d’ufficio per la determina sindacale del 5 settembre del 2017) con pena sospesa.

CROLLANO COSÌ LE ACCUSE contestategli in primo grado per le quali è stato ritenuto non colpevole: associazione per delinquere, truffa, peculato, falso. La Corte ha altresì assolto tutti gli altri 17 imputati. L’impianto accusatorio è stato dunque demolito. A Riace non c’era un sistema criminale né si faceva business sull’accoglienza. È un successo della difesa e un giusto riconoscimento a un uomo il cui disinteresse personale e la cui probità morale hanno sempre costituito la bussola della propria esistenza.

Momenti di commozione, applausi, pugni chiusi e slogan liberatori alla lettura del dispositivo. «Deve essere chiaro a tutti che questo incubo giudiziario che per anni ha rovinato la vita di Lucano ed ha rischiato di cancellare definitivamente il “modello Riace” è stato con molta probabilità il risultato di una inchiesta costruita ad hoc, fortemente voluta dai rappresentanti politici della destra- spiega Filippo Sestito dell’Arci – Noi lo abbiamo sempre saputo e per questo Mimmo non è mai stato solo in questi terribili anni, accompagnato da chi ha creduto e crede nel valore dell’umanità».

SI È RESPIRATA un’atmosfera di grande sollievo fuori dal tribunale. La corte d’appello non ha fatto che confermare quel che tutti affermavano a gran voce: accogliere uomini, donne e bambini migranti non è reato. Euforico ovviamente il team legale che ha accompagnato Lucano in questi anni. «Finalmente giustizia è fatta. È un passo in avanti per Mimmo, ma in generale lo è anche per tutto il sistema giudiziario di questo Paese. La sentenza d’appello dimostra ormai concretamente, in maniera insuperabile, che Lucano non ha mai fatto niente per se stesso, bensì ha agito per gli altri, per i più deboli», dichiara l’avvocato Giuliano Pisapia al manifesto.

«È stato distrutto l’impianto accusatorio. Il dispositivo smonta la sentenza di primo grado. Avevamo ragione sia noi che i milioni di persone convinte dell’innocenza dei nostri assistiti: non c’era nulla di tutto quello che l’accusa aveva ipotizzato», spiega Gianmichele Bosco, difensore di Gianfranco Musuraca, uno degli imputati. Emozionato anche Lorenzo Trucco, avvocato di Tesfahun Lem Lem: «Sono stati tutti assolti, completamente. Smontato il teorema!».

LA MOBILITAZIONE per la libertà di Mimmo Lucano non si è mai fermata. Negli ultimi giorni, sit-in e presidi solidali si sono svolti a Napoli, Milano, Bologna e Roma. A Salerno il Forum Antirazzista, la Rete dei Giovani per Salerno, l’associazione Cinema e Diritti e il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli hanno dato vita a una manifestazione di appoggio alla Riace di Lucano, in continuità con lo sciopero della fame per la giustizia, proclamato da padre Alex Zanotelli.

Tante le iniziative anche in altre città europee. A Parigi numerosi manifestanti hanno riposto all’appello «Difendiamo un’accoglienza umanistica dei profughi. Libertà per Mimmo Lucano», i cui primi firmatari sono i sindaci René Revol, della LFI di Grabels, Michael Delafosse di Montpellier, Firenze Brau di Prades e Veronique Negret, prima cittadina di Villeuneuve lès Maguelone.

E adesso tutti pronti a rimboccarsi le maniche. Bisogna riedificare il Villaggio Globale di Riace. Che non è mai crollato, ha resistito agli assalti della destra. E promette di tornare a vibrare di umanità nuova.

A Lucano 18 mesi in appello, fra reati caduti e prescritti

PENA MOLTO RIDOTTA – Nel 2021. In 1º grado condanna a 13 anni e 2 mesi

 LUCIO MUSOLINO  12 OTTOBRE 2023

“Mimmo, Mimmo”. Dopo la lettura del dispositivo da parte del giudice Elisabetta Palumbo, nell’aula della Corte d’appello di Reggio Calabria, ieri è partito un coro per l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, principale imputato e grande assente del processo “Xenia”, nato da un’inchiesta della Finanza sulla gestione dei progetti di accoglienza dei migranti. Un centinaio di persone hanno intonato pure Bella ciao, con le lacrime agli occhi per una sentenza che ha demolito i 13 anni e 2 mesi inflitti in primo grado, nel settembre 2021, dal Tribunale di Locri secondo cui c’era stata “un’azione illecita di accaparramento delle risorse pubbliche”.

