DECIFRARE GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DECIFRARE GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA da IL MANIFESTO

Decifrare gli effetti della pandemia

FESTIVALFILOSOFIA. Anticipiamo uno stralcio dalla lectio in programma sabato 17 a Sassuolo. Le disuguaglianze già esistenti sono state esposte, sono aumentate o si sono fatte sentire più forte. Che significato ha ciò che abbiamo attraversato per il cambiamento climatico o per il tardo capitalismo o per l’ordine mondiale neoliberista?

Walter Scheidel   14/09/2022

La pandemia attuale provocherà un cambiamento di rotta? La storia recente non offre molti motivi per pensarlo. Anche se la crisi finanziaria del 2008 ha colpito gli appartenenti all’1 %, questi ultimi si sono ripresi presto, mentre molti altri hanno continuato a fare fatica. Questa volta non sembra essere molto diverso. Le disuguaglianze sono aumentate sia negli Stati Uniti che altrove. La perdita di posti di lavoro ha colpito per primi e in modo sproporzionato i giovani, i poveri, i gruppi meno qualificati e quelli solitamente svantaggiati. Inoltre, le disuguaglianze economiche si sono replicate in altri settori, variando da esiti sanitari peggiori per i più fragili fino a opportunità di apprendimento inferiori per gli studenti più poveri.

NEL FRATTEMPO, dopo solo pochi mesi dallo shock causato dal Covid, i super ricchi si sono ripresi a una velocità sorprendente. L’indice Bloomberg dei patrimoni americani tra i primi 500 al mondo mostra un recupero a forma di V marcatissimo: un forte calo tra metà febbraio e la terza settimana di marzo seguito da una svolta quasi completa all’inizio di giugno. Jeff Bezos, il leader del branco, è diventato più ricco che mai. Per il sollievo dei non miliardari, l’S&P 500 ha seguito da vicino questa plutocratica V. Per un certo periodo gli indicatori chiave della salute economica e del benessere generale, come il PIL o l’occupazione, sono rimasti molto indietro. Ma le cose sono cambiate in breve tempo anche in questo senso: non solo è stato scongiurato il pericolo di dover affrontare una disoccupazione di massa, ma la ripresa economica ha persino ridotto la disoccupazione e costretto i datori di lavoro a competere tra loro nell’assumere nuovi lavoratori. Per la prima volta dopo molto tempo i salari effettivi dei lavoratori sono aumentati, fino a che non sono stati divorati dall’inflazione in accelerazione che è salita a livelli mai visti negli ultimi 40 anni. Questa inflazione, la quale è stata attribuita a una serie di fattori, dall’aumento dell’offerta di denaro alle carenze nella catena di approvvigionamento, fino alla guerra in Ucraina, sta ora annullando qualsiasi guadagno i lavoratori possano aver avuto in conseguenza del forte aumento della domanda di personale.

PRESI TUTTI INSIEME, questi sviluppi combaciano con il modello continuista: disuguaglianze già esistenti sono state brutalmente esposte o sono aumentate o si sono fatte sentire in modo più forte o tutte e tre le cose. Ma nel complesso non vi è stato alcun cambiamento di direzione. Che cosa significa tutto questo per il futuro delle disuguaglianze o per il cambiamento climatico o per il «tardo capitalismo» o per «l’ordine mondiale neoliberista?»
Che possibilità ci sono, in altre parole, di strappare il cambiamento progressista dalla morsa oppressiva di … sempre la stessa solfa? Vale a dire, che prospettive ci sono per una maggiore «giustizia»?
Un vero e proprio re-set, un corso veramente nuovo per la società, può essere realizzato con mezzi pacifici o con mezzi violenti. Chi sostiene la tesi aspirazionista della discontinuità ripone le proprie speranze nel primo scenario. Il messaggio all’inizio era semplice: ecco arrivato il momento. Ecco che finalmente la crisi del coronavirus renderà impossibile distogliere lo sguardo dai mali della società. Dicevano. Ci scuoterà di dosso il nostro solito stupore e ci catapulterà in azione, pronti a combattere le disuguaglianze e il razzismo sistemico, rafforzando al contempo l’assistenza sanitaria e i diritti dei lavoratori, le infrastrutture e l’ambiente. Questa prospettiva, per breve tempo popolare in gran parte del mondo degli opinionisti, comporta un salto audace dal fattore scatenante (il virus) al risultato (il cambiamento trasformante).

Tendenzialmente meno ben definiti sono invece i meccanismi diretti che dovrebbero generare tale cambiamento radicale. Durante le primarie presidenziali democratiche negli Stati Uniti, le vaghe allusioni di Bernie Sanders a un «movimento» che avrebbe in qualche modo garantito l’attuazione di programmi di vasta portata hanno offerto un esempio emblematico del pensiero magico impiegato per colmare un tale divario. Il percorso che può condurci verso un contratto sociale ampiamente aggiornato o un Green New Deal appare altrettanto oscuro. Tuttavia, quanto più ambiziosi e rivoluzionari sono gli obiettivi, tanto più chiaramente definito deve essere il modo per raggiungerli. Almeno per ora però sembra che le cose vadano nella direzione opposta.

