CRISI POLITICA, CRISI DEL GAS, SPECULAZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CRISI POLITICA, CRISI DEL GAS, SPECULAZIONE da IL MANIFESTO

L’agenda Draghi non ci salva da crisi e speculazione

ECONOMIA DI GUERRA. Si attendono le prossime decisioni che verranno prese a Jackson Hole, la riunione dei banchieri centrali, per quanto riguarda l’innalzamento dei tassi, l’unica medicina che viene offerta all’economia mondiale che ha in realtà ben altri problemi che non solo l’impennata dell’inflazione

Alfonso Gianni  27/08/2022

Non si può certo dire che l’esercizio dell’ars oratoria sia il pezzo forte del repertorio di Mario Draghi. Lo si è notato anche a Rimini, durante il tradizionale appuntamento di Comunione e Liberazione, oramai diventato una passerella per membri del governo presente o futuro.

L’unico momento nel quale il tono di voce del Presidente del Consiglio uscente si è leggermente innalzato dalla monotona lettura del suo discorso, è stato quando ha manifestato la sua convinzione sul prossimo governo.

Il presidente del Consiglio in carica ha affermato che il prossimo governo «qualunque sia il suo colore politico» riuscirà a superare difficoltà che «oggi appaiono insormontabili» e che quindi «l’Italia ce la farà, anche questa volta». A questa volitiva previsione si sono voluti contrapporre i dati riportati dal Financial Times – che pure ha sempre apertamente sostenuto la leadership di Draghi – che dimostrerebbero la scommessa degli hedge fund su un fallimento italiano.

Il contrasto ha sollecitato la fantasia di dietrologi di vario orientamento. Se si esclude che il passaggio di Draghi sia stata buttato lì per puro patriottismo, è ancora più difficile pensare che «l’uomo delle istituzioni», ovvero della finanza, non fosse al corrente delle valutazioni della agenzia americana S&p Global market su cui si è poi fondato l’articolo del giornale londinese.

Quei dati non sembrano, per ora, avere provocato particolari traumi sui mercati finanziari. Lo scarto tra Btp e Bund tedeschi si è addirittura ridotto di quasi dieci punti, così come è sceso il rendimento del Btp a dieci anni.

L’allarme lanciato dal Financial Times nasce dal fatto che il valore dei titoli ceduti senza possederli per poi ricomprarli a prezzi inferiori ammonta nel caso dell’Italia a 39 miliardi di dollari. Le «vendite allo scoperto» non sono una novità. È una delle pratiche che Luciano Gallino proponeva di cancellare nella sua proposta di riforma della finanza. Si tratta di un valore in assoluto superiore a quello verificatosi nel 2008.

Ma se lo si confronta con la crescita del debito pubblico italiano, attualmente di 2766 miliardi, mille in più rispetto al tempo della crisi innescata dai subprime, la cifra risulta in percentuale ridimensionata. Altrove lo «scoperto» su cui si giocano le scommesse speculative é più accentuato: circa 81 miliardi in Francia, quasi 98 in Germania.

Ma tutto ciò non nasconde la debolezza strutturale del nostro paese, la sua maggiore esposizione al rischio di un blocco totale del gas russo, al fatto che il sostegno della Bce è comunque molto diminuito rispetto a qualche mese fa. Se ci si mette anche l’instabilità politica il quadro della maggiore fragilità dell’Italia si arricchisce di un nuovo elemento. Ed è particolarmente su questo aspetto che ha voluto insistere Draghi nel suo discorso di Rimini. In sostanza ha voluto dire che il suo governo, implementando le politiche europee, ha tracciato un solco ben preciso, dai bordi ben marcati – il Pnrr ci terrà per mano almeno fino al 2026 – dai quali un nuovo governo, anche se di diverso colore politico, ben difficilmente potrà uscire.

Insomma Draghi ha postulato – al di là di quella che sarà la sua personale collocazione futura – l’ultrattività delle sue politiche, ben al di là della morte di poco prematura dell’attuale legislatura. Sia per quanto riguarda le questioni economiche, sia per ciò che concerne la collocazione internazionale piattamente atlantista, il sostegno all’espansionismo della Nato e l’invio di armi in Ucraina. Non è un caso che Giorgia Meloni si sia subito precipitata a lanciare messaggi di cautela e di acceso filo-atlantismo alla stampa internazionale.

Intanto si moltiplicano le previsioni di una recessione connessa a stagflazione per quanto riguarda l’Europa e in misura diversa anche gli Stati Uniti. La «stagnazione secolare» non appare più una esagerazione allarmistica, ma una previsione con seri fondamenti su cui ragionare.

Ora si attendono le prossime decisioni che verranno prese a Jackson Hole, la riunione dei banchieri centrali, per quanto riguarda l’innalzamento dei tassi, l’unica medicina che viene offerta all’economia mondiale che ha in realtà ben altri problemi che non solo l’impennata dell’inflazione. Per questo bisognerebbe uscire dal perimetro politico ed economico tracciato da Draghi. Restarci dentro non significa solo dimostrare la propria inutilità, ma comporta il rischio di restarne stritolati. Non siamo più ai tempi del whatever it takes. Era già vero allora, ma adesso più che mai: le politiche monetarie non risolvono le crisi economiche e il tempo che passa dalla fase acuta di una crisi ad un’altra si sta restringendo sempre più.

