DA CESARE A TRUMP, IL “DITTATORE DEMOCRATICO” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DA CESARE A TRUMP, IL “DITTATORE DEMOCRATICO” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Da Cesare a Trump, il «dittatore democratico»

Marco Bascetta  10/02/2026

Stati di crisi Da Machiavelli ai Giacobini, la tentazione di impiegare il repertorio dell’antichità classica nella sfera politica del presente è sempre stata irrefrenabile. Il primo volume riedito dal Corriere della sera, di Luciano Canfora dedicato a Giulio Cesare, un’opera del 1999, sembra fatto apposta per assecondare quella tentazione e trarne qualche lume sui processi politici in corso

oto Ap

È un’abitudine consolidata, una legge non scritta nel mondo della carta stampata quella di ignorare le iniziative editoriali degli altri quotidiani per non giovare alla concorrenza. Tuttavia questo meschino dogma commerciale andrebbe talvolta messo da parte.

Per esempio riguardo alla scelta del Corriere della sera di mandare in edicola, con forte sostegno pubblicitario, le opere di Luciano Canfora sul mondo antico. E cioè di uno dei nostri più importanti storici dell’antichità, di cultura marxista e legato alla tradizione del comunismo italiano che da molto tempo collabora con quel quotidiano. Opere di grande valore, che pur evitando qualunque ingenuo cortocircuito con l’attualità non si sono mai sottratte a quelle dispute tra scuole e studiosi sull’interpretazione della società e della storia antica che hanno sempre espresso diverse visioni del mondo e diverse posizioni politiche. Nel caso di Canfora non proprio coincidenti con le tradizioni liberali che ispirano il Corriere della sera, cui va comunque dato atto dell’apertura culturale dimostrata nel proporre interpretazioni niente affatto neutrali delle vicende di un lontano passato. Tutti i più illustri studiosi dell’antichità, a partire da Moses Finley, hanno sempre messo in guardia dai confronti diretti tra la modernità e il mondo antico, dall’uso delle stesse categorie per descrivere realtà che hanno ben poco in comune. Economia, democrazia, schiavitù, repubblica, politica non indicano gli stessi fenomeni se riferite alla prima o al secondo. E già Benjamin Constant nella celebre conferenza del 1819 aveva stabilito (polemizzando con la riesumazione rivoluzionaria di Atene e Roma) una profonda differenza e una distanza incolmabile tra «la libertà degli antichi e quella dei moderni». Eppure, da Machiavelli ai Giacobini e ancora oltre la tentazione di impiegare il repertorio dell’antichità classica nella sfera politica del presente è sempre stata irrefrenabile.

Il primo volume riedito dal Corriere, Giulio Cesare. Il dittatore democratico, un’opera del 1999, sembra fatto apposta per assecondare quella tentazione e trarne qualche lume sui processi politici in corso. Il racconto di Canfora è incalzante, ricco di svolte impreviste e colpi di scena. Ma segue un filo rosso ben preciso, dichiarato fin dalle prime pagine «una carriera tutta rivolta al superamento della res publica, dell’ordinamento tradizionale dello Stato romano». Superamento mai dichiarato, anzi travisato da conservazione, e privo di un disegno politico definito. Tutto giocato da Cesare nella contingenza, cogliendo le occasioni che si presentano di volta in volta, torcendo a favore del proprio potere personale paure, incertezze, speranze. Non vi è programma di riforme né rottura istituzionale nella sua politica, Cesare si atteggia a difensore, anzi a restauratore dell’assetto tradizionale che va in realtà scardinando. La sua azione si avvale di un istituto presente nell’ordinamento repubblicano, quello della dittatura, l’antenato romano dello stato di eccezione. Ma di occasione in occasione, di pericolo in pericolo, la carica dittatoriale, concepita come transitoria, si dilata, diventa permanente. La interromperanno l’uccisione del dittatore alle Idi di marzo, ma dopo Cesare la Repubblica non sarà più la stessa, scivolando sul piano inclinato che conduce alla monarchia, fino a quando Augusto (che abolirà l’istituto della dittatura, ormai inutile) fonderà il principato mascherato da restaurazione della Repubblica. Nel susseguirsi di pericoli estremi e salvatori della patria che si legittimano vicendevolmente, la perpetuazione dell’emergenza assume i tratti di una forma politica nuova, di una sovranità che, senza obblighi di rappresentanza reale, si fonda sul solo compito di proteggere i cittadini (i sudditi) dai pericoli reali o artificiosi che li minaccerebbero.

L’operato di Cesare ci mostra come un ordinamento politico possa venire radicalmente trasfigurato senza doverlo dichiarare e servendosi spregiudicatamente di strumenti politici e istituzionali che già vi sono contenuti. Facendo mostra di salvare l’esistente si afferma così un nuovo potere arbitrario che a patto di conservare inalterati i rapporti di classe non ha più bisogno di alcuna propria dottrina dello Stato. È l’invenzione dell’emergenza e della sua autonomia politica, destinata a godere di una grande e durevole fortuna. Tuttavia la prudenza suggerita dagli studiosi ci obbliga a riconoscere che questa archeologia dell’emergenza, riferendosi a un contesto sideralmente lontano dal nostro, si limita a offrirci un dispositivo, uno schema e un potente allarme narrativo. Il dispositivo è però proprio quello che spinge Donald Trump a cercare le condizioni per applicare contro i suoi avversari una norma non proprio recentissima dell’ordinamento statunitense e cioè quell’ Insurrection act del 1807 che in nome di un’emergenza, di una grave minaccia che incomberebbe sulla nazione, consente di impiegare l’esercito all’interno del paese contro i suoi stessi cittadini e al presidente di prendere il controllo della Guardia nazionale normalmente di competenza degli Stati.

