CLIMA, IL PIANO C’È MA NON SI VEDE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CLIMA, IL PIANO C’È MA NON SI VEDE da IL MANIFESTO

Clima, il piano c’è ma non si vede

Luca Martinelli  09/07/2026

Tempo moderno Le 630 azioni previste dal Piano di adattamento ai cambiamenti climatici sono solo sulla carta. Per Legambiente «manca la volontà politica di farle»

Roma – Cecilia Fabiano/LaPresse

Puntuale, ad ogni ondata di calore che investe l’Italia, si torna a parlare di adattamento ai cambiamenti climatici, cioè degli interventi necessari per ridurre l’impatto che l’aumento delle temperature medie e il ricorrere di eventi estremi hanno sulla vita quotidiana di milioni di abitanti, in particolare ma non solo in ambito urbano. Se ne parla, brevemente, e poi si torna a dimenticare cose talmente evidenti che stanno dentro una Strategia approvata dall’allora ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare addirittura nel giugno del 2015.

LA STRATEGIA NAZIONALE di adattamento ai cambiamenti climatici ha portato addirittura all’approvazione, nel dicembre del 2023, di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Erano già passati, a quel punto, otto anni, che in questo momento storico e nonostante l’emergenza Covid-19 che ha reso tutto per certi versi più complicato, sono troppi. A mettere in fila il cronoprogramma, è come se l’Italia volesse manifestare pubblicamente la propria inadeguatezza, sottolineando un aspetto che è palese agli osservatori più attenti: abbiamo preso il problema sotto gamba e non solo quello della mitigazione, cioè della riduzione delle emissioni; non abbiamo capito che l’adattamento è fondamentale per garantire una vita dignitosa a chi vive nel nostro Paese, in questa nuovo mondo che inizia ad essere raccontato per quel che è anche dalla letteratura, ad esempio nei romanzi Qualcosa, là fuori e Il mondo senza inverno di Bruno Arpaia, tutt’altro che distopici.

A FRONTE DI TUTTO QUESTO e anche se il Piano contiene 361 azioni distribuite in numerosi settori, siamo praticamente fermi al punto di partenza, «e continuiamo a osservare dei puntini sulla carta geografica del paese, a guardare alle buone pratiche, percependo però l’assenza di un’azione e di una visione strategica» sottolinea Stefano Ciafani, presidente di Legambiente. Eppure, già dieci anni fa, nei documenti che accompagnavano la discussione del Piano, si leggevano analisi puntuali e senz’altro informate che avrebbero potuto guidare interventi immediati: «Molte azioni efficaci si possono fare da subito e con costi nulli o comunque molto limitati, prima tra tutte un’applicazione estesa del principio di precauzione, evitando di urbanizzare aree potenzialmente a rischio dissesto e tutelando gli spazi liberi e le aree verdi (parchi, giardini, aree naturali protette etc.) soprattutto se ubicati in aree vulnerabili (fiumi, coste, etc.)». E ancora: «Investire risorse nell’adattamento climatico non è “solo azione ambientale”, ma coincide con il promuovere la qualità di vita dei cittadini e la sostenibilità dello sviluppo».

LE OLTRE 360 AZIONI PREVISTE sono divise tra Soft (norme, pianificazione, sistemi di monitoraggio, formazione, assicurazioni, raccolta dati), Green (interventi basati sulla natura) e Grey (opere infrastrutturali): le prime, sottolinea Ciafani, potrebbero essere realizzate «anche a costo zero, ad esempio, per quanto riguarda lo stress idrico, modificando la normativa relativa all’utilizzo delle acque reflue in agricoltura». Il problema sono lobby che proteggono e tutelano un settore industriale, perché non sanno leggere i benefici che comporterebbe investire in adattamento o perché sanno che quei soldi muoverebbero verso un’altra economia, capace di futuro per riprendere uno degli striscioni che 25 anni fa accompagnavano i manifestanti per le strade di Genova, durante il G8. Se pensiamo ad una delle ultime battaglie del governo italiano, quella contro la nuova direttiva sulle performance energetica degli edifici della Commissione europea, che il ministro Matteo Salvini traduce in «l’Europa non metta le mani sulle case degli italiani».

