DOPO L’ATTACCO DI HAMAS, VERSO UN NUOVO EQUILIBRIO DEL TERRORE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DOPO L’ATTACCO DI HAMAS, VERSO UN NUOVO EQUILIBRIO DEL TERRORE da IL MANIFESTO

Dopo l’attacco di Hamas, verso un nuovo equilibrio del terrore

SCENARI. Un sintomo inquietante è la tendenza diffusa a registrare questo attacco come crimine di guerra, equiparando la milizia islamista a un surrogato dell’autorità statale

Massimo De Carolis  14/10/2023

Da tempo l’ordine politico globale riserva al terrore un ruolo di primo piano. Almeno in superficie, però, il riferimento al terrore ha mutato drasticamente segno nel passaggio dal Ventesimo al Ventunesimo secolo. Schematicamente, si è passati dall’equilibrio del terrore, che aveva dominato lo scenario della Guerra fredda, alla guerra globale al terrorismo inaugurata dalla reazione americana all’11 settembre.

Sono vicende lontane, in apparenza. Eppure, riportare alla mente uno sfondo così remoto può aiutarci a cogliere i significati più profondi della crisi attuale in Israele e Palestina, perché gli eventi innescati dall’attacco omicida dei miliziani di Hamas presentano, per la prima volta in modo nitido, una sorprendente mescolanza tra le due facce del terrore che ci erano già note.
Annunciano forse, perciò, un genere nuovo e molto più distruttivo di equilibrio del terrore, al quale dovremo imparare a reagire con strumenti diversi dal passato, per non rischiare di esserne sopraffatti.

COME SI RICORDERÀ, la formula dell’«equilibrio del terrore» fu coniata per descrivere la paradossale stasi indotta dagli armamenti atomici, che costringevano le due superpotenze a evitare uno scontro diretto, destinato a sfociare in una catastrofe planetaria.

La minaccia nucleare imponeva insomma una specie di cooperazione fra i due fronti, rafforzando le politiche di deterrenza. Il terrore fungeva così non solo da collante dell’ordine globale, ma anche da solido criterio di legittimazione del potere. Si tendeva a supporre, infatti, che solo un fedele allineamento all’uno o all’altro campo potesse davvero proteggere dalla minaccia atomica. La minaccia teneva quindi in riga oppositori e alleati recalcitranti, perpetuando lo status quo, pur restando qualcosa di virtuale: un’angosciosa possibilità destinata a non realizzarsi, finché si rimaneva sotto l’ombrello del potere costituito.

Nel terrorismo degli ultimi decenni, il panico ha assolto invece una funzione opposta. Scopo dei terroristi era mostrare che la protezione offerta dal potere era in realtà illusoria e inefficace. Non si trattava affatto di cementare l’ordine costituito, ma di produrne la frana.

DISTRUZIONE e violenza, perciò, dovevano essere reali e non virtuali. Bisognava esibirle in modo spettacolare, per spingere all’azione il più alto numero possibile di potenziali ribelli, inclusi lupi solitari, imitatori e psicopatici.

L’aggressione di Hamas ai civili israeliani ha un’evidente affinità con questo uso recente del terrore. Lo confermano le analogie con l’attentato al Bataclan o con le tecniche mediatiche dell’Isis. L’efferatezza è stata spinta ed esibita platealmente per cancellare ogni illusione di sicurezza, irridere la promessa di protezione dello Stato e incitare i palestinesi alla rivolta. Eppure, c’è qualcosa di più inquietante in questo attacco che un’ennesima variante del terrorismo islamista.

NE È UN SINTOMO la tendenza diffusa, anche nei paesi occidentali, a registrare l’azione di Hamas non tanto come terrorismo quanto come crimine di guerra, equiparando la milizia islamista a un surrogato dell’autorità statale, sia pure per denunciarne l’azione criminale. Un’opacità che non è solo ignoranza del diritto (come pure è stato suggerito), ma è radicata nell’ambiguità effettiva della situazione.

Per rendercene conto, basta ricordare che molti osservatori, a cominciare dal segretario delle Nazioni Unite, hanno preso spunto dagli ultimi eventi per rilanciare la formula “due popoli, due Stati”, che sembrava ridotta a poco più di un rituale fittizio. L’intenzione, ovviamente, è ribadire il diritto di entrambi a una patria e all’autodeterminazione.

