CHI PUNTA AL VOTO UTILE SI ILLUDE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
9183
post-template-default,single,single-post,postid-9183,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

CHI PUNTA AL VOTO UTILE SI ILLUDE da IL MANIFESTO

Tra un mese si vota, chi punta al voto utile si illude

ELEZIONI. Grave la sottovalutazione della trappola in cui si stavano infilando. La legge elettorale garantisce la cooptazione e i capi-partito hanno già deciso chi verrà eletto

Alfiero Grandi  23/08/2022

Non si è riusciti a convincere i partiti non di destra a un accordo fondato sulla Costituzione per candidature comuni nei collegi uninominali. Le destre unite da un patto di potere ora sono favorite. La legge elettorale avvantaggia chi si coalizza nell’uninominale. Due volte la legislatura aveva rischiato le elezioni anticipate, alla terza sono arrivate e si voterà con una legge elettorale pessima, quasi certamente incostituzionale.
La legge elettorale decide la composizione del parlamento, può garantire o negare rappresentanza proporzionale delle opinioni politiche e dei territori. In questo caso potrebbe consentire di cambiare la Costituzione sfruttando norme pensate quando la legge elettorale era proporzionale.

Bisognava farci i conti. Troppi hanno sottovalutato la trappola in cui si stavano infilando, per di più dopo il taglio dei parlamentari. Questa legge elettorale garantisce la cooptazione dall’alto e i capi dei partiti hanno già deciso chi verrà eletto.
Ogni partito poteva mantenere il suo profilo politico nel proporzionale contribuendo ad eleggere nel maggioritario sulla base di un patto costituzionale, usufruendo nel proporzionale dei risultati nel maggioritario. E’ stato fatto un regalo alle destre che puntano alla modifica della Costituzione, a partire dal presidenzialismo (Berlusconi ha anticipato lo sfratto a Mattarella) e dall’autonomia regionale differenziata, destinata a spaccare l’Italia tra aree forti e deboli, diminuendo il nostro peso in Europa.

I risultati delle elezioni peseranno sul futuro delle aree più deboli, abbandonate ad una crescente disuguaglianza. Le destre rafforzeranno i più forti, per questo vogliono distruggere il reddito di cittadinanza.
Il clima elettorale è condizionato dalla faccia feroce e guerrafondaia che accetta la guerra invece di concentrarsi su un percorso di pace e coesistenza tra sistemi diversi. Preoccupano le conseguenze della guerra, con una torsione verso l’energia fossile, e problemi come lavoro, diritti, ambiente, emarginazione sociale, povertà in crescita, che presuppongono proposte, lotte e soluzioni innovative.

Fisco: la tassa piatta è far pagare meno chi ha di più, continuando a lasciare il carico del fisco su lavoratori dipendenti e pensionati. La gara a favorire i più forti è aperta, in sintonia con le destre nel mondo.
Malgrado i pericoli per la democrazia Letta e il Pd hanno scelto di insistere sulle sul discrimine delle responsabilità del M5Stelle nella caduta di Draghi, malgrado FI e Lega siano i veri protagonisti della crisi e abbiano impedito l’approvazione di leggi innovative, seminato norme pericolose in vari provvedimenti.

Cingolani alla transizione ecologica è stato un disastro e nell’inverno sommeremo le difficoltà nel gas e nelle energie rinnovabili.
L’inflazione non ha trovato ostacoli e ora la rincorsa redditi/aumento dei prezzi è aperta. Se il reddito disponibile diminuirà, continuerà una competitività fondata sulla contrazione dei salari reali.
La fine anticipata del governo Draghi non doveva sancire una rottura tra chi non è di destra. A meno che non sia la conseguenza di un neoatlantismo senza autonomia, che fa risaltare il ruolo della Turchia anziché dell’Europa. Inoltre Draghi, come scrive Cassese, ci ha messo del suo.

Tra un mese si vota. Ciascuno voterà come ritiene, ma chi punta al voto utile si illude. Le rotture nelle “non destre” sono state verticali, con polemiche roventi, desideri di rivalsa. Inoltre Renzi sta candidandosi a interlocutore del governo delle destre.
L’esito finale delle elezioni è di difficile previsione, ma è evidente che la destra potrebbe fare cappotto nei collegi uninominali.
Nel 2001, dopo la sconfitta, il centro sinistra è stato a lungo incapace di opporsi alla maggioranza di destra. Nel 2008 una destra tronfia arrivò a forzare su nucleare e privatizzazione dell’acqua (esperienza che avrebbe dovuto consigliare di bloccare le privatizzazioni proposte da Draghi) bloccati solo da due referendum abrogativi. Berlusconi ci riprova inventando un inesistente nucleare sicuro e dimenticando che il mondo guarda con terrore alla centrale ucraina che potrebbe diventare una nuova Chernobyl.

Il referendum non è una via agevole, né può essere usato a sproposito come dimostra il fallimento di quelli voluti da Lega e radicali.
Dopo il voto la parola potrà tornare alla società, a quanti non accettano i diktat delle destre e sono pronti a impegnarsi in tutti i modi, compresi i referendum. Si dovrà fare sintesi tra lavoro e ambiente, troppe volte divisi. Bisognerà convincere che il No all’autonomia regionale differenziata è interesse dell’Italia e sostenere da settembre la proposta di legge per cambiare gli articoli 116 e 117.
Decisivo è rilanciare il valore e l’attualità di questa Costituzione, dei suoi principi, del suo orizzonte sociale avanzato.

