COME SI COSTRUISCE LA BIOPOLITICA CHE PORTA ALLO STERMINIO da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COME SI COSTRUISCE LA BIOPOLITICA CHE PORTA ALLO STERMINIO da IL MANIFESTO e IL FATTO

Come si costruisce la biopolitica che porta allo sterminio

NOVECENTO. «L’impero della distruzione. Una storia dell’uccisione di massa nazista» di Alex J. Kay, pubblicato da Einaudi. Nella Germania degli anni Venti è cresciuto l’assenso alla violenza poi messa in atto dal Terzo Reich. La «rigenerazione» di una comunità etnorazzista è passata per la lotta contro la promiscuità tra gruppi. Dopo il 1918, l’idea di cancellare l’«onta» subita in guerra e le perdite di territorio rappresenta un esorcismo collettivo verso il panico da smembramento della società tedesca. Il vero problema non è il nudo nesso tra potere e violenza bensì il tema della consensualità che si accompagna ai fenomeni di degrado dell’etica pubblica

Claudio Vercelli  16/10/2022

Il problema dell’intimo e continuativo rapporto tra potere e violenza rimane, per molti aspetti, un enigma irrisolto. Ovvero, è un campo di interpretazioni che non si presta a nessuna soluzione definitiva. Non quella d’ordine moralistico, che risolve le contraddizioni ribadendo preventivamente l’immoralità del primo poiché fondato sul sistematico ricorso alla seconda. Del pari, non quella «realista», che invece propugna l’impossibilità di una diversa via verso l’organizzazione delle società che non sia quella dell’imposizione forzata, deflettendo quindi da qualsiasi intento di trasformazione consapevole e condivisa.

ALL’IDEALISMO della prima ipotesi, infatti, si interfaccia il falso oggettivismo della seconda, che rilegge i processi storici come una sorta di manifestazione dell’immodificabile «natura» umana. In quanto tali, inesorabili nei loro modi di prodursi e manifestarsi, poiché di quest’ultima sarebbero l’obbligata espressione. Il punto di fondo è che nella storia dell’umanità la violenza è al medesimo tempo distruttiva e generativa. Dilacera il già esistente, istituisce nuovi rapporti di forza e, con essi, i differenziali di ruolo tra consociati, ma stabilisce anche i criteri con i quali includere quanti possono considerarsi a pieno titolo cittadini, tali poiché tutelati dai diritti collettivi. Non a caso, nelle vicende novecentesche, è proprio nella figura dell’apolide che si è identificato il livello più basso della condizione umana, in quanto non avendo Stato di appartenenza, non ha nessun diritto che lo tuteli.

È EVIDENTE che in una tale concezione delle relazioni umane, ad essere determinante e la forma Stato-nazione, e con essa il monopolio (incerto) che esercita non tanto sul ricorso alla forza in sé quanto alla violenza legittimata, quella che risulta tale perché accompagnata dall’assenso della maggioranza dei cittadini. Ancora una volta il problema non è il nudo nesso tra potere (come suggello delle diseguaglianze) e violenza (come sostegno di questa asimmetria) bensì il tema della consensualità che si accompagna ai fenomeni di degrado dell’etica pubblica.

Qualcosa di molto attuale, peraltro. Da questo punto di vista, l’adoperare il filtro dell’appartenenza razziale per definire i diritti di cittadinanza non è una prerogativa del Novecento. Già Enzo Traverso e, più in generale, diversi autori hanno indagato i molteplici nessi tra costruzione di un’identità europea contemporanea, la presenza di imperi coloniali e i percorsi di esclusione razzista. La violenza di Stato si inquadra, secondo questo percorso interpretativo, dentro le dinamiche di definizione dell’appartenenza nazionale. Ossia, non ne è uno sgradevole corollario, essendo semmai una radice fondamentale attraverso la quale si stabiliscono gerarchie e domini sociali. Il conflitto che si apre nella modernità è piuttosto quello tra legalità e legittimità. Fino a che punto è lecito, per un organismo sovraordinato alle singole persone, qual è lo Stato, intervenire direttamente sulle esistenze di esse? Quali sono le condizioni che generano un campo di opportunità per chi intenda stabilire il nudo dominio della sua sola volontà? Non di meno, quando si innesca la concatenazione tra eventi delinquenziali da parte di quelle élite che, invece, dovrebbero preservare le condizioni collettive della libera esistenza?

