CONVERSIONE ECOLOGICA: FIL CONTRO PIL da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONVERSIONE ECOLOGICA: FIL CONTRO PIL da IL MANIFESTO

L’ecologismo radicale si misura con il «fatalismo climatico»

SCAFFALE. In “Come far saltare un oleodotto” (Ponte alle Grazie), lo studioso svedese Andreas Malm analizza come negli ultimi decenni il movimento ha attraversato cicli ascendenti e discendenti mentre il suo avversario, il capitalismo energivoro e della sorveglianza è andato per la propria strada: lo dimostrano i segnali che ci arrivano ogni giorno

Marc Tibaldi  14/10/2022

Vittorio Gallese, un razionale e pacato scienziato, uno degli scopritori dei neuroni specchio, durante la presentazione di uno degli ultimi libri di Bifo, citando Come far saltare un oleodotto di Andreas Malm, riferendosi al proposito espresso nel titolo del volume, ha detto: «lungi da me invitare a commettere atti violenti… è uno scenario futuribile qualora i Fridays for future non riescano nei loro propositi». Questo aneddoto ci serve per evidenziare il senso di impotenza, che attualmente viviamo, nell’apparente impossibilità di cambiare la tragica prospettiva in cui ci sta portando il cambiamento climatico. Riflettere su come salvare il pianeta ci obbliga a ripensare alle modalità di conflitto e creazione, per questo è molto utile il libro di Malm, che sta creando un significativo dibattito planetario.

NESSUNA PROVOCAZIONE o irrazionalità estremista, Malm sa di cosa parla quando descrive la catastrofe incombente e i limiti del «movimento climatico» (Fridays for futureExtinction rebellion, ecc. ) a cui partecipa attivamente. Professore di ecologia all’Università di Lund, in Svezia, ha pubblicato anche Fossil Capital (2016) e Clima, corona, capitalismo (2021). In Come far saltare un oleodotto (Ponte alle Grazie, pp. 245, euro 18,50), analizza come negli ultimi decenni il movimento ha attraversato cicli ascendenti e discendenti mentre il suo avversario, il capitalismo energivoro e della sorveglianza (due facce della stessa medaglia) – che per sua natura non può fare a meno della dissipazione energetica per mantenere il controllo gerarchico – è andato per la propria strada: lo dimostrano i segnali che ci arrivano ogni giorno.

Il movimento ha da tempo optato per un pacifismo radicale e la nonviolenza come imperativo etico. Ma la lotta non sta portando risultati, ed è su questo che si concentra l’attenzione di Malm, che analizza l’apparato ideologico del movimento, fondato su letture parziali della storia delle lotte del passato, e lo mette in discussione proprio perché, nelle battaglie vinte, accanto al movimento di massa nonviolento c’è stato chi ha avuto l’essenziale capacità di altre efficaci pratiche.

«I RISCHI PER L’UMANITÀ mai sono stati tanto gravi e quindi forse è il caso di liberarsi del mito della superiorità tattica della nonviolenza; escludere il sabotaggio, può essere un errore strategico», sostiene Malm, che critica le posizioni rassegnate o provocatorie di scrittori come Jonathan Franzen, in E se smettessimo di fingere?, e Roy Scranton, in Imparare a morire nell’Antropocene, sostenitori di «una reificazione della disperazione» che è «una risposta emotiva comprensibile, ma inservibile come risposta per una politica». Un «fatalismo climatico» che diventa una profezia che si autoavvera «perché più persone ci dicono che un riorientamento radicale è impossibile, meno sarà immaginabile».

Non si tratta di tirare il freno a mano della crescita economica, non basta più, ma – cosa ben più difficile – di rendere desiderabile la conversione ecologica, come sosteneva Alex Langer. Fil contro Pil. Felicità interna lorda contro Prodotto interno lordo.

MALM SOSTIENE che «l’immaginazione è una componente fondamentale» per il cambiamento. «La crisi climatica si presenta tramite una serie di assurdità interconnesse e radicate e quindi non solo è più facile immaginare la fine del mondo piuttosto che la fine del capitalismo» (come indicatoci da Fredric Jameson), ma è anche più facile immaginare di imparare a morire piuttosto che imparare a lottare, rassegnarsi all’idea che ogni cosa che ci è più cara possa finire, piuttosto che considerare una necessaria resistenza.

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