CORSA CONTRO il TEMPO da 18BRUMAIO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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CORSA CONTRO il TEMPO da 18BRUMAIO e IL MANIFESTO

Corsa contro il tempo

 Olympe de Gouges 8 giugno 2022

La Bundeswehr sarà “il più grande esercito convenzionale nel sistema NATO europeo”, ha annunciato il cancelliere Olaf Scholz.

Venerdì scorso, a larga maggioranza, il parlamento tedesco ha approvato il Fondo speciale della Bundeswehr per un totale di 100 miliardi di euro, che triplica il budget militare in un solo colpo. Un “salto di quantità” che rappresenta il “più grande cambiamento nell’architettura della politica di sicurezza” della Repubblica federale di Germania.

La Germania punta a ridiventare la più grande potenza militare rispolverando i piani in tal senso predisposti da molto tempo e nessuno in Europa ha niente da dire? Oppure è proprio ciò che si vuole, vista l’impossibilità di raggiungere un accordo strategico comune europeo?

Qual è il motivo di questa escalation di riarmo? Ufficialmente è presentato come una reazione alla guerra in Ucraina. La Russia ha riportato la guerra in Europa, Germania e Nato devono difendere la “democrazia” e i “valori occidentali”, anche con mezzi militari contro “autocrazie” come la Russia, sostiene la giustificazione diffusa giorno e notte attraverso tutti i canali disponibili.

Gli interessi della Germania non sono sempre identici o compatibili con quelli di altri Stati europei, e nemmeno con quelli degli Stati Uniti. A Berlino (ma anche a Parigi, e invece Roma come sempre politicamente in stato confusionale) si è convinti che se l’UE vuole essere un attore globale e non uno strumento di altre potenze, la Germania deve imprimere un cambiamento decisivo alla sua politica estera anche nei confronti degli Stati Uniti.

I circoli europei che contano, in primis quelli tedeschi e francesi, sanno bene che il potere protettivo degli Stati Uniti non può garantire la sicurezza e la prosperità del Vecchio Mondo, e che dunque non bisogna più cedere all’illusione transatlantica. Hanno ben chiaro che gli interessi strategici ed economici dei più importanti Paesi europei non coincidono più con quelli della principale potenza americana in tutta una serie di aree.

Per esempio, la violazione unilaterale dell’accordo nucleare con l’Iran (un paese d’importanza enorme) da parte dell’amministrazione Trump, ha dimostrato che quando si tratta di gravi conflitti d’interesse con la potenza dominante occidentale, l’Europa è lasciata completamente da parte. Da ultimo la decisione di lasciare l’Afghanistan non solo non è stata concordata con gli alleati, ma pare non sia stata nemmeno annunciata per tempo.

Nessuno è così cieco da non vedere che Washington ha troppo spesso invocato nobili valori per nascondere una politica di potere guidata dai propri interessi. La guerra in Iraq del 2003 è un esempio storico eloquente. Da un ventennio Washington sta fallendo come garante dell’ordine mondiale liberale da cui dipendono la Germania e l’Europa.

Questo non significa che gli USA rinunceranno al loro ruolo di potenza mondiale dominante. Anzi, la loro supremazia incentrata sul dollaro e la forza militare è diventata questione di vita o di morte, perciò Washington cerca con ogni mezzo ancora di più di controllare saldamente regioni importanti come l’Europa, il Medio Oriente e l’Asia continuando a mascherare la propria aggressività in nome e per conto di valori quali la libertà e la democrazia. Non importa chi ne pagherà il prezzo, se nemici o alleati.

Inoltre, è evidente come le fazioni che rappresentano l’oligarchia statunitense e che si alternano al potere stiano perseguendo una politica America First anche per ragioni di politica interna, cercando di risolvere i propri problemi a spese degli europei. Pertanto l’Europa, e la Germania come potenza guida, deve essere messa in condizione di risolvere i propri problemi autonomamente.

In vista dell’escalation del conflitto con la Cina, gli Stati Uniti punteranno a trasformare la dipendenza militare dei loro alleati in sostegno ai loro interessi. Non sarà difficile posto che hanno le loro quinte colonne piazzate nei gangli dei media e della politica, spesso incarnate da personaggi ricattabili. La Germania e gli europei troveranno più difficile in futuro salvaguardare i loro interessi economici, commerciali e monetari nei confronti del loro “protettore”, soprattutto quando si tratta della Cina, un’economia strettamente connessa con quella europea, o come già ora a causa delle sanzioni alla Russia.

La stretta alleanza con gli Stati Uniti era attraente fintanto che questi riuscivano a mantenere un proprio ordine internazionale, garantendo il libero scambio e l’accesso alle materie prime globali, ai mercati di vendita e alle opportunità d’investimento nella scia del proprio strapotere economico e militare.

Gli interessi strategici ed economici europei non coincidono più con quelli della principale potenza americana in tutta una serie di aree. Nella competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina, come già ora nella guerra aperta contro la Russia, l’Europa rischia di diventare il principale perdente se non sarà rapidamente in grado di prendere decisioni e agire per difendere i propri interessi. La Germania e così la Francia non possono aspettare di raggiungere faticosi e impossibili accordi con gli altri Stati europei, per cui agiranno in accordo con chi ci sta senza se e senza ma.