TRA I MOLTI TESTI che si accompagnano all’analisi dell’azione dei poteri criminali nel Novecento, tali non perché prodotto di un’espropriazione della volontà collettiva ma in quanto manifestazione di un lucido disegno di autoaffermazione, si segnala ora il volume di Alex J. Kay, L’impero della distruzione. Una storia dell’uccisione di massa nazista (Einaudi, pp. 446, euro 33). Meritoriamente tradotto in italiano, per la cura di Alessandro Manna, ad un anno dalla sua pubblicazione per la Yale University Press, il testo è un repertorio aperto di quei processi che si intersecano vicendevolmente dentro la dimensione criminogena dello Stato nazista.

L’AUTORE, Senior Lecturer in storia all’Università di Postdam e Fellow della Royal Historical Society, non elenca stragi, massacri, stermini per dare corpo ad una sorta di collage dell’orrore. Semmai il suo impegno è quello di trovare un filo conduttore ai fenomeni della sopraffazione e dell’annientamento nel loro ripetersi con la potenza di un rullo compressore. I dodici capitoli del libro, articolati in aree tematiche e raccolti secondo una scansione cronologica (dall’estate del 1939 alla primavera del 1945), ricoprono pressoché la globalità delle violenze sistematiche operate dai nazionalsocialisti durante una guerra mondiale che era di sterminio.

La loro lettura è tuttavia concatenata, stabilendo connessioni e distinzioni, a seconda dei crimini descritti e della loro funzionalità ideologica ad una specifica prassi politica. Ne emerge il riscontro che nel nazismo sia il tema stesso di ciò che è «vita» a costituire il vero oggetto del potere. In altre parole, cercando di definirsi come antropologia profonda, sulla base del filtro razzista, la Germania di Hitler realizza la più compiuta opera di biopolitica: «quando la salute e la pretesa purezza razziale di un popolo diventano l’obiettivo politico supremo, a esso può ben essere sacrificata una porzione di vita che viene considerata non altrettanto valida e dunque, come fu detto da alcuni, non degna di essere vissuta». La storia dell’umanità, soprattutto quella più recente, viene quindi riletta all’interno di un possente apparato mitologico, la cui carica anti-illuminista – e avversa al pluralismo sociale – costituisce il punto di sintesi di molte pulsioni elette a sistema di governo delle relazioni umane.

LA DIVERSITÀ DEL NAZISMO rispetto ad altre esperienze dittatoriali, più o meno coeve, si inscrive anche in questa logica profonda. Ed il nesso tra potere e violenza, tanto più laddove vincola l’esercizio dell’ordine al ricorso sistematico alla forza contro ciò che è estraneo o alieno alla «comunità di popolo», trova nel rimando alla rigenerazione collettiva il suo momento catartico.

Kay sottolinea come il «trauma» del tardo autunno del 1918, con la sconfitta politica, prima ancora che militare, degli Imperi centrali, sia stato istitutivo di un ampio campo di tensioni irrisolte. La repressione del pluralismo interno alla Germania prima, per poi passare alla persecuzione e quindi all’assassinio sistematico nei paesi occupati, trova quindi un suo filo logico anche in questo retroterra che si nutre, nell’impotenza della politica liberale, del desiderio ipertrofico di estinguere non solo quello che già esiste ma anche quanto era stato, capovolgendo il ricordo del passato. I richiami alla necessità di cancellare l’«onta del ‘18» (con la perdita non solo delle colonie ma anche delle regioni imperiali del Nord, a favore della Danimarca, dell’Est verso la Polonia e la Cecoslovacchia e dell’Ovest nei riguardi della Francia e del Belgio), sono come una sorta di esorcismo collettivo contro il terrore di non costituire più un corpo nazionale unitario.

Quindi, nei confronti del panico da smembramento, non tanto territoriale quanto civile, che attraversa una parte della società tedesca per tutti gli anni Venti. Non a caso i simbolismi e le metafore biologiche sono al cuore del discorso politico nazista, basato sulla riscoperta della «natura» più intima, quella razziale, che non conosce storia poiché non ne ha bisogno, essendo sempre eguale a se stessa. La rigenerazione di una comunità etnorazzista, il vero compito di una politica di espansione e asservimento imperialista, passa quindi attraverso la lotta contro l’obbrobrio della promiscuità tra gruppi, la loro separazione, la distinzione e il plausibile annientamento delle comunità classificate come inferiori.

