CORPORATIONS ALL’ARREMBAGGIO delle TERRE AGRICOLE UCRAINE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CORPORATIONS ALL’ARREMBAGGIO delle TERRE AGRICOLE UCRAINE da IL MANIFESTO

Corporations all’arrembaggio delle terre agricole ucraine

CRISI UCRAINA. 3.4 milioni di ettari in mano ad aziende straniere e società partecipate da fondi esteri

Luca Celada  01/06/2022

È recentemente rimbalzato sui social (compresa la pagina Facebook de “il Giardiniere”) un testo che denuncia che «tre grandi multinazionali statunitensi hanno comprato da Zelensky 17 milioni di ettari di ottima terra». Precedentemente la presunta vendita di «mezza Ucraina a Monsanto Cargill e Dupont» era stata amplificata su una piccola galassia di siti variamente complottisti che in alcune versioni denunciano anche la responsabilità dell’immancabile George Soros e delle élite della finanza globale (compresi Warren Buffet, Bill Gates e i fondi di investimento Blackstone, BlackRock e Vanguard).

Dietro alle semplificazioni scarsamente documentate, variamente strumentalizzate e con lunga coda di indignati commenti, esiste un elemento di verità effettivamente legata agli interessi economici convergenti sull’Ucraina da ben prima dell’invasione russa. Una serie di rapporti dell’osservatorio economico Oakland Institute hanno documentato già da vari anni gli interessi macroeconomici che hanno fatto dell’ex repubblica sovietica un oggetto di intensa contesa sin dalla caduta dell’Urss.

L’UCRAINA POST-SOVIETICA con i suoi 32 milioni di ettari arabili di ricco e fertile suolo nero (detto “cernozëm”), dispone dell’equivalente di un terzo di tutto il terreno agricolo esistente nell’Unione europea. Con la fine della collettivizzazione socialista sono quindi “entrati in gioco” una quantità senza precedenti di ettari “vergini” da immettere sul mercato, un potenziale ghiotto boccone per le banche e le multinazionali agroalimentari.
Si tratta dopotutto del celebrato “granaio d’Europa”, con una produzione annuale di 64 milioni di tonnellate di cereali e sementi, fra i maggiori produttori mondiali di orzo, frumento e olio di semi di girasole (di quest’ultimo l’Ucraina produce circa il 30% del totale mondiale). Sin dagli anni ‘90 si scatena dunque la corsa per mettere le mani su quello che Jeff Rowe, direttore della DuPont per l’Europa, definirà «uno dei mercati agroalimentari di maggiore potenziale crescita al mondo».

«NELL’EUROPA ORIENTALE», scrive l’economista inglese Michael Roberts di questa fase, «l’Ucraina è forse il paese che subisce più duramente la ‘terapia shock’ della restaurazione capitalista». L’economia infatti è duramente colpita, per i 30 anni successivi all’indipendenza redditi e qualità di vita rimangono sotto i livelli del 1990, la povertà dilaga. Non per tutti ovviamente. La “riconversione” segue il consueto modello, una classe di oligarchi e una ristretta élite si arricchisce smisuratamente depredando il settore pubblico con la complicità del classe politica.

LA NOMENCLATURA viene corteggiata da Russia e Occidente con opposti pacchetti di “assistenza capestro” che mirano a mantenere l’Ucraina nelle rispettive sfere di influenza. La tensione fra gli opposti schieramenti di influenza economica è la dinamica che sottende sin dall’inizio la politica dell’Ucraina indipendente, incapsulata nello scontro/avvicendamento di Yanukovich e Yushenko. Secondo Frédéric Mousseau, direttore dell’Oakland Institute il contenzioso «geoeconomico» sull’Ucraina «rappresenta il maggior scontro fra i due blocchi rivali dai tempi della guerra fredda».
Con i fatti di Maidan, nel 2014, prevale il campo occidentale, mentre Putin risponde prendendosi la Crimea e muovendo guerra in Donbass. Gli sviluppi segnano l’inizio dell’”annessione” dell’Ucraina alla sfera economica euro-atlantica e quella che Mousseau ed Elisabeth Fraser in un rapporto di quell’anno intitolato The Corporate Takeover Of Ukrainian Agriculture in cui raddoppia la spinta delle istituzioni finanziarie occidentali per «aprire il vasto comparto agricolo ucraino alle multinazionali».

