CHE NON SI UCCIDA. CHE TACCIANO LE ARMI. DA il manifesto
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CHE NON SI UCCIDA. CHE TACCIANO LE ARMI. DA il manifesto

L’etica umanistica di Mario Rossi

DIVANO. Che non ci si uccida. Che tacciano le armi. Che non infuri un’ora di più la guerra. Solo questo si dica e si pretenda in nome della dignità di ciascuno. Rileggo con Tabucchi anch’io le parole di Rossi

Alberto Olivetti  15/04/2022

Corre il sangue tra europei in guerra, sull’orlo di un conflitto atomico mondiale. Chi non rinuncia ad onorare la propria umana dignità non può che operare, con le parole e con gli atti, perché la carneficina cessi. Dall’America, il difensore e garante della libertà del mondo intero, per come si dichiara, ci avverte che è in atto un genocidio. Ci informa pertanto che ha disposto di far pervenire alle vittime dello sterminio armi e ancora armi. Nobile dono. Così, almeno, gli sterminati potranno godere del privilegio di essere uccisi non disarmati. Ma non si impegna a fermare la guerra in corso invitando a riporre le armi. Porta armi perché il massacro si alimenti e giunga al suo compimento.

Quanto a genocidi il garante mondiale della libertà può vantare una competenza che nessuno vorrà revocare in dubbio. Buon sangue non mente. Quindici decenni orsono, più o meno quattro, cinque generazioni fa, gli invasori suoi connazionali fornivano ai nativi delle nobili, antiche stirpi indiane alcol di qualità infima, alla bisogna distillato per sterminarli ebbri, con agio e a perdite ridotte. Rifletto: quanto si deposita di violenza endemica nel fondo di una società che ancora non ha saputo dalle sue leggi bandire la pena di morte e che accoglie, con l’arma che ciascun cittadino è legittimato a tenere carica nella fondina, ogni buona occasione aperta all’omicidio?

A tanto ha da ridursi un giudizio equanime sulla storia degli Stati Uniti d’America? No, certo, ma nessun giudizio potrà dirsi equanime se nasconde questo carattere fondativo della federazione nordamericana, figlia dell’Europa. La violenza dell’America gemella della violenza dell’Europa genocida. L’Europa che nel corso di cinque secoli ha spento nel sangue le civiltà di almeno tre continenti e che ottanta anni fa, con la Shoah, ha affondato dentro le proprie carni l’arma dello sterminio. Uccidere e uccidere e non saper l’Occidente cristiano – cattolico, ortodosso, protestante – esimersi dall’uccidere. Torno a leggere Fondamenti d’un’etica umanistica che Mario Rossi, tra gli studiosi italiani di Hegel e di Marx di più elevato prestigio, licenzia nel 1966. Nel 1997 Antonio Tabucchi si ricorda di quelle pagine ne La testa perduta di Damasceno Monteiro («le prime frasi dell’arringa dell’avvocato Loton appartengono al filosofo Mario Rossi»).

Il personaggio di Loton riflette su «cosa significa essere contro la morte» con le parole di Rossi: «ogni uomo è assolutamente indispensabile a tutti gli altri e tutti sono assolutamente indispensabili a ciascuno, enti umanamente approdanti a lui, ciascun uomo è radice dell’essere umano». Rossi elabora qui il concetto di affermazione deontologica e lo intende come l’originario e imprescindibile porsi dell’uomo contro la negazione dell’uomo («quindi è per l’uomo il suo essere contro la morte»).

Tabucchi spigola in pro del suo personaggio dai paragrafi 7 e 8 dei Fondamenti che vale bene trascrivere: «Ma poiché l’uomo non ha esperienza della propria morte, bensì soltanto della morte altrui, dalla quale solo per riflesso può immaginare e temere la propria, e poiché l’approdo e la radicazione interumana costituiscono l’essere umano dell’uomo, dunque l’affermazione deontologica è originariamente l’essere dell’uomo contro la morte di ciascun altro uomo, ancor prima che contro la propria». Così Rossi può ribadire che «l’esistenza fisica di ciascun ente umano e di tutti è la condizione invalicabile di ogni etica che possa riguardare gli uomini».

Che non ci si uccida. Che tacciano le armi. Che non infuri un’ora di più la guerra. Solo questo si dica e si pretenda in nome della dignità di ciascuno. Rileggo con Tabucchi anch’io le parole di Rossi: «La guerra è la potenziale condanna a morte d’una intera nazione. È la istituzionalizzazione dello stato ferino, la distorsione negativa di tutte le capacità operative della scienza e della tecnica, e di tutte le energie dell’ideale e del sentimento. Essa è il male allo stato autentico, originale e terminale, concluso nel circolo della propria perfetta coerenza. È la beffa più atrocemente stupida verso tutte le difficili conquiste della cultura e della civiltà».