SECONDO LE STIME DELLA COMMISSIONE, ogni euro investito permetterebbe di risparmiarne almeno 10 in combustibili fossili per il riscaldamento e raffrescamento: a chi giova boicottare la direttiva, che dovrebbe entrare in vigore entro fine anno? L’Italia lo sta facendo ed è tra i Paesi europei che non ha ancora inviato a Bruxelles il proprio Piano nazionale. Eppure l’abitare, con il corollario ormai conosciuto come povertà energetica, dovrebbe essere un tema chiave in questa fase di adattamento. Ci sarebbero anche la rinaturalizzazione dei fiumi e il recupero delle aree di espansione delle piene, ma anche l’irrigazione di precisione e le misure per la conservazione della fertilità dei suoli o l’aggiornamento dei regolamenti edilizi per il caldo estremo. Si sta facendo? «È molto difficile capirlo. Sapere delle 361 azioni che cosa sia davvero in campo: non c’è uno strumento di analisi del Governo e del resto sono tanti i ministeri coinvolti. Dobbiamo pretendere di fare le cose sul serio» dice Ciafani.

NEL 2015 MINISTRO DELL’AMBIENTE (governo Renzi) era Gianluca Galletti. Undici anni dopo, il ministro si chiama Gilberto Pichetto Fratin e l’Italia ha attraversato un bel po’ di Cop (Conferenze delle parti) delle Nazioni Unite, celebrato il decimo anniversario dell’Accordo di Parigi, ma ancora non si è arrivati a passare dalla teoria alla pratica. Era già scritto più di dieci anni fa: il costo minimo complessivo in Europa di un mancato adattamento è stimato tra i 100 miliardi di Euro all’anno nel 2020 a 250 miliardi di Euro nel 2050.

LA PREVISIONE PIÙ RECENTE è invece contenuta in un documento reso pubblico nel mese di gennaio, commissionato dalla Direzione generale per l’azione sul clima (Dg Clima) della Commissione europea e finanziato dal programma Horizon Europe. Lo studio rileva che l’Ue dovrà investire circa 70 miliardi di euro all’anno in adattamento climatico fino al 2050 per rafforzare la resilienza e ridurre i rischi climatici in tutti i settori: le cifre includono 30 miliardi di euro all’anno per rafforzare la resilienza delle infrastrutture, 21 miliardi per gli ecosistemi e 12 miliardi per misure a tutela della sicurezza alimentare. L’analisi, cui per l’Italia ha contribuito il Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, evidenzia che Francia, Italia, Germania e Spagna presentano i maggiori fabbisogni di investimento per l’adattamento, anche a causa delle loro dimensioni geografiche ed economiche. Per quanto riguarda il nostro Paese, ad esempio, servirebbero oltre 1,4 miliardi di euro di investimento annuo per proteggere i lavoratori dallo stress legato al calore.

COMPLESSIVAMENTE, L’INVESTIMENTO stimato per il nostro Paese è di almeno 10 miliardi di euro all’anno. Invece, è decaduta anche la proposta di destinare 750 milioni di euro all’attuazione del Piano nazionale. Del resto, per seguirne l’evoluzione era prevista anche l’istituzione di un Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, che doveva essere operativo tre mesi dopo l’adozione del Piano. È stato però creato solo nel dicembre del 2025, due anni dopo (e a dieci anni dalla Strategia nazionale): un po’ tardi, forse, per il soggetto che, tra gli altri obiettivi, dovrebbe anche curare «le attività di monitoraggio, reporting e valutazione del PNACC». Come a dire, insomma, che il Piano c’è, ma il tema non è ancora così importante e per l’Italia non serve prenderlo sul serio. Intanto, si muore di caldo: 3.000 persone all’anno di media nel nostro Paese, tra il 2000 e il 2020. Nessuno come noi in Europa. Un altro primato di cui non andar affatto fieri.

A che punto è il Mediterraneo? Lo scenario peggiore è terrificante

Alessandro Gianni  09/07//2026

Responsabile delle Relazioni Istituzionali e Scientifiche di Greenpeace Italia

Greenpeace Come sta il Mediterraneo? Purtroppo male

Solo pochi giorni fa, ho ricevuto una telefonata sconsolante da un pescatore di Licata: in mare di pesci ce ne sono pochi e la ripresa delle attività petrolifere di Eni (con rischi che denunciamo sin dal 2013) starebbe dando un ulteriore colpo alla locale marineria.
Anche a Sciacca, sempre sulla costa meridionale della Sicilia, la situazione è simile: sempre meno pesci. Stavolta, la «colpa» la danno al cambiamento climatico e dubito vada meglio altrove.