In realtà, come sostenuto dagli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Pisapia, non c’era quasi nulla del castello accusatorio messo in piedi dalla Procura di Locri. Piuttosto Mimmo “u Curdi” è stato sottoposto a “un accanimento non terapeutico”. Che sembra finito: se gli altri 17 imputati sono stati tutti assolti, infatti, solo Lucano è stato condannato a un anno e mezzo di reclusione con pena sospesa. “Una stupidaggine” per Pisapia, mentre per Daqua “gli errori e le valutazioni scorrette erano evidenti. La Corte d’appello ha saputo prenderne atto”. Lo ha fatto anche dopo che la Procura generale aveva chiesto solo una rideterminazione della pena: 10 anni e 5 mesi carcere per associazione a delinquere, numerosi abusi d’ufficio, truffa aggravata, diversi falsi e peculato.

Per la Corte d’appello ha retto solo un falso relativo una delle 57 delibere contestate dall’accusa in uno solo dei 19 capi di imputazione addebitati a Mimmo Lucano. Come chiesto dall’accusa, è stata dichiarata la prescrizione per un abuso d’ufficio e per un falso. Inoltre, i giudici di secondo grado hanno disposto il “non doversi procedere per difetto di querela” per una presunta truffa contestata a Lucano nella qualità di “presidente di fatto dell’associazione ‘Città Futura’”. In realtà l’accusa era collegata a quella di associazione a delinquere da cui Lucano è stato assolto perché “il fatto non sussiste”. Non aveva, infatti, alcun ruolo in Città Futura: non essendoci la querela, i giudici non hanno potuto fare altro che astenersi dal trattare la vicenda mentre lo hanno assolto dalle altre otto contestazioni di truffa contenute nello stesso capo di imputazione.

Per il resto, a cinque anni dal blitz della Guardia di finanza, rimane solo il calvario per l’ex sindaco di Riace finito prima ai domiciliari, il 2 ottobre 2018, e poi a un lungo periodo di esilio, durato un anno. Al centro delle indagini c’era la gestione del denaro pubblico ma l’inchiesta ha distrutto anche il “modello Riace”, riconosciuto in tutto il mondo come esempio di accoglienza dei migrati.

Secondo i pm di Locri, l’ex sindaco sarebbe stato il promotore di un’associazione a delinquere che aveva lo scopo di commettere “un numero indeterminato di delitti (contro la Pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio), così orientando l’esercizio della funzione pubblica del ministero dell’Interno e della prefettura di Reggio Calabria, preposti alla gestione dell’accoglienza dei rifugiati nell’ambito dei progetti Sprar, Cas e Msna e per l’affidamento dei servizi da espletare nell’ambito del Comune di Riace”.

I primi dubbi erano emersi dalle parole del gip Domenico Di Croce che, pur arrestandolo, aveva sottolineato “la vaghezza e la genericità del capo di imputazione”. In sede cautelare, inoltre, la Cassazione nell’aprile 2019, aveva annullato l’arresto perché l’accusa poggiava “sulle incerte basi di un quadro di riferimento fattuale sfornito di significativi e precisi elementi”. Per non parlare del Riesame che 4 anni fa aveva bollato come “inconsistente” il quadro indiziario messo in piedi dalla Procura di Locri che, per bocca del procuratore Luigi D’Alessio, in un’intervista su Repubblica, due giorni dopo l’arresto aveva parlato di “2 milioni spariti” e utilizzati da Lucano per “fini personali”.

In due anni di indagini più 4 anni di processo (tra il primo e il secondo grado), neanche un euro di soldi pubblici è stato trovato in tasca a Mimmo Lucano che ha atteso la sentenza nella sua Riace: “È la fine di un incubo – ha commentato – Sono stato attaccato, denigrato e accusato, anche a livello politico e non solo, quindi, giudiziario, per distruggere il ‘modello Riace’”.

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