CRISI CLIMATICA NEL VECCHIO CONTINENTE: REPORT ONU da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CRISI CLIMATICA NEL VECCHIO CONTINENTE: REPORT ONU da IL FATTO e IL MANIFESTO

In Europa temperature cresciute il doppio rispetto al resto del mondo: il report Onu sulla crisi climatica nel Vecchio Continente

Se la situazione dovesse continuare a peggiorare, nel continente assisteremo al persistere del riscaldamento, con ondate di caldo, incendi, inondazioni e altri eventi che colpiranno la società, le economie, gli ecosistemi e la salute, si legge nel rapporto dell’agenzia Onu

 F. Q.  2 NOVEMBRE 2022

L’allarme sul clima deve preoccupare prima di tutto l’Europa. Lo raccontano i dati contenuti nell’ultimo rapporto dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) dell’Onu dai quali si evince che il Vecchio Continente, negli ultimi 30 anni, ha fatto registrare un innalzamento delle temperature di ben il doppio rispetto alle altre aree mondiali monitorate dall’organizzazione: “Il riscaldamento più veloce di tutte le regioni dell’Omm”, si esplicita nel report. Un aumento repentino che è andato di pari passo con i sempre più frequenti eventi climatici estremi. Solo nel 2021, questi hanno provocato danni per 50 miliardi di dollari in Europa.

Se la situazione dovesse continuare a peggiorare, nel continente assisteremmo al persistere del riscaldamento, con ondate di caldo, incendi, inondazioni e altri eventi che colpiranno la società, le economie, gli ecosistemi e la salute, si legge nel report pubblicato a pochi giorni dall’avvio dei negoziati Onu sui cambiamenti climatici, COP27, a Sharm-El Sheikh, in Egitto.

Il documento, realizzato in collaborazione con il Copernicus Climate Change Service dell’Unione europea, si ferma al 2021 e rivela che le temperature in Europa nel periodo 1991-2021 sono salite a un tasso medio di circa +0,5 gradi centigradi per decennio. Di conseguenza, i ghiacciai alpini hanno perso 30 metri di spessore dal 1997 al 2021 e la calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo, contribuendo ad accelerare l’innalzamento del livello del mare. Sempre l’anno scorso, eventi meteorologici e climatici ad alto impatto hanno provocato centinaia di vittime, colpito direttamente più di mezzo milione di persone e causato danni economici oltre i 50 miliardi di dollari. Circa l’84% di questi sono stati inondazioni o tempeste.

Per il segretario generale dell’Omm Petteri Taalas, “l’Europa presenta un’immagine dal vivo di un mondo che si surriscalda e ci ricorda che anche le società ben preparate non sono al sicuro dagli impatti di eventi meteorologici estremi. Quest’anno, come nel 2021, gran parte dell’Europa è stata colpita da estese ondate di caldo e siccità che hanno alimentato gli incendi. Nel 2021, inondazioni eccezionali hanno causato morte e devastazione”. Il trend per il prossimo futuro non è affatto incoraggiante: si prevede infatti che le temperature aumentino in tutte le regioni d’Europa a un ritmo superiore alla media mondiale, con la frequenza e l’intensità di eventi di caldo estremo che dovrebbero continuare.

Nel rapporto si legge comunque che l’Europa non è rimasta completamente immobile di fronte alla crisi. Un certo numero di Paesi ha avuto molto successo nel ridurre le emissioni. In particolare, nell’Unione europea le emissioni di gas serra sono diminuite del 31% tra il 1990 e il 2020, con l’obiettivo di raggiungere entro il 2030 una riduzione netta del 55%. L’Europa è anche uno dei leader nell’offerta di sistemi di allerta precoce. I piani d’azione contro le canicole hanno salvato molte vite. “L’Europa può svolgere un ruolo chiave nel raggiungimento di una società ‘carbon neutral’ entro la metà del secolo per soddisfare l’accordo di Parigi“, ha aggiunto Petteri Taalas. Per Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, “la società europea è vulnerabile alla variabilità del clima e al cambiamento climatico, ma l’Europa è anche in prima linea nello sforzo internazionale per mitigare il cambiamento climatico e sviluppare soluzioni innovative per adattarsi al nuovo clima con cui gli europei dovranno convivere”.