A ben vedere qualche somiglianza con l’antico istituto della dittatura e con la politica cesarista la si può trovare. E poiché gli stati di crisi e gli interventi militari federali nelle metropoli statunitensi si moltiplicano e si inaspriscono anche la sua pericolosa dilatazione torna di attualità. Pure in Italia, del resto, i «pacchetti sicurezza» e l’ormai permanente decretazione d’urgenza lavorano mascherati da protettori della cittadinanza e da difensori dell’identità nazionale contro lo straniero a una trasformazione progressiva e non dichiarata dell’ordinamento politico in senso autoritario. «Dittatore democratico» è un ossimoro che si ripresenta però in una formula di conio assolutamente contemporaneo come «democrazia illiberale». Ma anche quando non si diano formule così esplicite le politiche dell’emergenza attentano passo dopo passo alla libertà dei più procedendo verso forme attuali di «dittatura democratica». È dunque ad ognuno di questi passi, anche quando non sembrino minacciarci direttamente, che bisogna prestare attenzione ed opporsi. Se non si comincia dalle prime avvisaglie, (ma siamo già ben oltre quelle) come illustra una celebre poesia di Berthold Brecht, alla fine non ci sarà più nulla da fare e quando verranno a prenderci a difenderci non sarà restato più nessuno. E il presidente sarà diventato un re.

È vero o falso? Le nostre democrazie sono maestre nell’invenzione dei fatti

Alessandro Orsini   10 Febbraio 2026

Chiunque intraprenda lo studio delle scienze sociali è attratto dalla verità. D’altra parte, come insegna Nicklas Luhmann, tutti i sistemi sociali processano le informazioni attraverso un codice binario. Nel caso della scienza, questo codice è vero o falso. Cerchiamo di capire se ciò che dicono il Corriere della Sera e i partiti di governo sia vero o falso.

Domanda: è vero che le democrazie occidentali operano per creare un Medio Oriente più giusto e pacifico? Prendiamo il caso dell’Iran. L’intenzione dell’Occidente non è quella di denuclearizzare il Medio Oriente per promuovere un clima più pacifico. L’Occidente intende disarmare l’Iran affinché Israele sia libero di costruire tutte le bombe atomiche che vuole, di armarsi illimitatamente, di sterminare i palestinesi e di attaccare i suoi vicini senza limiti. L’Occidente chiede all’Iran di disarmare mentre arma Israele fino ai denti. La risposta è chiara: non è vero che l’Occidente opera per costruire un mondo più pacifico. E non è nemmeno vero che le università sono nelle mani di professori che promuovono l’odio contro l’Occidente. Sotto il profilo delle scienze sociali, il problema è che non esiste alcuna prova empirica a dimostrazione che l’Occidente operi per creare un ordine internazionale più giusto e meno violento. Non è questione di odio o di ideologie: mancano le prove empiriche a sorreggere la narrazione del Corriere della Sera, di Fratelli d’Italia, di Forza Italia e di molti altri partiti, quotidiani e conduttori televisivi. Il comunismo marxista-leninista (esistono molti tipi di comunismo) ha dovuto fare i conti con i fatti. Le democrazie occidentali non hanno questo problema perché inventano i fatti.

Prendiamo il caso della distruzione di Gaza. Secondo l’evidenza empirica, le distruzioni a Gaza sono tutte occidentali: armi, soldi, soldati, stupri, aerei, carri armati e bombe. Non lo dice l’ideologia; lo dicono gli organi di senso: vista, udito, olfatto, tatto. Così come il marxismo-leninismo non riusciva ad accettare di essere fallimentare come sistema economico, l’Occidente non riesce ad accettare di essere una civiltà ingiusta e sanguinaria. Così come le società comuniste vivevano nella menzogna, anche l’Occidente vive nella stessa. L’enormità delle menzogne collettive su cui l’Occidente vive in merito alla propria identità è pari all’enormità delle menzogne collettive in cui la Russia di Stalin si crogiolava. La Russia di Stalin si presentava come la società economicamente più progredita del mondo. L’Occidente si presenta come la società moralmente più avanzata della Terra. Il piano di pace di Trump non può essere realizzato senza la pulizia etnica a Gaza.

Meloni dovrebbe stare lontana da quel board of peace. Non è questione di articolo 11 della Costituzione, come afferma Tajani. La questione è ben diversa: il piano non prevede la ricostruzione delle case dei palestinesi per restituirle ai legittimi proprietari. Il piano prevede di costruire molti grattacieli americani in cui i palestinesi non avranno nemmeno una stanzetta. La costruzione di palazzi americani al posto di quelli palestinesi è pulizia etnica. Questo modo di concepire l’ordine internazionale produce più giustizia? Certo, proprio come la pianificazione quinquennale produceva più ricchezza. Una società può essere libera e vivere nella menzogna. C’è un modo per aprire gli occhi? No. Le società aprono gli occhi soltanto quando crollano. Un esempio? Più l’Ucraina crolla, più la Nato vede le cose come stanno.

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