DA OCCIDENTE arrivano armi e soldi sotto forma di pacchetti di assistenza della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Al solito i crediti sono fortemente vincolati a riforme che l’Ucraina è tenuta ad intraprendere all’insegna del rigore fiscale e dell’austerity. Sempre secondo Mousseau «l’insistenza con cui l’Ucraina è spinta a privatizzare il mercato terriero non ha precedenti nella storia recente». Per limitare una privatizzazione selvaggia, nel 2001 viene imposta una moratoria sulla vendita di terreni a stranieri. Da allora l’abrogazione di questa norma è stato un obbiettivo principale delle istituzioni occidentali. Già nel 2013, ad esempio, la Banca Mondiale aveva stanziato un prestito di 89 milioni di dollari per lo sviluppo di un programma di rogiti e titoli catastali necessario alla commercializzazione di terreni demaniali e cooperative.
Le banche occidentali, inoltre, impongono ottimizzazione e consolidamento di aziende agro-industriali a scapito dei piccoli produttori, che costituiscono tuttora la maggioranza nel paese, con l’obbiettivo di aumentare il «valore aggiunto» e, come scritto in un documento della Banca Mondiale del 2019, «accelerare l’investimento privato nell’agricoltura». Sullo stesso rapporto si legge che «un incremento del 30% della produttività agricola potrebbe risultare in 4,4 punti di crescita del Pil nazionale in cinque anni, e del 12,5% in dieci anni». È lecito presumere che le percentuali di crescita dei produttori agricoli privati vedrebbero incrementi ben maggiori.

MALGRADO LA MORATORIA già nel 2016 dieci multinazionali agricole erano giunte a controllare 2,8 milioni di ettari di terre. Oggi le stime parlano di 3,4 milioni di ettari in mano ad aziende straniere e società ucraine partecipate da fondi esteri. Altre stime arrivano fino a 6 milioni di ettari. La moratoria sulle vendite ripetutamente chiesta dal dipartimento di Stato, Fmi e Banca mondiale è stata infine abrogata dal governo Zelensky nel 2020 in vista di un referendum definitivo nel 2024. Eppure nel gennaio di quest’anno un rapporto della Usaid, l’agenzia americana per l’assistenza e la cooperazione, lamentava come «l’assenza di un affidabile mercato dei terreni limita ancora la crescita economica».
E questo nonostante un’analisi di Open Democracy dell’ottobre scorso rivelasse che dieci aziende private controllavano il 71% del mercato agricolo ucraino, comprese «oltre all’oligarchia ucraina, corporation come Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill, Monsanto, Louis Dreyfus e l’azienda statale cinese COFCO». A questa lista vanno aggiunte secondo l’ultimo rapporto in materia dell’ Oakland Institute, multinazionali come la lussemburghese Kernel, la holding americana NCH Capital, la saudita Continental Farmers e la francese AgroGenerations.

NELL’ARREMBAGGIO spiccano le aziende europee ed il ruolo della Ue aumenta soprattutto dopo la firma dell’accordo di associazione economica fra Ucraina e l’Unione entrato in vigore nel 2017. Quell’accordo, denunciato già all’epoca dalla Russia come grimaldello per favorire l’accesso delle multinazionali occidentali, comprende la promozione della «moderna produzione agricola…. Compreso l’uso delle biotecnologie», un’apparente apertura a colture Ogm nei campi extracomunitari ucraini. Lo sviluppo agroalimentare in Ucraina e nell’Europa dell’est fa comunque parte del piano strategico della Commissione europea per incentivare i «raccolti proteici» e riconvertire in quelle regioni la produzione principalmente di soia il cui fabbisogno è al momento in gran parte dipendente dalle importazioni da Argentina e Brasile.