Con una Europa “forte e capace”, economicamente, tecnologicamente e militarmente, con una moneta comune trasformata in uno strumento geoeconomico di potere (certo nazionalismo no-euro è un classico di cecità e di …), una rottura conflittuale con gli Stati Uniti sarà inevitabile. È una corsa contro il tempo. A Washington, Berlino e Parigi lo sanno.

Crisi sociale e guerra, democrazia a rischio


Landini (Cgil) ha posto la grande questione. Non può continuare a crescere la frattura tra ciò che si aspettano settori decisivi Paese e le (non) decisioni politiche del governo

Alfiero Grandi  08/06/2022

Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, ha denunciato con forza le ragioni di un grave malessere sociale del mondo del lavoro, destinato a crescere nei prossimi mesi. L’occupazione cresce poco ed è precaria. I salari italiani sono surgelati. l’Ocse fotografa un -2,9 % in 30 anni, ultimi in Europa e unici ad averli in diminuzione. L’inflazione è in crescita (6,9 %), riduce drammaticamente il potere d’acquisto dei redditi da lavoro e da pensione. Quasi 6 milioni di poveri. Lavorare non garantisce più di non essere poveri.

Una denuncia forte. Una situazione insopportabile. I sindacati provano a reagire, come con lo sciopero generale proclamato da Cgil e Uil nel dicembre scorso. Cresce un disagio sociale profondo, potenzialmente esplosivo. Non tenerne conto può portare ad una crisi democratica, a una verticale caduta della capacità di risolvere i conflitti, ad una sfiducia dilagante.

La continuazione e la ferocia della guerra in Ucraina, il forte riarmo che ha innescato nel mondo, il rischio dell’estensione del conflitto contribuiscono a creare angoscia sul futuro, in particolare del mondo del lavoro.
Rischio di frattura democratica, cioè incapacità di risolvere i conflitti con gli strumenti della democrazia, pericolo che la guerra sfugga di mano, fino a diventare l’innesco di un conflitto mondiale, perfino nucleare, richiedono scelte nette e consapevolezza dei pericoli. Nascondere la testa sotto la sabbia è pericoloso.

Landini ha posto una grande questione democratica. Non può continuare a crescere la frattura tra ciò che si aspettano settori fondamentali del Paese e le (non) decisioni politiche che vengono prese. Due esempi. È dimostrato che sull’Ucraina almeno la metà del nostro paese è preoccupato dalla scelta di mettere l’accento sulla guerra anziché sulla ricerca della pace, come dimostra l’invio crescente di armamenti, più potenti, in Ucraina, mentre per trovare una soluzione al conflitto c’è troppa rassegnazione. Lo sblocco del grano ucraino può esserci senza trarne le conseguenze di una trattativa che deve affrontare altri aspetti del problema? Dal blocco dell’invasione russa all’invio delle armi e alle sanzioni.

Il parlamento non riesce a decidere sul fisco, se non a patto di sancire ancora una volta che i cittadini sono soggetti a due sistemi fiscali diversi, uno progressivo per i redditi da lavoro e pensione (come afferma la Costituzione) e uno ad aliquota proporzionale per le rendite e i redditi da capitale, non previsto dalla Costituzione. Per non parlare dell’evasione e del prelievo sui ricchi. È la conferma che il paese reale non trova ascolto nella rappresentanza politica. A meno di un anno dalla scadenza naturale delle elezioni non c’è un credibile tentativo di arrivare ad una nuova legge elettorale. Così la prossima legislatura può essere un’occasione perduta per ristabilire una sintonia tra il paese reale e la rappresentanza politica che ha il compito di prendere decisioni.

Questo impedirebbe di affrontare i problemi drammatici di cui parla Landini, con il rischio che il futuro assomigli al presente. La legge elettorale consente ai capi partito di scegliere chi fare eleggere. Questo avviene da alcune legislature e ha provocato uno scadimento progressivo della qualità dei parlamentari (scelti per fedeltà) e la perdita di ruolo del parlamento, che già ora potrebbe chiedere di conoscere gli armamenti che il Governo sta inviando in Ucraina e perfino decidere di interromperne l’invio.

La scelta diretta dei parlamentari da parte degli elettori potrebbe portare ad un orientamento del parlamento sulla guerra vicino a come la pensano gli elettori. Se elettrici ed elettori scegliessero direttamente i loro rappresentanti l’occupazione, la sua qualità, i salari, il potere d’acquisto diventerebbero ragioni per scegliere o bocciare un/a candidato/a. Altrimenti la denuncia drammatica della situazione del mondo del lavoro rischia di non avere sbocco. Siamo vicini ad un punto di rottura.

La prossima legislatura dovrà difendere i principi costituzionali. I confini della lotta politica non dovrebbero essere valicati, per tornare ad un confronto tra opzioni politiche diverse, che non sono riducibili a due schieramenti ma appartengono a più partiti, che dopo il voto dovranno aggregarsi per governare, sottratti all’obbligo/convenienza di riunirsi in coalizione prima del voto. Solo il proporzionale può rappresentare il paese reale.

Le maggioranze «coatte» non hanno portato fortuna né al centro sinistra né al centro destra. In poco tempo i governi della «stabilità» sono andati in crisi. La parabola del M5Stelle non ha colmato il vuoto da cui era balzato ad un terzo del parlamento. La frattura tra elettori e rappresentanti può alimentare allontanamento, indifferenza, restrizione della democrazia.
Crisi sociale e guerra fanno temere per il futuro della democrazia disegnata dalla nostra Costituzione.

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