D’altra parte, riconoscere i palestinesi come un popolo, quindi come una soggettività politica unitaria e, in prospettiva, come una virtuale autorità sovrana (uno Stato), vuol dire tributargli anche il diritto di designare i rappresentanti della propria volontà collettiva, che di un tale potere sovrano diventano i legittimi depositari.

CHI PROPONE la formula “due popoli, due Stati” ha di solito in mente l’Autorità Nazionale Palestinese, che da anni si candida a rappresentare l’ipotetico Stato di Palestina. Per quanto possa non piacerci, però, il dato di fatto è che è stato Hamas, e non l’ANP, a vincere le elezioni a Gaza e in Cisgiordania nel 2006; e sarebbe oggi quasi certamente Hamas a vincere le elezioni in Cisgiordania (che, per questo, vengono procrastinate da quindici anni). Il dato è paradossale, perché l’organizzazione islamista non ha mai mostrato alcun vero interesse alla creazione di uno stato palestinese accanto a quello di Israele, se non a parole.

UNA POSIZIONE esattamente speculare a quella delle frange più estremiste del governo Netanyahu, che ai non ebrei negano esplicitamente il diritto di avere diritti, raccogliendo proprio per questo un consenso tanto più diffuso quanto più esteso è il terrore.

Proprio come durante la Guerra fredda, insomma, in entrambi i campi il terrore permette al potere di legittimarsi, conquistare la fedeltà delle masse e liquidare ogni opposizione come una forma di alto tradimento. Solo che, a differenza dal passato, a trarre vantaggio dal panico di massa sono ora le fazioni più intolleranti, le più interessate a esasperare il terrore e le più pronte a scatenare una distruzione reale contro ogni ipotesi di compromesso. È un equilibrio del terrore di segno rovesciato, che svuota di senso ogni appello alla moderazione e al dialogo.

MA DA COSA DIPENDE un simile rovesciamento? Quale rete di fattori fa sì che l’incitamento all’odio si affermi non solo e non tanto nelle masse spaventate e rancorose, quanto nel calcolo politico delle fazioni prevalenti sull’uno e l’altro fronte, che si legittimano così a vicenda in una specie di cooperazione distruttiva?

Quello che sembra certo è che a incidere sia la logica segregazionista con cui un unico Stato, Israele, amministra di fatto il territorio su cui vivono due comunità, riservando a una sola delle due ogni vero diritto. Una spinta alla segregazione che ci riguarda da vicino perché, sia pure in tutt’altro contesto, sta animando anche in Europa la reazione ai flussi migratori

«Nel mondo di oggi non c’è più posto per il colonialismo»

ISRAELE/PALESTINA. Intervista al poeta palestinese Najwan Darwish, autore di «Più nulla da perdere»: «Questa non è la guerra di Israele contro Hamas. È la guerra di Israele contro tutto il popolo palestinese, di cui Hamas rappresenta solo una parte»

Simone Sibilio  14/10/2023

In Italia per ritirare il Premio Cilento Poesia, il poeta palestinese Najwan Darwish è partito da Gerusalemme poco prima dell’attacco di Hamas e la conseguente operazione israeliana sulla Striscia. Ha rilasciato un’intervista al manifesto sulla drammatica escalation di violenze in Israele e Palestina e le responsabilità della diplomazia internazionale.

Lei vive tra Gerusalemme e Haifa. L’attuale escalation ha radici molto lontane, ma se guardiamo al passato più recente, vediamo che da alcuni anni la situazione a Gerusalemme e nei Territori è in ebollizione. Qual è la reazione dei palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme a quanto sta avvenendo in queste ore a Gaza, in seguito all’attacco di Hamas, senza precedenti nella storia del conflitto?

Proviamo molta rabbia per i crimini perpetrati da Israele a Gaza: due milioni di persone sono sotto bombardamento costante, senza elettricità e servizi di base, gli aerei israeliani li stanno bombardando 24 ore su 24. Si registrano centinaia di morti e migliaia di feriti senza assistenza medica. I bambini nati prematuri negli ospedali rischiano di morire e i malati di cancro a Gaza sono senza cure e ciò da prima di quest’ultima guerra, a causa dell’assedio imposto da Israele. Nel resto della Palestina, le persone sono soggette alla violenza del regime coloniale e dei coloni. I crimini dell’occupazione sono chiari a chiunque voglia vederli. La situazione rimarrà esplosiva finché non verrà smantellata l’occupazione coloniale israeliana. Non c’è più posto per i regimi e i rapporti di forza coloniali nel mondo di oggi.Ha destato sorpresa la capacità di Hamas di entrare in Israele aggirando i suoi sofisticati sistemi di sicurezza.