QUELL’ARIA DI ENERGIA progressista in politica si è rivelata ingannevole. Fintanto che la politica tradizionale è bloccata in modalità di gestione della crisi, un drastico cambiamento di direzione sembra meno plausibile che mai. I risultati delle elezioni statunitensi del novembre 2020, i quali hanno evidenziato una polarizzazione persistente e hanno praticamente garantito uno stallo prolungato, hanno confermato questa impressione.
Le istituzioni americane si sono concentrate sul tenere tutto a galla, così come i leader dei paesi europei e di altri paesi. Poiché tali sforzi hanno cominciato a dare dei frutti e spesso lo hanno fatto più rapidamente del previsto, la prospettiva di una trasformazione radicale si è allontanata ancora una volta.
Tutto ciò non dovrebbe sorprenderci. Storicamente il cambiamento trasformante è il risultato di una violenza straordinaria. Tuttavia, il Covid-19, nonostante tutto il terrore che ha diffuso, non è affatto particolarmente violento, almeno non secondo standard storici ampi. Secondo le stime dell’OMS e della rivista The Economist, finora hanno perso la vita circa 20 milioni di persone, tre volte il numero ufficiale. 20 milioni rappresentano un quarto dell’un per cento dell’attuale popolazione mondiale. In confronto la pandemia influenzale del 1918/20 portò via il 2 % dell’umanità, quasi un intero ordine di grandezza in più.

E in termini di vite perse l’impatto della pandemia di Covid è stato ancora meno drammatico. Negli Stati Uniti l’età media della popolazione è di 38 anni, il che consente più o meno altri 42 anni di vita. Tutti gli americani vivi in questo momento possono aspettarsi di vivere un totale di 14 miliardi di anni di vita. Data un’età media di circa 70 anni attribuita a coloro che sono morti di Covid e circa un milione di decessi, il Covid ha ridotto questa aspettativa di vita collettiva di circa 13 milioni di anni, o poco meno di un decimo dell’1 % – il che equivale a nemmeno un margine di errore per arrotondamento. È stato perso a malapena un anno di vita su mille. I risultati sono sicuramente simili in altri paesi ad alto reddito con strutture di età comparabili, come ad esempio l’Italia.

DAL PUNTO DI VISTA delle catastrofi tutto ciò è ben lontano dalla caduta di Roma antica, che ha determinato un arretramento di secoli della civiltà, o dalla peste nera, che ha portato via un europeo su tre, o dalle Guerre mondiali e le conquiste del potere comuniste, che hanno distrutto interi paesi e ucciso molte decine di milioni di persone di tutte le età.
Da questa prospettiva l’idea che un cambiamento di direzione possa essere ottenuto senza dislocazioni di massa paragonabili appare più illusoria che realistica. Quantomeno è in netto contrasto con quanto la storia ci insegna. Non esiste nessun precedente storico e nessun chiaro meccanismo contemporaneo per far sì che ciò accada. Per quanto non si possa escludere nulla (e se i 2020 dopo tutto fossero davvero diversi?) questo dovrebbe certamente farci riflettere.

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(Traduzione di Tessa Marzotto Caotorta)

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SCHEDA. La nuova edizione di FestivalFilosofia, dal 16 al 18, è dedicata al tema della giustizia

Il testo dell’articolo in questa pagina è tratto dalla lectio «Covid-19: Effetti della pandemia su disuguaglianza e ingiustizia» tenuta da Walter Scheidel in programma a Sassuolo, Piazzale Avanzini, sabato 17 settembre alle ore 20.30 nell’ambito del «festivalfilosofia» che quest’anno ha come tema la giustizia. Dal 16 al 18 di settembre, Modena, Carpi e Sassuolo saranno ancora una volta i luoghi prediletti per l’appuntamento con la filosofia. Saranno 50 le lezioni magistrali di protagonisti del dibattito pubblico anche internazionali. Ci sarà spazio anche per mostre e installazioni, spettacoli dal vivo e concerti, giochi e laboratori, film e cene filosofiche. Tra gli e le ospiti: Chiara Saraceno, Donatella Di Cesare, Anna Donise, Anne Lafont, Brunilda Pali, Nicla Vassallo, Paola Giacomoni, Simona Forti, Lea Ypi, Michela Marzano, Francesca Rigotti, Maurizio Ferraris, Wolfgang Streeck, Fabio Boni, Philippe Audegean, Avishai Margalit, Gustavo Zagrebelsky, Carlo Galli. Il programma completo si può consultare sul sito www.festivalfilosofia.it

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