LA GUERRA promette ora di scompaginare sul breve termine il grande progetto liberista in corso, soprattutto per le interruzioni della filiera delle esportazioni. Un’altra incognita riguarda poi come l’inagibilità dell’Ucraina potrà influire sulle rotte di distribuzione cinesi verso l’Europa previste dal piano cinese Belt & Road cui il paese aveva aderito. Ma con un riallineamento geo-economico globale di cui la guerra promette di essere una svolta cruciale, l’Ucraina continuerà prevedibilmente a rimanere fulcro importante, pur nel quadro di una forte instabilità globale.

«Il grano c’è, le speculazioni sul prezzo provocano la crisi»

CRISI UCRAINA. Intervista a Frédéric Mousseau, economista francese e policy director dell’Oakland Institute: «Non si prospetta una carenza imminente ma forti speculazioni sui mercati dei futures che scommettono su aumento dei prezzi e carestie future per ottimizzare i guadagni»

Luca Celada  01/06/2022

Frédéric Mousseau, economista francese, è policy director dell’Oakland Institute, osservatorio economico progressista, per cui coordina le ricerche su terre, agricoltura e sicurezza alimentare. Già consulente di ong come Medecins sans frontières e Oxfam, lavora in particolare su investimenti agricoli, volatilità dei prezzi e crisi globale alimentare.

Lei ha definito «senza precedenti» la scalata delle multinazionali al settore agricolo ucraino.

Nella storia recente direi proprio di sì, soprattutto per quanto riguarda la spinta alla privatizzazione e alla riforma agraria. Non vi sono precedenti per una spinta di questa portata da parte di paesi e istituzioni occidentali per imporre una simile privatizzazione.

Un vostro report paragona il rapporto dell’Ucraina con l’Occidente a quelli di paesi come Zambia, Myanmar, Brasile. Un classico esempio di neoliberismo post coloniale?

Quella relazione mostra che istituzioni internazionali, governi e interessi privati occidentali hanno promosso la privatizzazione in una serie di paesi nel mondo. L’Ucraina è un esempio paradigmatico dell’uso dell’assistenza economica come grimaldello per imporre riforme desiderabili. Ma l’Ucraina è anche un caso unico per la sua prossimità all’Europa e la quantità di terreni precedentemente collettivizzati dal sistema sovietico, disponibili quindi a essere privatizzati.

Gli interessi agroalimentari hanno ricoperto un ruolo importante nel conflitto descritto come scontro tra democrazia e corruzione autoritaria?

Non solo quelli. Era chiaro che erano in gioco interessi altrettanto importanti per quanto riguarda risorse naturali e minerarie e un’analoga spinta per privatizzare il settore bancario e pensionistico. In ogni caso i grandi conglomerati occidentali erano fortemente motivati ad acquisire quote in questi comparti economici nazionali.

Si tratta di interessi già in moto negli anni Novanta.

La spinta del Fondo monetario internazionale per la privatizzazione di terre pubbliche comincia non appena l’Ucraina acquisisce l’indipendenza, all’inizio degli anni ’90. Le grandi istituzioni finanziarie offrono ai primi governi ucraini «assistenza» per produrre rogiti e titoli di proprietà dei terreni. Ed è stato altrettanto evidente come i processi di privatizzazione beneficiassero ben precise e ristrette oligarchie piuttosto che il popolo ucraino. È la ragione per cui all’epoca fu imposta una moratoria sull’acquisto di terreni, rimasta in vigore fino all’anno scorso.

Ed emergono già all’epoca due progetti di influenza economica articolati da contrapposti piani di assistenza da Russia e da Occidente.

È stato così. Nel 2014 vennero prodotte due concorrenti offerte di assistenza economica; due «buste», una russa ed una occidentale. Dopo la rivolta di Maidan avrebbe prevalso il pacchetto occidentale.

Voi documentate come Fmi e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo hanno condotto una intensa campagna per privatizzare la terra.

Da subito la promessa di aiuti da parte europea conteneva precise condizioni, prima tra tutte la fine della moratoria (sulla vendita di terreni a stranieri, ndr), una richiesta che ha accompagnato fin dall’inizio ogni offerta di assistenza. Era precondizione necessaria.

Quale sarà l’effetto concreto ora che la moratoria è stata abolita?