Con Mosca compromesso non «regime change»

GUERRA UCRAINA. L’invasione dell’Ucraina è ingiustificata e ingiustificabile, ma per arrivare ad un compromesso devi riconoscere, per quanto si possano ritenere irragionevoli e infondate, le cause sentite dal tuo nemico e i suoi obiettivi: innanzitutto, la sicurezza nazionale e la neutralità militare dell’Ucraina

Stefano Fassina  15/04/2022

Di fronte al bivio individuato dal Presidente Mattarella a “Procida capitale della cultura 2022”, che sentiero prendono i principali governi dell’Unione europea? Qual è l’obiettivo di sanzioni economiche sempre più estese e dell’invio di armi sempre più “di offesa”, come serenamente affermato dal Segretario Generale della Nato qualche giorno fa? Dov’è l’iniziativa politico diplomatica dell’Ue per perseguirlo? Si possono valutare sul piano militare, politico e finanche morale gli strumenti utilizzati e da utilizzare a prescindere dai fini perseguiti? Si possono scegliere i fini soltanto in base a criteri morali senza attenzione alle conseguenze materiali per il proprio popolo? È sempre più evidente il rischio che i principali governi dell’Ue, a rimorchio degli USA, seguano la Russia lungo la strada della regressione della storia europea: la sacrosanta salvaguardia della sovranità e della libertà del popolo ucraino attraverso il regime change a Mosca, quindi l’escalation militare ed economica, invece di un compromesso con il presidente Putin. Vediamo perché.

Primo, l’analisi. L’insistenza sulla malata psicologia dello “zar”, sul revanscismo imperialista russo, sul Donbass come i Sudeti del 1938, sulla definizione di genocidio per i crimini russi, implica puntare al regime change, poiché qualsivoglia compromesso sarebbe l’appeasement con Hitler. L’invasione dell’Ucraina è ingiustificata e ingiustificabile, ma per arrivare ad un compromesso devi riconoscere, per quanto si possano ritenere irragionevoli e infondate, le cause sentite dal tuo nemico e i suoi obiettivi: innanzitutto, la sicurezza nazionale e la neutralità militare dell’Ucraina. Sono dati di realtà segnalati, da due decenni, dal filone “realista” delle relazioni internazionali, un tempo egemone, anche nei principali partiti italiani. Infatti, come ricordano gli Usa con parole, opere e omissioni, dietro le quinte della Dottrina Truman, dedicata “alla difesa dei popoli liberi”, continua a vigere la Dottrina Monroe, anche dopo “la fine della Storia”. Insomma, le sfere d’influenza non solo sono esistite. Noi lo sappiamo bene. Ma esistono ancora, purtroppo. Non vuol dire chiedere a Zelensky la resa o la rinuncia alla sovranità del suo Stato. Vuol dire prendere atto che la sovranità nazionale è sempre relativa e che si esercita in un quadro di movimenti vincolati. Invece, con particolare zelo nel campo progressista, anche le relazioni internazionali diventano il regno dei principi umanitari astratti e dei diritti assoluti.

Secondo, le azioni. Per arrivare ad un compromesso, devi portare dalla tua parte gli Stati più rilevanti del pianeta e stringere le maglie delle istituzioni multilaterali intorno a Mosca. In sintesi, l’opposto della spaccatura dell’Assemblea Generale dell’Onu nel voto di giovedì scorso per la sospensione della Russia dal Consiglio per i Diritti Umani: 58 astensioni, tra cui Brasile, India, Pakistan, Sud Africa, Messico, Kuwait, Qatar e 24 contrari tra i quali Cina, oltre ad Algeria ed Arabia Saudita, i nostri fornitori di energia alternativi alla Russia. Per arrivare ad un compromesso, devi chiedere l’aiuto diplomatico di Pechino in nome del comune interesse mercantilista, invece di definire la Cina “sfida sistemica”. Per arrivare ad un compromesso, devi promuovere la neutralità militare dell’Ucraina attraverso adeguate garanzie per la sua indipendenza. Quindi, devi evitare di sancirne l’ingresso accelerato nella Ue, come invece ha appena fatto a Kiev la Presidente Von der Leyen: la membership Ue, nel mezzo del conflitto, è fattore di escalation diplomatica e militare. Inoltre, pregiudica il futuro dell’integrazione politica perché, con il conseguente arrivo dei Balcani, porterebbe ad un’Unione a 33-34 Stati. Così, mentre già ora la difesa comune rimane un miraggio e, come la Germania, ciascuno si riarma da se, diventano ancora più divergenti gli interessi geo-politici ed ancora più soffocante il dumping fiscale e sociale per lavoratrici e lavoratori degli Stati a welfare maturo. Forse, forse, siamo ancora in tempo per imboccare la via “della sopravvivenza ai mali del passato”. Ma è necessario che, almeno dal versante progressista, l’atlantismo sia coniugato con realismo e con la consapevolezza che, in totale lealtà con l’alleato di Washington, gli interessi europei sono diversi dagli interessi degli Usa.

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