L’IDEA DI PULIZIA implacabile – sia di natura etnica che civile, rivolgendosi anche contro alcune categorie di tedeschi, a partire dai portatori di disagio psichico – è allora la proiezione di un bisogno di gerarchia sociale, l’unica, secondo questo approccio, in grado di garantire il vero capitale che si ritiene di avere perso, quello della moralità intesa come unione tra le parti di una collettività incapace di pensarsi diversamente dall’idea di omogeneità mortifera e cadaverica.

Come disfare la banalità del male

GIORNATA DELLA MEMORIA. Intervista con Piotr M. A. Cywinski, direttore del Museo di Auschwitz. Il luogo che un tempo è stato il più grande campo di sterminio, dal 2006 è diretto dallo storico polacco. «Dobbiamo approdare a una nuova comprensione della responsabilità che pesa su ciascuno di noi»

Guido Caldiron  16/10/2022

«Memoria, consapevolezza, responsabilità». Nel tracciare le coordinate del suo lavoro come direttore del Museo-Memoriale di Auschwitz-Birkenau, creato dove esisteva il più grande campo di sterminio industrializzato del Terzo Reich, ma un luogo assurto anche a tragico simbolo dell’intera barbarie nazista, lo storico polacco Piotr M. A. Cywinski non ha mai avuto dubbi.

Come ha spiegato in Non c’è una fine (Bollati Boringhieri, pp. 148, euro 15), «stando ad Auschwitz giudichiamo molto di più di una specifica generazione, giudichiamo l’umanità. Di conseguenza giudichiamo noi stessi». Il senso di questo ricordo interpella perciò in maniera radicale il presente come il futuro, ciò che si compie ancora oggi nell’indifferenza dei più, il ruolo e le responsabilità della «civile» Europa che in quel luogo perse, definitivamente, la propria innocenza. Altrettanti interrogativi che riecheggiano nel Giorno della Memoria.

Dal 2006 lei guida il Memoriale e il Museo di Auschwitz-Birkenau, quali le sfide più importanti con cui si è dovuto misurare?

Un sito di tale vastità pone a chi se ne deve occupare molte sfide, e di diversa natura. Richiede allo stesso tempo una sorta di attenzione tecnica costante e una delicata preoccupazione emotiva. Il tutto, cercando di mantenere un approccio storico e morale onesto.

Sul piano concreto, la responsabilità maggiore è stata certamente quella di definire e far sì che si mettesse in pratica un meccanismo di finanziamento dei lavori di conservazione che è essenziale per il futuro. Allo stesso modo si è trattato di impegnarsi per mantenere l’autenticità del sito, vale a dire ciò che ne fa un luogo sacro e che «parla» ai visitatori. Questo perché i milioni di persone che vengono ogni anno ad Auschwitz (50 milioni fino a oggi, nda) non lo fanno con lo spirito di chi si reca a visitare un qualunque museo. Sperano di compiervi il proprio rito di passaggio, di avvicinarsi il più possibile alla comprensione dell’essere umano, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Lei ha scritto che questo luogo non deve smettere di «urlare», non può essere né normalizzato né pacificato in alcun modo. Corriamo concretamente questo rischio?

Senza dubbio. A lungo termine il rischio è evidente. Oggi, gli strumenti di tortura del Medioevo sono esposti nelle fiere di paese per suscitare la curiosità dei bambini. Un’evoluzione decisamente macabra.

Perciò, la grande sfida è far comprendere che Auschwitz non rappresenta un avvenimento tra i tanti lungo un ampio asse temporale della storia europea. Auschwitz è un punto di non ritorno. Gli enormi sforzi compiuti dopo la Seconda guerra mondiale nella prospettiva della creazione di un mondo più umano, da un punto di vista giuridico, politico, culturale, economico e religioso, rappresentano dei passi senza precedenti nella nostra cultura, ma è proprio la comprensione di ciò che è stato Auschwitz che rappresenta la chiave per comprendere fino in fondo il valore e il significato di questi cambiamenti. È sinceramente impossibile capire cosa è accaduto dopo il 1945 senza vedere nella Shoah un punto di svolta totale nella civiltà europea.

Nel suo libro ha sottolineato come la voce dei sopravvissuti e il Memoriale siano i due pilastri della narrazione di Auschwitz. Con il tramonto dell’«era del testimone» che ruolo sarà chiamato a svolgere quello che lei chiama a giusto titolo il «Luogo»?