Il passo indietro sulla transizione ecologica

Con la fiducia di Camera e Senato, nel giro di pochissimi giorni dalle consultazioni, il Governo Meloni è diventato operativo. Nel nuovo esecutivo il Ministero della Transizione ecologica si è […]

Dante Caserta  03/11/2022

Con la fiducia di Camera e Senato, nel giro di pochissimi giorni dalle consultazioni, il Governo Meloni è diventato operativo.

Nel nuovo esecutivo il Ministero della Transizione ecologica si è trasformato nel Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica. Il timore è che l’ennesimo cambio di denominazione, questa volta legato più alla situazione contingente che a scelte strategiche, rappresenti un passo indietro politico e programmatico. Il cambio del ministero arrivato con il Governo Draghi, richiesto dal mondo scientifico e da quello ambientalista, puntava a facilitare il processo di conversione dei modelli di produzione e consumo rispetto alle sfide che il cambiamento climatico e la crisi di biodiversità pongono alla nostra sicurezza e alla nostra capacità di creare benessere. Nel concreto l’applicazione di tale scelta è stata ben al di sotto delle aspettative, ma si era dato un segnale chiaro sulla necessità di accelerare la transizione ecologica. Un indirizzo confermato dalla larghissima maggioranza parlamentare che aveva modificato gli articoli 9 e 41 della Costituzione con l’inserimento della tutela dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali della nostra Carta, anche per le future generazioni e nel rispetto del principio che l’iniziativa economica non può danneggiare l’ambiente.

nome può essere solo un cambio di nome, ma a sentire le prime dichiarazioni del nuovo ministro Gilberto Pichetto Fratin, in gran parte incentrate sulle grandi chimere del nostro dibattito energetico (nucleare sicuro e ricerca di gas «italiano»), è lecito domandarsi: che fine farà la transizione ecologica nelle politiche pubbliche?

Quale ruolo avranno le grandi emergenze del nostro tempo (cambiamento climatico e perdita della biodiversità) nell’indirizzo politico dei prossimi anni? Dalle risposte a queste domande deriveranno le scelte strategiche sul nostro futuro, anche perché gli investimenti su energie rinnovabili e mobilità sostenibile in tutto il mondo rappresentano un driver importantissimo della sicurezza e dello sviluppo economico ed energetico.

Da questo punto di vista non rappresenta un buon segnale il fatto che l’ex Ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, sia stato scelto come consulente del Governo per l’energia, considerato che il suo mandato non si è certo contraddistinto per la volontà di superare la dipendenza dalle fonti fossili climalteranti.

Se la prospettiva economica e sociale a livello internazionale e comunitario è quella della sostenibilità, i prossimi anni dovranno essere quelli della transizione. Ogni ulteriore ritardo, non solo costituirà un pericolo per l’ambiente in cui viviamo, ma inciderà sulla nostra capacità di essere competitivi rispetto a tante altre economie che stanno investendo su modelli produttivi maggiormente sostenibili.

Contrariamente a quanto qualcuno sembra pensare, non vi può essere una transizione ecologica lenta e soprattutto non vi può essere una transizione poco convinta, con un passo avanti, solitamente definito a livello europeo, e due indietro, dettati dalle lobby nazionali refrattarie ai cambiamenti.

