DAL MEDIO ORIENTE A KIEV: OGNUNO HA IL SUO HAMAS da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DAL MEDIO ORIENTE A KIEV: OGNUNO HA IL SUO HAMAS da IL FATTO

Dal Medio Oriente a Kiev: ognuno ha il suo Hamas

“GAZA DEVE MORIRE” – Per i terroristi la causa dei palestinesi è destinata alla resa, dunque hanno scelto il martirio. Per Israele son bestie da macello. Il Kosovo, Falluja e il sogno di Zelensky

 FABIO MINI  17 OTTOBRE 2023

Mentre Israele rientra con le armi nei territori già occupati di Gaza, ci si chiede cosa in effetti vogliano i terroristi di Hamas e cosa voglia Israele. Tutti reclamano sicurezza, libertà e diritto di esistere. Noi sentiamo solo le campane israeliane, ma un orecchio più attento sentirebbe anche quelle del mondo islamico e la musica non è la stessa. Israele e i palestinesi si accusano a vicenda di terrorismo, crudeltà e atti criminali; fatta la tara della propaganda non sono accuse infondate. E soprattutto vengono alla luce aspetti apparentemente paradossali ma realistici. Hamas, dopo anni di lotta armata inconcludente, ha preso atto che con l’avvicinamento israeliano al mondo arabo la sua esistenza era avviata alla conclusione. E peggio ancora, la causa palestinese nelle mani dell’Anp di Abu Mazen era destinata a una resa di fatto, senza combattere, magari verso la schiavitù mascherata da pace e libertà. Hamas vuole il suo Olocausto e vuole che sia Israele, la prima grande vittima dell’Olocausto nazifascista, a operarlo. Per innescarlo è ricorso a un attacco militar-terroristico talmente efferato che nessuno al mondo avrebbe potuto sopportare, capire e giustificare senza essere automaticamente ritenuto un terrorista. C’è riuscito in pieno.

Annientare la Palestina e il lodo-Sodoma

Hamas ha fame di eroismo e di martirio, e solo un martirio immenso può sanare colpe immense. È lo stesso principio dell’attacco degli attentatori, ma più in grande e il cui scopo non riguarda l’obiettivo in sé, ma l’effetto che produce nei confronti dell’avversario e dei propri amici e alleati che hanno perduto la voglia di combattere. Da parte israeliana, al di là delle posizioni e dichiarazioni ufficiali, la ritorsione è rivolta all’annientamento della Palestina come concetto geopolitico e dei palestinesi come popolo legittimamente sovrano. In questo senso la sua ferocia era prevedibile ed è stata certamente prevista e perfino voluta da Hamas. Ma è voluta anche da tutta la popolazione israeliana e quella ebraica del mondo, al pari di quelle non ebraiche di estrema destra, sinistra, centro, neo naziste e suprematiste. Tutti gli israeliani, a partire dagli stessi che accusano Netanyahu di non aver saputo difenderli, vogliono e appoggiano la ritorsione. Alla “fine della guerra” si parlerà della sua sorte politica e personale, ma tutti per ora vogliono la punizione e i palestinesi di Gaza devono morire. Non bastano gli oltre mille miliziani uccisi nelle prime ore dall’attacco. Non basteranno nemmeno le decine di migliaia di morti da una parte e dall’altra che ci saranno prima della fine della guerra. Il fatto è che gli israeliani e i loro sostenitori trovano proprio nell’efferatezza dell’attacco di Hamas, l’intima giustificazione alla vendetta: i palestinesi sono bestie e come tali devono essere trattati. Lo dicono gli estremisti radicalizzati, ma anche le madri israeliane che hanno perduto un figlio in guerra, che hanno dedicato parte della loro vita e del pensiero a cercare una ragionevole via di convivenza e mutuo rispetto con i palestinesi e che ora hanno trovato la ragione per odiarli e disprezzarli: sono bestie. Tutti coloro che insorgono con la violenza contro le politiche e le pratiche discriminatorie dello Stato ebraico, contro l’allargamento degli insediamenti e l’occupazione militare sono bestie e non possono godere dei diritti riservati agli umani. Anzi, non hanno nemmeno i diritti che si riconoscono agli animali. Un cane può essere una persona giuridica, un palestinese no, tantomeno se è un terrorista. Per alcuni giuristi un terrorista è una non-persona e quindi non ha diritti. Il che non è solo una forzatura, ma una pericolosa ambiguità per cui se non hai diritti non hai neppure doveri. Un cane non può essere soppresso a piacimento, non può essere abbandonato né maltrattato né tantomeno torturato. Un palestinese sì. Israele tenta di distinguere tra Palestinesi e Hamas, ma è una ipocrisia e comunque quando si tratta di eliminazione di massa e di pulizia etnica la distinzione decade: nel dubbio li ammazzi tutti perché nessun oppositore d’Israele è innocente nemmeno se disarmato o non combattente o non militante. Abramo chiese a Dio di risparmiare Sodoma, dove viveva suo nipote Lot, mercanteggiando sul numero di giusti tra i sodomiti che lo avrebbero indotto a rinunciare alla punizione. Alla fine Yahweh si sarebbe fermato se avesse trovato appena dieci giusti fra i sodomiti e per questi dieci avrebbe perdonato tutti gli altri. Non li trovò e risparmiò solo Lot e le sue figlie. Rimane aperta ancora oggi la discussione sul criterio di “giusti” adottato da Yahweh e forse non è un caso che abbia risparmiato solo un ebreo dalla distruzione di Sodoma e di tutte le altre città della Pentapoli sul Mar Morto. Netanyahu e i suoi alleati ebrei ortodossi hanno tagliato corto: non esistono “giusti” tra i palestinesi, a Gaza come altrove. Esistono animali domestici, come i palestinesi di Abu Mazen e animali selvaggi come i palestinesi di Hamas e di Gaza. Ancora oggi alcuni studiosi e rabbini discutono su quale fosse il peccato collettivo dei sodomiti per meritare la distruzione. Normalmente si pensa che fosse la particolare deviazione sessuale. In realtà molti lo individuano nella “inospitalità”, ovvero nella violazione protratta del dovere di ospitalità nei confronti di un estraneo. Se questo fosse vero, lo Stato d’Israele dovrebbe preoccuparsi perché non dimostra molto senso di ospitalità nei confronti dei palestinesi di Gaza occupati e nemmeno di quelli in casa o ai confini. Sul piano pratico, le modalità della ritorsione che Hamas ha ardentemente invocato su di sé e su Gaza sono tremende ma “codificate”. La Striscia è sigillata da terra, dal mare e dall’aria, manca per ora il sottoterra e Gaza è una gruviera di cunicoli e passaggi sotterranei, ma c’è un rimedio anche per quello. Questa prima fase di isolamento e chiusura è molto comune nelle operazioni di polizia: la chiamavamo “cinturazione” quando in Sicilia con i “Vespri siciliani” isolavamo intere cittadine prima di un rastrellamento alla ricerca di latitanti e mafiosi. Durava una notte e in genere non dava grandi frutti: il latitante non c’era e nessuno era mafioso. Infastidiva un po’ la popolazione ma niente di che.