La grande ricchezza, nella più brutale diseguaglianza

Le leggi (nazionali e regionali) sono usate per cristallizzare privilegi e rendite di posizione, aiutando la progressiva concentrazione della ricchezza in poche mani

Gaetano Lamanna  23/08/2022

Nel mezzo di un’emergenza globale, i tre leader della destra sono impegnati in una propaganda martellante sui loro temi preferiti: meno tasse per i ricchi (flat tax), pace fiscale per gli evasori (maxi-condono), presidenzialismo. Un misto di populismo fiscale e di sovranismo politico. Lo Stato è criticato per la lentezza burocratica che frena l’espandersi del dinamismo economico delle imprese. Ma la destra italiana sa bene che l’attuazione del «credo» liberista (privatizzazione dei servizi pubblici, destrutturazione dei rapporti di lavoro e delle tutele sociali, revisione del Pnrr per liberare il mercato dalle pastoie e dai vincoli della transizione ecologica) dipende dall’attività legislativa e di governo. In una parola la destra al potere come garante del profitto privato e della società dell’abbondanza.

C’è da dire che la pagina sul fisco dell’Agenda Draghi, rimasta desolatamente bianca, ha fornito un assist formidabile alla coalizione di destra, aiutata anche, vorrei aggiungere, dall’inspiegabile arrendevolezza di quanti ancora oggi dichiarano di sentirsi orfani del presidente Draghi e ne invocano il ritorno. Così Meloni, Salvini e Berlusconi possono lanciarsi in promesse mirabolanti, rivendicare di avere scongiurato la riforma del catasto e di avere affossato la legge delega.

Nei loro discorsi preannunciano un governo che taglierà le tasse e farà decollare un helicopter money con un nuovo carico di sussidi, bonus e incentivi che pioverà sugli italiani. Una montagna di soldi che non ci sono, una politica fiscale demagogica e irresponsabile, esplosiva per i conti pubblici, disastrosa dal punto di vista redistributivo, pericolosa per la coesione sociale e per la stessa tenuta democratica.

L’affermazione di Joseph Stiglitz, secondo cui «l’ineguaglianza è il risultato di forze politiche e di forze economiche» si adatta perfettamente al caso italiano. Nell’annuale presentazione dei Rapporti sull’economia delle regioni, Banca d’Italia ci fornisce i dati di un paese con una ricchezza superiore al resto d’Europa. Il patrimonio finanziario e immobiliare delle famiglie italiane si aggira intorno ai 10 mila miliardi di euro, pari a sei volte il Pil. Solo i depositi sui conti correnti bancari raggiungono una cifra equivalente al Pil (1700 miliardi). Si stima inoltre che 100 miliardi, o forse più, siano ben conservati nelle banche svizzere. Le famiglie proprietarie di casa sono l’81 per cento.

Le stime statistiche però non spiegano tutto. Dicono che il patrimonio delle famiglie italiane è mediamente di 168 mila euro; che il patrimonio di una famiglia del Nord (211 mila euro) è il doppio di una del Sud e delle isole. Emergono distanze significative tra le aree del paese. Ma la «media» nasconde altre differenze importanti. Comprende miliardari e multimilionari e, insieme, lavoratori poveri, precari, famiglie indigenti. Include evasori impuniti e contribuenti onesti.

Nel dato medio scompaiono disparità e disuguaglianze e non è un caso che i politici liberal-liberisti di casa nostra lo preferiscano. Hanno così mani libere quando si tratta di modulare e indirizzare gli interventi pubblici. Le leggi (nazionali e regionali) diventano strumento di cristallizzazione di privilegi e rendite di posizione, aiutano la concentrazione della ricchezza in poche mani.
Anche l’autonomia differenziata, che insieme al presidenzialismo ridisegna l’assetto istituzionale dello Stato, è un chiaro tentativo di ingessare i divari territoriali e gli attuali rapporti sociali. Dunque il federalismo dei ricchi che segue il fisco dei ricchi.

Ce n’è abbastanza per concludere che la questione fiscale si lega direttamente alla giustizia sociale ed è questione politica par excellence. La logica proporzionale del prelievo fiscale, oggi prevalente, accentua disuguaglianze e distorsioni. Al contrario, ripristinando criteri di equità e progressività, come prevede la Costituzione, è possibile riattivare meccanismi positivi di redistribuzione e usare la leva fiscale per orientare una nuova domanda sociale e ambientale e nuovi comportamenti e stili di vita, in linea con un’economia sostenibile e con una società solidale.

Sulla questione fiscale, a sinistra, permangono posizioni ondivaghe e inadeguate, tendenti a contemperare riduzione del carico fiscale sul lavoro e timide proposte per aumentare le tasse sulle grandi eredità (oggi lo 0,03 del gettito complessivo). Sarebbe ora di uscire da proposte spot, poco efficaci sul piano propagandistico e poco credibili per riconquistare un largo consenso popolare. E impegnarsi per una riforma strutturale del sistema fiscale.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.