Vi sono comunque limiti alla quantità di terreno che può essere acquisita da stranieri ma si tratta di un passo importante verso la privatizzazione e il consolidamento della proprietà terriera. La legge impone limiti alla proprietà straniera ma allo stesso tempo permette alle banche internazionali di diventare azioniste di aziende ucraine o investire in società locali, un meccanismo che permette a chiunque di investire nel settore. La porta è aperta per grandi fondi di investimento americani, ad esempio BlackRock o simili, a investire nell’agrobusiness emergente attraverso società ucraine così da non risultare ufficialmente come proprietà straniera. Il paese rappresenta l’opportunità per enormi ritorni sull’investimento. La riforma inoltre è pensata per favorire i grandi proprietari terrieri e l’agricoltura industriale, estromettendo sempre di più i piccoli agricoltori meno produttivi, una dinamica esplicitamente auspicata dall’Fmi.

È vero quindi che vi sono multinazionali americane con importanti quote di controllo su terreni ucraini?

Sì, ma concentrarsi esclusivamente sulla proprietà dei terreni può essere fuorviante. Società come Monsanto, Cargill, Archer Daniels Midland e Dupont non hanno bisogno di possedere terreni. Il loro modello si concentra sulla gestione di impianti di allevamento, stabilimenti per fertilizzanti, infrastruttura commerciale, terminali per l’export. Traggono beneficio dall’industrializzazione del settore agricolo e dalla liberalizzazione del commercio (oltre a silos e frantoi, la Archer Daniels Midland, ad esempio, gestisce un terminal cereali al porto di Odessa, ndr).

Vi risulta che simili dinamiche siano in gioco anche in altre repubbliche post sovietiche?

Non abbiamo dati specifici su altri paesi. Date però l’estensione dell’Ucraina e la qualità delle sue infrastrutture, direi senz’altro che quel paese rappresenta (a parte forse la Russia stessa) il maggior terreno di conquista potenziale per l’agrobusiness privato.

È lecito supporre che uno scopo dell’aggressione russa sia contrastare tale dinamica?

Non mi sento di fare supposizioni sugli obiettivi russi. I nostri rapporti si limitano a verificare che da anni è in corso una lotta per il controllo delle risorse dell’Ucraina. Certo, nelle versioni ufficiali risaltano la democrazia o di contro gli storici legami culturali dell’Ucraina con la Russia, ma è chiaro che vi siano enormi interessi economici. Né sembra che la guerra abbia modificato la strategia occidentale in questo senso.

Attualmente è il blocco dei porti sul Mar Nero a preoccupare per le possibili ricadute sui mercati e su una crisi alimentare globale.

Renderemo pubblico a breve uno studio su questo argomento. La Fao all’inizio di maggio ha affermato che le scorte mondiali di cereali sono relativamente stabili. La Banca mondiale conferma che gli stock di cereali sono vicini a record storici e che tre quarti dei raccolti russi e ucraini erano già stati consegnati prima dell’inizio della guerra. Possiamo dire che non si prospetta una carenza imminente quanto piuttosto forti speculazioni sui mercati dei futures che scommettono sull’aumento dei prezzi e sulle carestie future per ottimizzare i guadagni. Si è per esempio parlato molto della decisione dell’India di bloccare l’esportazione di frumento, molto criticata dagli Stati uniti per la conseguente pressione sui prezzi globali. Ma se vediamo bene, l’India rappresenta appena il 2% degli export mondiali (10 milioni di tonnellate previsti per il 2022/23). In confronto, gli Usa al momento muovono 160 milioni di tonnellate di grano all’anno, pari al 35% del commercio globale. Le critiche all’India hanno meno a che vedere con un effettiva crisi alimentare che con il mantenimento dello stesso mercato globale che è nell’interesse dei giganti dell’agrobusiness e dei loro investitori. Chiaramente una crisi alimentare c’è, con milioni o centinaia di milioni di persone nel mondo in stato di insicurezza, senza accesso ad alimentazione adeguata o dipendenti dalle reti assistenziali, ma questo sussiste a prescindere dalla guerra. Esiste una crisi alimentare ma è una crisi senza effettiva carenza di alimenti.

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