“Togliere l’acqua ai pesci” e l’offensiva disumana

Dopo la cinturazione inizia la cernita degli avversari spostando la popolazione dall’area obiettivo della rappresaglia. Anche questa non è una misura umanitaria e nemmeno il “togliere l’acqua ai pesci” di maoista memoria. Lo spostamento della popolazione altera i supporti logistici locali, riduce la densità potenzialmente ostile e se avviene nell’ambito dello stesso territorio dell’avversario crea interi bacini di ostaggi con i quali ricattarlo. Avvenuto lo spostamento anche parziale o soltanto simbolico inizia la distruzione vera e propria dell’avversario. Tutto ciò che è in superficie viene raso al suolo con l’accortezza di lasciare delle vie di transito ai mezzi corazzati e alle fanterie che dovranno eseguire il rastrellamento senza impantanarsi tra i detriti delle distruzioni. Per quanto profonda e meticolosa, la distruzione a distanza non esclude che alcune unità riescano a sopravvivere e allora il rastrellamento può incontrare ancora una resistenza e il fuoco aereo e terrestre deve essere più mirato. Il rischio del cosiddetto “fuoco amico” è molto alto e nei combattimenti urbani è difficile distinguerlo da quello nemico. Nei combattimenti moderni di tale tipo le perdite per fuoco amico si aggirano sul 30% del totale. Un altro dato interessante è il ricorso da parte degli attaccati a mezzi arcaici difficilmente neutralizzabili dagli apparati anche moderni. In Afghanistan il 70% delle perdite Nato/Usa sono avvenute per ordigni improvvisati. In aree urbane o particolarmente difese da sistemi sotterranei l’azione preliminare deve tendere anche a intrappolare gli eventuali resistenti o costringerli a uscire allo scoperto per eliminarli in superficie. Anche in questa operazione dal punto di vista tecnico-militare non si deve inventare nulla: Israele e gli alleati occidentali hanno già scoperto e codificato tutto. In tutte le guerre e operazioni dell’ultimo secolo si è sempre infranto l’antico insegnamento: evitare l’assedio e il combattimento nelle città. Ma i cosiddetti mezzi moderni hanno reso espugnabili anche le fortezze, i bombardamenti anglo-americani hanno raso al suolo metropoli e ucciso milioni di persone e la perdita di etica a favore dell’efficacia distruttiva ha favorito ogni deviazione dal criterio di “umanità”. La guerra senza limiti esemplificata dai moderni militari cinesi è stata adottata dal grande occidente democratico e umanitario mistificando le loro stesse considerazioni critiche. La rimozione dei limiti ha tuttavia fornito la giustificazione per veri e propri crimini di guerra e il concetto stesso di crimine contro l’umanità ha perduto il suo significato universale ed è diventato relativo: dipende da chi lo commette.