L’8 luglio, nel bel mezzo della tradizionale ondata di calore che ormai prende quasi tutta l’estate, è stata la Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo. Occasione per celebrare la bellezza di questo mare ma anche la sua fragilità.

L’area del Mediterraneo è un hotspot: i famosi 1,5°C di aumento delle temperature sono stati raggiunti già nel 2020 e la prospettiva è che localmente le temperature resteranno stabilmente più alte del 20% rispetto alle medie globali.

Secondo lo scenario peggiore (RCP8.5) dell’International Panel on Climate Change (il gruppo di scienziati che per l’Onu studia il cambiamento climatico) a fine secolo l’aumento locale delle temperature arriverebbe a + 5,6°C. Insomma, se non riduciamo davvero le nostre emissioni di gas serra, siamo fritti. O bolliti, se preferite.

Forse, riusciremo davvero ad adattarci a queste temperature ma si tratterebbe di un enorme esperimento di eugenetica: secondo il Lancet Countdown 2025 (Lancet è la più importante rivista mondiale di medicina) l’eccesso di calore – o, se preferite le «ondate di calore» – nel periodo 2012-2021 ha ucciso in media 546.000 persone l’anno, con un aumento della mortalità del 63,2 percento rispetto al periodo 1990-1999. Il conto totale è purtroppo ancora più salato: due milioni e mezzo di morti a causa delle polveri sottili che derivano dalla combustione di fonti fossili, circa centocinquantamila morti collegati alle polveri sottili da incendi boschivi causati dal cambiamento climatico e «soli» sedicimila morti da alluvioni, frane e simili.

Ovviamente, le temperature elevate hanno impatti notevoli anche sulla biodiversità del Mediterraneo che – con l’1 per cento di superficie – ospita tra il 5 e il 10% delle specie marine note. Come dimostrano i rapporti del progetto Mare Caldo di Greenpeace, le morie di organismi dei fondali sono sempre più frequenti e diffuse. Nel 2024, a Portofino il 94 per cento delle gorgonie rosse presentava fenomeni di necrosi (a venticinque metri di profondità) e i fenomeni di «sbiancamento» – tristemente famosi nelle barriere coralline dei tropici – ci sono anche da noi e colpiscono coralli e alghe calcaree. Altra nota dolente collegata all’aumento delle temperature è la presenza di oltre mille specie aliene registrate nel Mediterraneo, di cui oltre seicento sono considerate invasive. In generale, c’è poi una diffusione delle specie termofile: qualche anno fa, per vedere il pesce pappagallo del Mediterraneo bisognava andare nell’Egeo. Oggi, per esempio, è piuttosto comune in alcuni tratti della costa dell’Isola d’Elba. E anche la nidificazione delle tartarughe Caretta caretta nelle coste settentrionali del Mediterraneo (in Toscana e in Liguria come in Veneto) è un segnale chiaro.

Giusto per accennare poi alla plastica, il 7% delle microplastiche in mare si trova nell’1% che è il Mediterraneo in cui (dati del 2022) arrivano ogni anno 730 tonnellate di plastica. I maggiori «contribuenti»? Egitto (43,1%), Turchia (19,1%), Italia (7,6%) e Francia (5,2%). Almeno il campionato europeo degli inquinatori di plastica del Mediterraneo, lo abbiamo vinto a mani basse. Continuare a perdere tempo, è un lusso che non possiamo permetterci. Siamo lontanissimi dall’obiettivo del «30×30» di proteggere in modo efficace il 30% del mare entro il 2030. Non abbiamo bisogno di «parchi di carta» come il Santuario dei cetacei o la grande maggioranza delle aree marine oggi incluse nella rete Natura 2000 voluta dall’Unione Europea: servono vere misure di protezione e gestione. Dobbiamo ridurre la produzione di plastica che sta aumentando a ritmi vertiginosi mentre ne ricicliamo solo il 10%. Il negoziato per un Trattato Internazionale sulla plastica è andato a monte lo scorso anno per il pressing delle industrie: sono in corso negoziati informali che culmineranno in un nuovo tentativo nel marzo 2027. E, soprattutto, dobbiamo smetterla di usare combustibili fossili, puntando decisamente sulle fonti rinnovabili come fotovoltaico ed eolico (anche offshore) che, se ben fatti, ci aiuteranno a vincere la sfida del clima. Senza farci fregare dalle bufale della «cattura» della CO2 o peggio ancora dai fantomatici programmi del nostro governo che propone un nucleare di nuova generazione che semplicemente non esiste.

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