La legislatura appena nata ha un orizzonte temporale che arriva al 2027: si tratta di un periodo fondamentale perché per raggiungere gli obiettivi posti al 2030 dall’Unione Europea per contrastare il cambiamento climatico (ridurre le emissioni di gas serra del 55%) e la perdita di biodiversità (proteggere il 30% di superficie a terra e a mare) è indispensabile agire subito attraverso leggi, piani, programmi e atti concreti non più rinviabili. Il nostro Paese dovrà essere tra i protagonisti delle scelte ambientali già dai due prossimi appuntamenti internazionali, la Conferenza sui Cambiamenti climatici di Sharm El-Sheikh (COP27) e la Conferenza sulla Diversità biologica di Montréal (COP15 CBD).
Continuare a non assumere il parametro ambientale come baricentro dell’azione politico-amministrativa sarebbe un errore fatale: non possiamo più permetterci di separare la questione ambientale da quella economica e non possiamo sacrificare l’ambiente per un momentaneo vantaggio economico di pochi a scapito di tutti gli altri.

Con la guerra prosperano carbone e metano. La nuova ‘transizione’ è verso i fossili?

Mario Agostinelli  01/11/2022

Già il 22 ottobre scorso Federico Fubini poneva sul Corriere della Sera il dubbio se la transizione energetica, proiettata al 2030 dal Green Deal UE come “fit for 55- rinnovabili – efficienza – idrogeno verde”, fosse invece stata convertita, in seguito alla piega presa dalla guerra in Ucraina e all’applicazione delle sanzioni alla Russia, in ricerca affannosa di un approvvigionamento d’emergenza di gas, reso sollecitamente accessibile dagli Stati Uniti di Biden.

La potenza militare più temuta al mondo, già egemone tecnologicamente e autonoma energeticamente, avrebbe così posto l’Italia “in uno stato di inferiorità strategica, competitiva e industriale rispetto al mondo di oltreoceano con pochi precedenti recenti”.

Anche nell’ultimo numero di Limes (9/2022) molti articoli sollevano analoga preoccupazione, estesa all’intera Europa. In essi si rimarca l’inedita e svantaggiosa dipendenza da gas importato e quotato al mercato a prezzo ben più caro rispetto al gas russo bloccato dalle sanzioni. Il fixing è ormai passato alla borsa di Amsterdam e si è moltiplicato inesorabilmente, dato che i rifornimenti sotto forma di Gnl (Gas liquido naturale) stanno provenendo via nave e in gran parte dal Golfo del Messico.

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Oltre Atlantico, infatti, viene estratto il gas di scisto, trasferito ad impianti di liquefazione e trasportato dalle metaniere che, oltre alla Spagna ed ai Paesi baltici, dove già approdano, potrebbero ormeggiare lungo le nostre coste presso grandi impianti rigassificatori, a complemento del gas residuo dei metanodotti dall’Africa e dall’Azerbaijan.

Il ciclo Gnl è molto inquinante: passa infatti da estrazioni rovinose sotto il profilo ambientale (shale gas e sabbie bituminose), dal successivo processo di liquefazione, dal trasporto via mare da lunga distanza in grandi serbatoi, dalla successiva rigassificazione e dall’aggancio finale ai tubi dei gasdotti locali. In questi passaggi complessi risulta ancor più rilevante la dispersione in atmosfera di quantità di CH4 puro, fortemente climalterante.

Sostituzione gas-gas, quindi, non gas-rinnovabili e ad un prezzo che da noi si paga sei volte quel che si paga negli States. A questo proposito, fa sorridere l’obiezione delle soprintendenze al paesaggio al posizionamento di pale eoliche a 30 Km dalle coste, come a Civitavecchia, rispetto all’accettazione di un enorme impatto in porto dovuto a mastodontiche navi cisterna assistite da serpentine riscaldate dall’acqua di mare per portare a temperatura di evaporazione il metano liquefatto nei serbatoi. Un impianto rilevante anche per volume, immerso sott’acqua e grazie al quale viene sconvolta se non congelata per anni la biosfera che si muove nei fondali attorno.

L’effetto del nuovo sistema di movimentazione del gas allo stato liquido anziché gassoso porterà ad un protrarsi del ricorso al metano ben oltre i termini fissati dalla Ue: parlo – dati gli ingenti investimenti e la mole degli impianti – di assai più di dieci anni di mantenimento di questa fonte fossile nel mix nazionale di produzione di elettricità.