Il Luogo rende i racconti dei sopravvissuti più credibili. Esattamente come queste testimonianze rendono il Luogo più comprensibile. È un’esperienza totalmente diversa visitare Auschwitz dopo aver letto Primo Levi, Shlomo Venezia o Elie Wiesel. E la lettura di queste pagine diviene qualcosa di differente quando si è camminato sulla stessa rampa di cui parlano, quando si è entrati in una delle baracche che vi sono descritte, o quando si è passati sotto l’insegna che recita: «Arbeit macht frei». Perciò, nella percezione di tutti, Auschwitz deve e dovrà funzionare in qualche modo anche in futuro all’unisono con le voci dei sopravvissuti. Per questo continuiamo a raccogliere e pubblicare le loro testimonianze.

Il suo ufficio è vicino al punto in cui termina abitualmente la visita al «campo». Milioni di persone, soprattutto giovani, prendono parte ai viaggi della memoria che rappresentano uno dei modi in cui negli ultimi anni molti si sono misurati con quanto accaduto ad Auschwitz e, più in generale, con la Shoah. Cosa legge nei loro volti al momento di lasciare il sito e cosa crede porteranno con sé dopo questa esperienza?

Le persone che vedo ogni giorno ad Auschwitz sono molto diverse tra loro. Questi giovani vengono da società, paesi e continenti differenti. E hanno ovviamente vari e diversi punti di riferimento. Ciò che mi sta davvero a cuore è che dopo aver fatto questa esperienza, nell’immaginare il proprio futuro e il ruolo che intendono svolgervi, varchino la soglia della memoria per acquisire grazie a ciò che hanno visto e sentito qui una visione della propria responsabilità individuale. E perché questo accada credo vada fatto anche un vero lavoro educativo sia prima che soprattutto dopo la visita. La storia da sola non è sufficiente, va legata all’etica e all’educazione civile. Abbiamo un dovere nei confronti delle nuove generazioni: offrire loro tutti gli strumenti perché possano diventare degli adulti consapevoli.

Elie Wiesel, scomparso lo scorso anno, definiva Auschwitz come il «luogo della verità» e spiegava come ricordare non sia sufficiente, ma vada compreso e trasmesso come la Shoah abbia avuto luogo grazie all’azione e all’indifferenza di tanti, facendo sì che la memoria sia messa in questo modo al servizio di una presa di coscienza. Non crede si tratti di una lezione che dovrebbe tornarci utile oggi che nuove forme di discriminazione e di indifferenza circondano le sorte dei migranti in Europa e le vite di tante vittime della guerra alle porte di casa nostra?

È proprio per questo che rinchiudere la Shoah nello spazio della storia non è sufficiente. Il grido delle vittime non è unicamente un grido che ci arriva dalla storia. È un grido morale, etico, civile. E se qualcuno pensa che provare che un «fatto» è avvenuto sia sufficiente, si sbaglia di grosso. È riflettere sul senso, sul significato di quel fatto, per me e oggi, che rappresenta la vera posta in gioco, se vogliamo approdare a una nuova comprensione della responsabilità che pesa su ciascuno di noi. La nostra indifferenza di oggi ci accusa ancor più di quella del tempo della guerra. Da un lato sappiamo ormai fin troppo bene quale sia il prezzo di questa indifferenza, dall’altra, i nostri strumenti di azione sono di tutt’altro livello rispetto a quelli del passato.

E, elemento che aggrava ancor più la nostra situazione, viviamo in società che conoscono la pace da lungo tempo. È facile dispiacersi per un mondo che non ha fatto abbastanza durante la Seconda guerra mondiale. Ma questo sentimento può essere considerato sincero solo per chi si sforza di fare tutto il possibile ora. Ci saranno in futuro musei dedicati all’ondata di profughi o alla tragedia dei Rohingya in Birmania. E allora saremo tutti noi ad essere considerati responsabili di quanto accaduto.

Nelle nostre società si torna a parlare di «difesa della razza bianca», si denuncia la presenza dei musulmani come un «corpo estraneo», riecheggiano parole d’ordine fasciste e slogan antisemiti, come accade anche nella sua Polonia. Se, come lei ha scritto, ad Auschwitz l’Europa si è perduta, come ripartire da questa presa di coscienza per fare fronte alla nuova barbarie che monta?