Non sono un esperto militare per rispondere a questa domanda. Ma questa non è la guerra di Israele contro Hamas come viene dipinta dai media occidentali, che adottano termini e prospettive dei media israeliani. È invece la guerra di Israele contro tutto il popolo palestinese, di cui Hamas rappresenta solo una parte. È una guerra il cui obiettivo finale è l’occupazione di tutta la Palestina e l’annientamento del popolo palestinese nel senso politico del termine, un progetto che va avanti dal 1948. Hamas è solo una delle tanti organizzazioni politiche palestinesi sorte in risposta al progetto d’occupazione coloniale. La guerra di Israele è contro l’intero popolo palestinese, quello depredato e sfollato, quello a cui è stato impedito di tornare nella propria terra. Ma i popoli non vengono sconfitti. Questa è una lezione che un fine statista come de Gaulle comprese quando la Francia si ritirò dall’Algeria, ma che oggi non viene compresa da politici europei mediocri sotto il ricatto di Netanyahu e dei suoi alleati.

La narrazione giornalistica dominante in Italia di questa nuova escalation è completamente orientata alla solidarietà con Israele e al sostegno del suo diritto alla difesa con qualunque mezzo. Sono pochi a ricordare lo stato di oppressione patito dal popolo palestinese e le continue violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani operate da Israele. Le voci palestinesi sono escluse da questo dibattito. Come scrittore palestinese cosa pensi dell’asimmetria con cui il mondo occidentale guarda da sempre alla questione palestinese?

Personalmente, sono giunto alla conclusione che nonostante la lunga storia coloniale di molti paesi europei, in Europa non abbiate idea di cosa significhi il colonialismo, di cosa voglia dire vivere sotto la minaccia di coloni che mirano a rubare terre e annientare il popolo nativo. Per capire cosa accade in Palestina da troppo tempo ormai, gli europei dovrebbero rivedere il sistema neoliberista di cui sono paladini, ripensando alla sua brutalità. Ci sono oltre due milioni di persone a Gaza, la maggior parte delle quali originariamente rifugiate del 1948. Il mondo deve ricordare che al popolo di Gaza appartengono anche Haifa, Giaffa, Acri, Lidda, Ramla e altre città e villaggi della Palestina che furono occupati dal movimento sionista nel 1948. Il mondo deve ricordare che Israele occupa territori palestinesi, illegalmente secondo il diritto internazionale e che occorre porre fine a questa ingiustizia storica.

È qui per ricevere il suo primo Premio italiano di poesia per la raccolta «Più nulla da perdere». Un’opera costellata di riferimenti alla surreale quotidianità dei palestinesi, ma anche alla storia e alla memoria, e in cui porta alla ribalta la dimensione pluri-identitaria della società e del popolo a cui appartieni. Quanto possono ancora l’arte e la cultura esprimere la diversità e la complessità dell’esistenza palestinese davanti alle semplificazioni delle narrazioni dominanti appiattite sull’equazione palestinesi=Hamas=terrorismo?

La visione aperta verso il mondo e verso le identità e culture presente in questo libro è la visione del popolo palestinese, la visione di Gerusalemme, la città della crocifissione di Cristo, il primo martire palestinese per la libertà umana. Gerusalemme, a partire dal dominio islamico, è stata testimone di forme di convivenza, pluralismo e diversità. Prima del progetto sionista, nessuno aveva pensato di trasformarla in una città dall’identità chiusa ed esclusiva come l’occupazione israeliana fa oggi. Oggi combattiamo in difesa delle idee di pluralismo, apertura e diversità culturale di fronte alla natura fascista del progetto sionista. La poesia rappresenta anche una mia testimonianza di essere umano davanti alla Storia e contro le menzogne della politica mondiale. E se la mia poesia ha un qualche valore, deve tutto alla grande umanità che la Palestina incarna, deve tutto al popolo palestinese che resiste. La nostra resistenza è per la libertà umana, non solo per la libertà di un popolo. Il nostro popolo rivendica il diritto di vivere in libertà e dignità. Vogliamo vivere e morire su un territorio non occupato. Israele ha rovinato la vita di molte generazioni dal 1948, e noi vogliamo che tutto questo finisca. Vogliamo che i bambini abbiano una vita migliore di quella vissuta sotto la violenza dell’occupazione israeliana. Vogliamo che tutti i bambini in Palestina possano vivere una vita normale.

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