La fornitura di gas liquido, in effetti, rappresenta una rivoluzione silente, ma molto perniciosa e, di fatto, contiene la risposta di Gas &Oil per ritardare la “transizione ecologica”, da Giorgia Meloni trasformata – anche lessicalmente – in “sicurezza energetica”.Come se non bastasse, la diplomazia dell’Eni si è mossa con Mario Draghi in Africa a complemento e potenziamento di nuove condotte che, dopo essersi immerse nel Mediterraneo, risbucherebbero lungo la nostra penisola, per renderla così l’hub del rilancio dei fossili. Quindi, transizione infinita, e definitiva concentrazione finanziaria e produttiva nelle mani dei soliti noti, attorniati magari da ricambi maggiormente affini alla nuova maggioranza parlamentare.

In sostanza, sotto la supervisione di Guido Crosetto e di Roberto Cingolani, il governo associa l’invio di armi all’Ucraina ad un revival della combustione ad elevate emissioni (e, in futuro, chissà, reattori nucleari!), come attestano i profitti delle industrie delle armi e di Oil&Gas che si sono impennati dai primi mesi 2022.

Quindi, carbone a pieno ritmo nelle centrali, sfruttamento estensivo di tutti i giacimenti nazionali fossili e decisa e duratura ripresa della filiera che dal metano finisce in CO2, dispersa in atmosfera o infilata sottoterra, con bilanci di energia e materia insostenibili e inconfrontabili con quelli delle filiere rinnovabili assistite da stoccaggi e finalizzate a comunità energetiche.

C’è un legame tra la guerra, la procrastinazione dell’uso del gas, il brusco cambio del clima da una parte e le manifestazioni di insofferenza degli studenti, la coscienza sicura e diffusa del degrado della biosfera e del pericolo nucleare dall’altra, che vanno a sostegno della mobilitazione razionalmente non violenta e senza bandiere dei pacifisti. Si incomincia ad intendere, anche sotto le atrocità della guerra e alle minacce della bomba, che c’è un “taglio militare” che sostiene la “sicurezza energetica e climatica” contrapponendola alla “giustizia climatica” .Ho la speranza che cominci a manifestarsi un bisogno di democratizzazione del processo decisionale e l’emergere di nuove forme di sovranità che richiederebbero necessariamente una riduzione del potere e del controllo dei militari e delle corporazioni e un aumento del potere e della responsabilità nei confronti dei cittadini e delle comunità. La crescita dell’astensionismo recente significa anche questo e la politica dovrebbe rendersene conto.

Ora che stiamo avviandoci a convivere con la “terza guerra mondiale” domandiamoci: che impatto hanno i fossili, il militarismo e la guerra sull’ambiente e la crisi climatica, nel momento in cui stiamo valicando il limite di 1,5 °C per attestarci oltre 2,5°C? E’ ancora accettabile l’annientamento di popoli, territori, coltivazioni, animali, in oltre 200 territori in armi nel mondo, uno dei quali dentro l’Europa?

La sicurezza energetica e climatica che i governi continuano a perseguire è un concetto a carattere prevalentemente nazionale che rafforza le dinamiche a favore della militarizzazione dei confini e descrive la migrazione su larga scala come “il problema più preoccupante associato all’aumento delle temperature e del livello del mare”.

I piani di sicurezza climatica si nutrono di narrazioni di paura e di un mondo a somma zero in cui non tutti possano sopravvivere. Ad essa, purtroppo, ritengo si possa orientare l’attuale governo in carica, se non ci sarà un’opposizione sociale e politica all’altezza.

La giustizia climatica, al contrario, non contempla la guerra e adotta un approccio incentrato su forme pacifiche e non violente di risoluzione dei conflitti. Alla ricerca urgente di soluzioni praticabili come le energie naturali e le comunità energetiche, che ci permettano di prosperare in pace e di proteggere i più vulnerabili. La manifestazione del 5 novembre avrà al centro anche queste riflessioni.

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