E la guerra – che non si vuole fermare, ma vincere, stando alle esplicite dichiarazioni dei suoi principali protagonisti – porta con sé la distruzione dell’ambiente e l’impoverimento di grande parte delle popolazioni europee. Un tempo dalla guerra poteva nascere una rivoluzione, ora solo un pacifismo concreto può innestare un processo di trasformazione.

Assalto all’Italia, 39 miliardi di scommesse al ribasso

CRISI DEL GAS, CRISI POLITICA. Hedge fund all’arrembaggio. I fondi speculativi prendono di mira il debito pubblico italiano. Puntando sul crollo del paese

Luigi Pandolfi  27/08/2022

Gli hedge fund scommettono sul fallimento dell’Italia. È quanto riporta il Financial Times, sulla base di alcuni dati raccolti dalla società di servizi finanziari americana S&P Global Market Intelligence. La notizia arriva dopo che Mario Draghi, al meeting di Comunione e Liberazione, aveva detto che «l’Italia ce la farà anche questa volta, qualunque partito vinca le elezioni». Una sconfessione, apparentemente. A meno che il premier dimissionario non alludesse, per il futuro prossimo, ad una qualche forma di «commissariamento» per l’Italia, dopo aver ricordato che il 25% del nostro debito è in mano ad investitori esteri.
IL POSIZIONAMENTO è poderoso. «La più grande scommessa contro il debito italiano dal 2008», scrive il noto quotidiano economico britannico. Sono stati prese in prestito obbligazioni italiane per 39 miliardi di euro, scommettendo sul crollo del loro prezzo. Si chiamano «vendite allo scoperto» (short selling), effettuate attraverso il veicolo di contratti derivati (futures). Non è necessario possedere il bene da vendere, basta farselo prestare. Funziona più o meno così: il fondo speculativo prende in prestito le obbligazioni da un intermediario finanziario, per venderle al prezzo di oggi e ricomprarle (per poi restituirle) al prezzo di domani.
LA SCOMMESSA, come si legge sul sito di Borsa italiana, è «che il prezzo al quale gli strumenti finanziari si riacquisteranno sarà inferiore al prezzo inizialmente incassato attraverso la vendita». Trattandosi nello specifico di titoli di stato, l’aspettativa è che un deterioramento dei fondamentali macroeconomici del Paese porterà ad un declassamento del suo debito, quindi ad una sua svalutazione. Ciò che risulta aberrante è che la speculazione possa mettere con le spalle al muro un Paese sovrano. Minacciarne la sicurezza economica e sociale e perfino la sua democrazia, in un mondo rovesciato.
MA PERCHÉ proprio il nostro Paese? «L’Italia è il Paese più esposto in termini di ciò che accade ai prezzi del gas, la politica è una sfida», ha affermato Mark Dowding, chief investment officer di BlueBay Asset Management, il fondo inglese con un portafoglio di assets stimato in 106 miliardi di dollari, che partecipa all’assalto. Non solo. Se la Russia azzerasse le forniture di gas, l’Italia sarebbe letteralmente spacciata. E l’alternativa, in questo momento, non sarebbero né il gas liquido americano, né quello aggiuntivo proveniente dall’Algeria e dall’Angola. La dipendenza da Gazprom è troppo marcata, condividiamo con la Germania il rischio di un naufragio economico per effetto della stretta energetica. È la stessa valutazione che a luglio aveva fatto il Fondo Monetario Internazionale: senza gas russo l’Italia rischia di perdere per strada cinque punti di pil.
NON SOLO GAS, comunque. Con il suo enorme debito pubblico, l’Italia, rispetto ad altri Paesi dell’eurozona, è considerata più esposta alle conseguenze delle politiche restrittive della Bce. Il quantitative easing è stato una droga per il mercato dei titoli in questi anni. Ha tenuto a bada la speculazione, mantenendo basso il costo del finanziamento degli Stati sui mercati. Con lessico politico, si potrebbe dire che è stato uno strumento «democratico», utile soprattutto ai Paesi più indebitati. Ora però gli acquisti netti sono terminati ed eventuali interventi anti-spread di Francoforte, ancorché selettivi e su richiesta dei singoli Stati, prevedono severe condizionalità. Sarà anche per questo che, per adesso, la speculazione sembra non curarsene.
POI C’È LA POLITICA. Nell’articolo di Laurence Fletcher e Nikou Asgari, si accenna anche al profilo della candidata a Palazzo Chigi Giorgia Meloni e all’euroscetticismo che attraversa la coalizione di destra. Soprattutto, si pone l’accento su un’eventuale rimodulazione delle «riforme» del Pnrr da parte di un esecutivo a guida Meloni. Al rischio di un irrigidimento di Bruxelles verso il Paese e della perdita degli stessi fondi. Un film già visto. Tornando alla speculazione: è la realtà ad influenzare le scelte degli investitori o il contrario? A ben vedere, entrambe le cose. Ma è come dire che le nostre vite, per una parte, sono appese alle aspettative di guadagno di chi specula sui mercati finanziari.

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