Pulizia etnica e cinture di sicurezza

L’operazione israeliana di questi giorni oltre a essere pianificata sulla falsariga della autoctona Dahiya, ha precisi riferimenti operativi proprio in ciò che è avvenuto nell’ultimo secolo. In Bosnia gli eccidi di Srebrenica sono stati favoriti dalla costituzione delle stesse aree di sicurezza guardate dalle truppe dell’Onu, ma sfruttate come santuari dai militanti bosniaci e come aree di mattanza da parte dei serbi. I curdi in Iraq, dopo la guerra di “liberazione” del 1991, furono massacrati da Saddam come gli sciiti e costretti a rifugiarsi sulle montagne ed essere riforniti e protetti dai nostri contingenti. I kosovari albanesi furono evacuati in Paesi amici per permettere ai nostri aerei di bombardare i serbi ai quali fu però concessa l’uscita dal Kosovo senza combattere e l’onore di conservare le proprie armi. In questo caso la “cinturazione” avvenne dopo la pulizia etnica con l’istituzione delle fasce di sicurezza e la politica adottata dall’Onu di non far rientrare più i serbi in casa loro. A Falluja nel 2004, gli americani fecero evacuare la gran parte dei cittadini e quindi procedettero alla eliminazione dei rimanenti asserragliati negli edifici o nascosti nei seminterrati. Il rastrellamento da parte di 5 brigate Usa avvenne dopo un intenso bombardamento e un mix di granate ad alto esplosivo e al fosforo bianco. Quest’ultimo saturava gli ambienti umidi degli scantinati “cuocendo” letteralmente chi vi si trovava. Chi tentava di riguadagnare la superficie veniva colpito dalle artiglierie ad alto potenziale: “Shake and Bake” come con il pollo al forno della tradizione statunitense. Sulle montagne afghane, i complessi di caverne di Tora Bora, in cui si erano rifugiati i talebani e i miliziani di al Qaeda furono colpiti dalle bombe termobariche. Lo spostamento delle popolazioni a scopo bellico si ripete in questi giorni nel Nagorno Karabakh dove gli armeni rinverdiscono i ricordi delle deportazioni ottomane. L’operazione di Gaza offre anche una prospettiva per la guerra in Ucraina. Zelensky spera molto nella capacità d’Israele di eliminare Hamas una volta per tutte. È quello che vorrebbe fare lui per il Donbass e la Crimea: eliminare i terroristi russi dalla faccia dell’Ucraina e fare di essa un nuovo e più grande Israele in Europa orientale: armato e amato da tutto l’Occidente. In realtà il sogno potrebbe trasformarsi in incubo: l’Ucraina potrebbe diventare una nuova grande Striscia di Gaza in perenne pericolo di deflagrare col proprio terrorismo ed estremismo interno e sempre soggetta alle ritorsioni russe. I metodi per annientare Hamas esistono, ma i risultati ottenuti nel passato non promettono niente di buono. Ogni Paese grande o piccolo ha il proprio Hamas che non riesce a controllare e questo spiega perché a nessuno in Occidente importa di ciò che succede a Gaza. I palestinesi lì possono morire, purché il conflitto non si estenda all’esterno. L’Isis si è trasferito in Asia Centrale e continua a essere sostenuto da Paesi arabi e da organizzazioni occidentali, i cinesi hanno gli uiguri in casa che nel tempo da terroristi sono diventati i pilastri della libertà occidentale contro la Cina; i curdi sono ancora in cerca di una patria e in conflitto fra loro stessi oltre che con i Paesi in cui si trovano; il Kosovo è ancora cinturato ed etnicamente ripulito, ma bastano poche migliaia di irriducibili per continuare a renderlo un buco nero d’instabilità; la Bosnia è tuttora un mostro politico ingovernabile; in Iraq comandano gli sciiti sopravvissuti a Saddam e non gli americani; in Afghanistan i fantasmi di Tora Bora sono tornati a Kabul. In Israele gli stessi ebrei che oggi decidono della vita e della morte di milioni di bestie palestinesi sono i sopravvissuti e discendenti di persone massacrate perché ritenute animali.

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