Ovunque, nelle nostre società si assiste a una recrudescenza dell’estremismo e della xenofobia. Un fenomeno che è ancor più che inquietante e che chiede si moltiplichino gli sforzi e la presenza sul piano pubblico ed educativo. In questo senso, stiamo sviluppando il lavoro sulla rete, ad esempio attraverso una rivista internazionale (memoria.auschwitz.org) e abbiamo appena lanciato una grande mostra itinerante su Auschwitz destinata nei prossimi anni ad essere esposta nel Vecchio Continente come negli Stati Uniti.

Come riconoscere il fascismo eterno: lo spiegava Umberto Eco ed è nostro dovere smascherarlo  il fatto

Giuseppe Criaco  14/10/2022

Nel suo saggio sul Fascismo eterno, Umberto Eco scriveva “dietro un regime e la sua ideologia, c’è sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni”.

Bisogna partire da queste parole per comprendere l’esito delle ultime elezioni politiche: perché l’Italia, soprattutto una certa Italia, ha da sempre coltivato una serie di “abitudini culturali” sintomatiche “in nuce”, di un germe fascista. Già Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato ad Eboli additava in quel lembo d’Italia un “pensiero fascista, da parte delle classi agiate, e piccolo borghesi legate agli ambienti clericali, che potrebbe ancora contagiare le neonate istituzioni e che “perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano”.

A tal proposito Leonardo Sciascia denunciava, con convinzione, il mai sopito collateralismo ideologico e culturale del popolo italiano con la nostalgia dell’uomo forte, riferendosi allora all’ampio consenso della Democrazia Cristiana. Diceva lo scrittore siciliano che “L’idea di Stato fa paura a molti italiani: e soprattutto uno stato democratico, che costringa alle scelte, che obblighi a riflettere, a porsi domande, a preoccuparsi delle conseguenze di questa o quella decisione politica. Di uno Stato del genere, gli italiani non vogliono saperne”. E concludeva asserendo che molti italiani, di qualunque orientamento politico, vivrebbero oggi dentro “un fascismo” (quindi non il fascismo) “come dentro la propria pelle”. All’interno di un regime che non desse loro la preoccupazione di pensare, di valutare, di scegliere. Un popolo, ancora una volta a pronto a barattare esercizio di diritti per la promessa di una vita più semplice.

Ma in cosa consistono le abitudini culturali evocate da Umberto Eco. Tra tutte la prima caratteristica è il culto del tradizionalismo, l’ossequio a certezze consolidatesi negli anni che non devono e non possono essere messe in discussione. Una sorta di monolitica verità già annunciata che porta come conseguenza l’impossibilità “dell’avanzamento del sapere” e contestualmente, aggiungo io, un arretramento nel campo dei diritti. Soprattutto di quei diritti che altro non sono che diritti di libertà caratterizzanti un Paese civile, nel campo della famiglia “altra”, delle unioni civili, della gestione del proprio corpo per ogni donna, in quello che deve essere la nostra sensibilità (e quella dei nostri figli) quando si parla di fede e di spiritualità.

Diritti di cui la sinistra oggi si fa paladina di facciata senza poi avere la forza o la convinzione di consolidarli e metterli al centro delle sue esperienze di governo. Assumendo e rivendicando una posizione davvero “altra” rispetto ai dettami “Dio Patria Famiglia” più volte evocati, enfatizzati, e ripetuti da questa destra. Come oscurantiste parole d’ordine.

Parole e slogan contro cui, l’Italia di oggi, non ha più gli anticorpi ideologici e culturali di un tempo, per “proteggersi”. Messaggi che vogliono “vellicare” gli istinti di più facile impatto. Tesi che rivendicano l’unico senso di appartenenza ancora possibile: quello nazionale, in un mondo in cui è stata polverizzata ogni appartenenza culturale e che ha trasformato i popoli in masse informi ed omologate (ecco servita la nuova mutazione antropologica pasoliniana 2.0). Ed a cui questa destra (destra) di oggi sa offrire un unico collante possibile: quello tribale e nazionalista, che richiama il sentimento più ancestrale e per questo motivo il più pericoloso.

Parole e slogan pericolosi che denotano come il fascismo che non passa è ancora attorno a noi “in abiti civili magari” come suggeriva Umberto Eco dalle sue pagine, in cui avvertiva che “può ancora ritornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme, ogni giorno, in ogni parte del mondo”.

Soprattutto in casa nostra.

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